San Francisco

Scrivo raggomitolato in un angolo del “Caffè Trieste”. Storico locale del North Beach, una sorta di Little Italy californiana, alle mie spalle c’è un bel murales raffigurante il duro lavoro dei mezzadri nelle campagne siciliane. Mario Puzo si trovava proprio qui quando iniziò a scrivere la sceneggiatura de “Il Padrino”. Chissà che tutto questo non mi sia di buon auspicio.

Sono arrivato in questa città in un pomeriggio d’inizio maggio, reduce da un lungo viaggio in treno e con ancora addosso il freddo patito lungo la mia folle rincorsa all’Ovest, certo che il leggendario sole della California avrebbe ben presto fatto il suo dovere.

Mi illudevo.

Ad accogliermi è stato piuttosto un cielo bigio, con un’opprimente cappa umida che tanto mi ha ricordato quella che noi genovesi chiamiamo maccaia. L’oceano pareva anch’esso deludente, così placido quanto spento.  

San Francisco.

Il chiasso della gente che chiacchiera sguaiata sui bus. I numerosi clochard che imperversano ad ogni angolo tintinnando bicchieri di plastica con dentro pochi dimes. La sporcizia, poca roba se confrontata con altri posti nel mondo, ma sicuramente ben oltre il livello di guardia rispetto ad altre città statunitensi incontrate lungo il viaggio. Le strade disordinate, con quelle salite vertiginose percorse da automobilisti poco clementi con i pedoni. I tram ottocenteschi che scampanano giorno e notte.

Credo che la perfezione asettica, quel prodotto standard che tante città moderne sono oggi in grado di offrire, possa portare a dire “è carino qui, ti consiglio di andarci”.

“Mio Dio, che cazzo di spettacolo!”

Questo è quello che dico di San Francisco.  

E’ uno strepitoso palcoscenico della commedia umana. San Francisco è dove uomini d’affari della city vanno a braccetto con nostalgici figli dei fiori. E’ dove non puoi non avvertire la spensieratezza della sua gente, la sua contagiosa allegria, per certi versi simile a quella dei paesi mediterranei. Mi godo l’ennesimo giro a spasso sui cable car, divertito dagli ululati e dalle grida dei forzuti autisti quando due convogli s’incontrano. Ci si saluta così, a San Francisco.

Passeggio per Haight Street e mi ritrovo davanti allo storico incrocio con Ashbury Street.  Nell’estate del 1967 più di centomila hippies si ritrovarono qui, per quella che passò alla storia come l’estate dell’amore, The summer of Love. Un orologio perennemente fermo alle 4 e 20 ricorda tutto ciò. Come tanti altri luoghi di San Francisco non è il quartiere, non è il posto in sé a colpirti. E’ il contesto. Sono gli sguardi. E’ niente e tutto quanto il resto. Mi ritrovo casualmente dentro ad un selfie di due signore attempate che, mortacci loro, sembrano saperla lunga su come si doveva vivere in quegli anni. E la vita mi sembra un po’ più bella.

La vita è decisamente più bella quando il traghetto di Alcatraz riporta i visitatori sulla terra ferma. L’oppressione, il buio, l’angoscia. Certo, Hollywood deve aver manipolato per bene la mia mente, ma è comunque difficile rimanere impassibili davanti alle sbarre arrugginite delle sue celle. C’è quel racconto, su Alcatraz. Un racconto fatto di vento, che da queste parti soffia poderoso. Era il vento, quando tirava nella direzione giusta, che faceva giungere nelle orecchie dei detenuti i rumori dell’esclusivo Yacht Club, a un tiro di schioppo dal carcere. Ora, immaginatevi la sera di Capodanno efferati assassini e, in fondo, comunque essere umani, avvertire la presenza reale e tangibile della vita che scorre felice.  Avranno udito risate sottili di donne bellissime, tutte agghindate per la festa e corteggiate da chissà quanti uomini. Avranno ascoltato della musica allegra e si saranno lasciati consolare dalla melodia. Soli, nella loro cella buia, a ripensare agli errori commessi e a rimpiangere un’esistenza diversa.

San Francisco e, anzi, è la sua baia. Un’arena naturale fatta di monti e di mare. E’ nel punto più ricercato di questo affascinante teatro che trovo la scenografia perfetta realizzata dall’uomo. I piloni arancioni del Golden Gate sembrano essere l’anello di congiunzione tra gli abissi dell’oceano e le nuvole del cielo californiano.

