Sarajevo

Per quelli della mia età, che durante la guerra dei Balcani avevamo meno di dieci anni, Sarajevo è un ricordo confuso di spari di cui sentivamo il rumore solo al tg e forse proprio per questo ci sembravano così lontani.

Qualche mese fa poi ho letto un libro, “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini. E’ Una storia d’amore e di amori. Per un uomo, per un figlio, per una terra. Ho scoperto che alle porte di Sarajevo d’inverno spesso bussa la neve, che addirittura poco prima che nascessi ci hanno fatto le Olimpiadi e Vucko, il lupetto mascotte, mi è stato simpatico sin da subito. Sono rimasto incantato a leggere di minareti che svettano insieme a campanili in un cielo contorniato da verdi montagne.  Al mio arrivo in città mi sono piacevolmente perduto nel  quartiere turco di Bascarsija, dove l’artigianato locale si mescola a cianfrusaglie per turisti con grande facilità. Nel naso ho respirato l’odore pesante dei cevapcici, piccole salsicce di carne trita che sfrigolano eternamente sulla brace. Continuando a camminare sono arrivato nel quartiere asburgico, così incredibilmente diverso, con i palazzi ordinati e pieno di negozi alla moda. E poi Ulica Zmaja od Bosne.  “Pazi, Sniper!” Attenzione, cecchino. In questa strada il grido ha risuonato forte per tutta la durata dell’assedio, e i terribili casermoni di stampo sovietico ai lati portano ancora i segni dei proiettili. Ci sono dei fiori piantati sulle vie della città. Le chiamano le rose di Sarajevo, sono piccoli buchi ricoperti di resina rossa. Sono il segno lasciato dai colpi di mortaio, sono la voglia ostinata di non dimenticare.

Ci sono salito, su quelle montagne, e ho visto Sarajevo, bellissima, adagiata in fondo alla valle. Ho provato tristezza nel camminare sul rudere di una pista da bob delle Olimpiadi, mi si è raggelato il cuore a pensare che era da lì che l’artiglieria bombardava giorno e notte la città.

Ho visto tanti sorrisi. Dietro alle sigarette che si fumano ancora nei ristoranti. Negli occhi di ragazzi della mia età, che ti raccontano che un giorno hanno attraversato un tunnel per scappare da una furia cieca e poi, finalmente, sono tornati a casa. Sulla faccia del vecchio negoziante che si arrampica lungo la saracinesca per aprire la sua bottega e chissà da quanti anni lo fa. Sono sorrisi a volte amari, che spesso svelano un rancore mai assopito. Perché a Sarajevo la guerra è finita da un po’, ma la Pace deve ancora arrivare.