La grande mela è un frutto che ne cela altri mille. Con fare timoroso inizi a tirarci qualche morso, poi mano a mano ci prendi gusto e quando stai per esclamare “sa proprio di…” nella tua bocca esplode un sapore completamente diverso da quello  precedente.

NY è il luogo della speranza, dell’American Dream mitizzato da molti e raggiunto da pochi. Staten Island, con i suoi ampi ed asettici saloni, è comunque troppo piccola per racchiudere tutti i sogni di quei milioni di emigranti. Lady liberty è troppo bella per sembrare vera, eppure c’è ed è lì, che staglia sulla baia con quel viso serio di chi non ti regalerà niente, anzi. Manhattan, con i suoi grattacieli scintillanti, è poi subito dietro, come a dire che se righi dritto e ti comporterai bene, forse ce la farai.  E poi quel ponte, che ponte. Il ponte di Brooklyn è l’ultimo, affascinante e beffardo saluto, di chi lascia la vita del business per ritornare sulla terra ferma. Oppure, con quelle funi proiettate verso il cielo ma ben ancorate alla struttura portante, è un messaggio a chi vuole osare, a chi non si accontenta. Questioni di punto di vista.

New York, per chi la visita ma forse anche per chi ci vive, è una fedele amante sempre pronta a soddisfare le tue voglie, che si tratti di sesso sfrenato o di due coccole, magari sotto un pioppo di Central Park, poco importa. Lei è li, pronta, per te. E per tutti gli altri. Perché, in fondo, nessuno la visita ma tutti la vivono, New York.

E’ la luce, quella del sole che brilla in un cielo azzurro che non pensavo potesse esistere in una città. (E che città!).

E sempre la luce, quella accecante e artificiale di Times Square, con i mille led della vicina Broadway che scorrono impazziti come  globuli rossi nelle vene di un giovane drogato.

E’ una messa la domenica mattina ad Harlem, una splendida mattina di primavera inoltrata. E non sono i cori, pure toccanti e struggenti, né i sermoni del pastore, lunghi e retorici, a colpirti. O almeno non solo quelli. E’ la gente, il loro spirito, le loro anime che riverberano  in vestiti sfarzosi per le signore o completi esageratamente pacchiani per gli uomini.  Quelli, ragazzi, ci credono, ci credono davvero.  Simboleggiano nella maniera più commovente e sincera lo spirito della comunità, del volersi bene, dell’avere qualcuno pronto a metterti una mano sulle spalle. Prova ne sono i cinque - cinque! -  momenti consacrati alle offerte durante la funzione a cui assisto. E se qualcuno si lamenterà di questo o di quando sui maxi schermi posti ai lati dell’altare appaiono messaggi per spostare l’auto in doppia fila… beh quel qualcuno non avrà capito un bel niente!

Per me che nel 2001 ero poco meno che un adolescente, questa città è anche simbolo di un orrore, di un qualcosa talmente assurdo da sembrare irreale. Surreali sono i due grandi crateri che sorgono nell’area di Ground Zero, dove attenti uomini della sicurezza fermano prontamente l’avventato runner della domenica mattina. A Ground  Zero non si corre, a Ground Zero si pensa, a Ground Zero non si dimentica. 9/11 Never Forget. C’è ancora scritto da qualche parte, a Manhattan. C’è ancora scritto nei loro occhi, a New York. 

New York