Trascorro più di mezza giornata ad ammirare tutto ciò. Inizio la mia lunga marcia di avvicinamento partendo dalla punta Nord della città e, dopo aver percorso una lunga passeggiata che mi regala scorci indimenticabili, arrivo ai piedi del colosso arancione. Prima lo attraverso a piedi, andata e ritorno, quasi sei chilometri, mica una passeggiata! Poi decido di concedermi un ultimo appuntamento romantico, più tardi, verso il crepuscolo. Ora, immaginatevi i tenui colori di un tramonto che si spalanca laggiù, dove s’intravede solo cielo e oceano senza riuscire a distinguere dove inizi uno e finisca l’altro. Quando vi desterete dall’incanto, magari pensando che sia ora di tornare a casa perché, cavolo, fa bello freschino da queste parti, spostatevi di un poco. Con la bocca ancora aperta volgete lo sguardo leggermente più in là, verso il ponte, quel ponte. Come nel sentire cantare una bella canzone soul da una voce profonda, allo stesso modo rimarrete per sempre sedotti dal caro vecchio Golden Gate. Avvolto nella semi oscurità, le sue rassicuranti luci gialle scaldano il cuore. E’ in questo preciso momento che mi sento come se vivessi in questa città da una vita e questi fossero i miei luoghi, i miei posti.

E poi eccola, la città. Fatta di faticosi saliscendi che ben riassumono il percorso della vita, adornata da case colorate in stile vittoriano che addolciscono gli irti pendii. E’ proprio durante una delle varie “ascensioni” che mi ritrovo a Lombard Street, forse la via più famosa di tutta San Francisco. Durante i ruggenti anni ’20 schiere di ragazzotti alticci si divertivano a sfrecciare su e giù con le prime auto del tempo. La disperazione dei residenti era comprensibile, costretti com’erano a convivere con continui incidenti, schiamazzi e danni di ogni tipo. La soluzione da loro adottata fu tanto geniale quanto perversa. Quello che era un normale rettilineo fu reso un labirintico zig zag, con curve talmente strette che sembrano essere disegnate dalla spada di Zorro. E tutto questo lo si fece aggiungendo colorate aiuole a bordo strada, rendendo Lombard street una sorta di giardino urbano pensile in salita (o in discesa).

Dicevo dei cable car, perché a chiamarli tram quasi li sminuisci. Anche un ignorante completo di meccanica non può non rimanere sbalordito dinnanzi a questi gioielli tecnologici di fine ‘800. In piedi, con il corpo completamente sporgente dal veicolo, mi sento più felice di un bambino sulle montagne russe mentre si va su e giù per Frisco. Lo spettacolo nello spettacolo sono i conducenti. Ben consapevoli della meraviglia provata dal turista medio, sono loro a rendere l’esperienza a bordo davvero unica. Gridano, suonano la campana, se la tirano il giusto, scherzano con gli avventori, salutano con l’intimità del barbiere di fiducia chi usa il mezzo per necessità e non per svago. Ogni anno il comune declina circa l’80 per cento delle candidature per fare questo lavoro. Per muovere le due pesanti leve meccaniche che fanno da timone a questi improbabili vascelli serve una forza non comune. Aggiungetevi un occhio sempre attento, grandi riflessi, spiccata personalità e capirete bene quanto fare questo mestiere sia davvero per pochi.

Salutato il ponte, sceso dal cable car, ancora drogato dalle luci, dai rumori, dai volti, mi sono ritrovato su una spiaggia immensa, una distesa di sabbia sconfinata che si estende lungo il lato orientale della città. Guardando i gabbiani che volano leggeri sopra le onde mi sono accorto che mi stavo innamorando di tutto questo, e pure di tutto il resto.

Sì, perché se arrivati a questo punto qualcuno continuerà a lamentarsi dello sporco, del tempo instabile, del baccano, e di tutto il resto…. Beh che non indugi un minuto di più, prepari subito la sua valigia firmata e che se ne vada pure via. Via da qui, lontano da tutto questo. Che si rifugi da qualche parte, sotto un tetto di scontata mediocrità. Non sarà difficile trovare posto là sotto, ne sono certo.

Sia chiaro che io invece da qui non mi muovo.

Se non con il corpo, almeno con lo spirito io rimango a San Francisco.

E, come quei gabbiani, volo leggero, spensierato. Libero.