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Una storia per chi ci crede



Questa è una storia per chi ci crede. Molti lo chiamano caso, combinazione o coincidenza. E pure quando la parola è quella giusta si alzano gli occhi al cielo, come se fosse una sciagurata profezia. Era destino, doveva andare così. Ma questa non è una storia triste, e le lacrime che pure sono spuntate erano sì salate, ma perché avevano il gusto del mare.

Ero in un bel posto. Lo so, potrei essere più originale, ma da quella panchina di bellezza se ne respira tanta. A partire dal suono delle onde, che non emettono solo il consueto sciabordio. Dentro hanno anche uno sciame di sassi sbattuti, quelli per cui i forestieri imprecano quando vengono da queste parti. Nell'aria, ormai quasi estiva, c'è un odore di arbusti e salino. Dietro all'orizzonte c'è solo cielo. Tempo fa un amico di Messina mi ha detto che dietro al mare lui è abituato a vedere il profilo della Calabria. Quando nuota in altre acque, privo di questa protezione, si sente spiazzato. E invece dal bel posto, o per meglio dire da una panchina (che poi se non erro sono due, una a fianco all'altra) si vede solo mare. Io non sono come il mio amico di Messina, a me l'ignoto dell'orizzonte conforta. A pochi metri dalla riva, in questo bel posto, c'è uno scoglio, piatto da un lato e a spiovente dall'altro. D'estate ci si va a prendere sole e fare tuffi. Sulla sinistra, verso levante, altre rocce fendono in verticale il mare, come se volessero prendere il largo con lui. Poco oltre, un baracchino sarà presto montato su un terrazzino di cemento rettangolare. Per me è sempre stato il baretto blu, da raggiungere a piedi scalzi o persino a nuoto. Questo bel posto - ora forse ha più senso - è il mio luogo del cuore. Qualche settimana fa, di ritorno dall'Orsigna, mi ero chiesto se anche io un giorno avrei avuto un legame così speciale come Terzani con quel pulviscolo di case dell'Appennino. La risposta ce l'avevo già, bastava sedersi su quella panchina. Qui sotto, nella spiaggia che per me è sempre stata semplicemente sottochiesa, andavo al mare da adolescente. Con gli amici, e ancora più spesso con la fidanzatina, perché i primi preferivano mettersi nell'arenile poco più avanti, dove ci sarà pure la sabbia ma l'acqua è melmosa. Anche mio nonno non voleva andare nella spiaggia di sabbia. Con lui si andava in una caletta subito sotto al baretto blu, portata via anni fa da una mareggiata. Questo bel posto significa così tanto per me che ho deciso di ambientarci una delle scene cruciali del mio romanzo. Passato e presente si incontrano in un giorno grigio di ottobre, con un mare ruggente che accompagna le parole dei due protagonisti. Qui mi ritrovo spesso, delle volte sereno, altre decisamente rabbuiato, in preda a malinconie e pensieri ostacolo. I pensieri ostacolo sono le costrizioni, paranoie e paure che sorgono quando si va incontro al destino. Spuntano dal nulla e, se non tenuti a bada, crescono più veloci di un fiume in piena. Travolgono sogni, speranze, possibilità. Quando maturo idee visionarie, romantiche e un po' folli, i pensieri ostacolo si presentano puntuali all'appuntamento. Così, seduto sulla mia panchina, guardavo il mare e chiedevo un aiuto. Proprio al signore che quel luogo me l'ha fatto scoprire da bambino, e che poco prima di morire mi ha chiesto di disperderne le ceneri nel suo mare, a Bogliasco. Con mio nonno parlo spesso, e proprio come quando era vivo lo chiamo Nanni o, negli ultimi tempi, Bertino. Quando sto bene e me ne frego degli altri lo faccio persino ad alta voce. Altre è solo un dialogo mentale, ma non per questo meno intenso. Da quel giorno di dicembre in cui se n'è andato me lo immagino sempre più giovane, come se fosse un amico più che un nonno. Una volta, più o meno un anno fa, è comparso al mio fianco mentre camminavo dalle parti del Turchino. Elegante nella sua camicia bianca inamidata, aveva le guance lievemente scavate come quegli attori truci di Hollywood con la sigaretta in bocca. Un ciuffo nero corvino, il sorriso malandrino e i soliti occhi profondi. Stavo seduto su quella panchina e avrei voluto sentirlo vicino. Guardavo la seduta vuota della panchina vicina a me, ma di lui nessuna traccia. Passavano i minuti e, anzi, la sua assenza si acuiva. Eppure, avevo bisogno di lui. Volevo raccontargli una mia folle (ma sentita) idea. Volevo sentirmi dire che ero un passo, come mi diceva sempre. Perché dietro ai suoi insulti io ci vedevo sempre un incoraggiamento velato, una carezza nascosta. Ma niente da fare, Bertino non c'era. Pensare che avrei voluto raccontargli molto altro, come sempre. Aggiornarlo su a che punto sono con i miei progetti, e chissà che non sarebbe stato un po' fiero di suo nipote. Ma, inutile negarlo, volevo soprattutto un incoraggiamento. D'altronde pure tu avrai fatto qualche belinata, non è vero?

Niente. Solo un mare lievemente agitato, una luce sempre più in preda del buio e pensieri ostacolo ormai a perdita d'occhio.

"Non è che ti chiedessi molto. Solo un cenno, uno sguardo. Un segnale".

Ho sospirato, poi sono tornato da dove sono venuto. Anzi no, piccola deviazione. Dal baretto azzurro, che per il momento è solo un telaio di tubi che puntano al cielo. Poi intorno al vecchio castello, un palazzo che sembra come altri ma, a vederlo dal mare, cela dei piccoli torrioni rotondi. Quindi il porticciolo, dove ci sono i gozzi al riparo dalle intemperie, fasciati con teloni di plastica dura. Stavo guardando per terra, quando qualcosa o qualcuno mi ha fatto alzare lo sguardo.

La barca, o per meglio dire il suo motore. Un telo di plastica con disegnati sopra due occhi che sembrano di un cartone animato, o forse di un gatto. Ma è la scritta, una sola parola, a fare la differenza.

Bertino

Sorrido, rido e poi persino piango. Allora ci sei!

Ringrazio, proseguo.

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