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  • Immagine del redattoreAlitaki

17 Agosto

Per conoscere il fuoco devi prima bruciarti.

A sei anni, quando una pentola di minestra bollente si rovesciò sulla mia schiena, non sapevo cosa volesse dire dolore. Di quella sera non ricordo il male, che pure sentivo, ma lo spavento di chi era con me. Delle settimane trascorse all’ospedale c’era, a farmi compagnia, un prurito malvagio. Tanta paura, molta insicurezza. Ma pure l’affetto di mamma, papà, dei nonni. Di chiunque mi volesse bene e si augurava che quel bambino si buttasse alle spalle quanto successo.


Per conoscere il fuoco davvero, dovevo bruciarmi un’altra volta.

Potessi aver scelto i modi e i tempi di questo nuovo appuntamento col dolore, avrei voluto ben altro. Ma il destino si sa, non è qualcosa che si comanda. Fa parte di un disegno ben al di sopra di noi, che siamo minuscola e necessaria particella di questo universo grandioso.

A lungo ho creduto di avere colpe per quanto successo. Delle volte ancora il pensiero mi sfiora. Succede quando ti vedo correre indemoniato dietro a un pallone, e io a prenderti un po’ in giro per il risultato che ti vede in svantaggio. Ma non era una vera partita, di quelle che anche io non vorrei mai perdere. Ricordo che tra un tempo e l’altro hai preso in braccio e lanciato verso il cielo un bambino. Ridevate.

Ho sentito bruciare quando qualcuno ha gridato il tuo nome. Con la coda dell’occhio ti ho visto cadere, inerte. Dicono che di quei momenti si hanno ricordi confusi, ma non è vero. Mi sono avvicinato, pure io ti ho chiamato. Ti ho dato qualche buffetto sulla guancia per farti rinsavire e poi, visto che non rispondevi, ti ho messo la mano in bocca, per provare a farti vomitare.

Ho lasciato che gente più capace di me ti battesse con forza ostinata sul petto. Io ero alle prese con telefonate confuse e persone ancora più smarrite di me. Come un animale selvaggio, mi dimenavo in quella gabbia fatta di povertà, dove quando chiedi di mandare un elicottero rischi di venire preso per scemo. Ho cercato aiuto in medici che stavano dall’altra parte del mondo e, soprattutto, ho continuato a credere che tutto quanto si potesse risolvere. Saliti su quella barca ti sussurravo all’orecchio e accarezzavo dietro la testa, come sono solito fare con le persone a cui voglio bene. Ti dicevo che in ospedale ci saremmo messi a scherzare su quanto successo, e un giorno saremmo andati nei laghi sotto al Monte Vettore di cui mi avevi parlato.

Non mi sono arreso nemmeno davanti a quella donna che, guardandoti negli occhi, ha detto che non eri più vivo. Ho dovuto farlo davanti a un medico che, con brusco realismo, mi ha detto che all’ospedale ti avevo portato cadavere. Come si fa a dirlo alla persona che ti ama? Ricordo di essermelo chiesto, per un istante. E poi di aver semplicemente ribadito quanto mi era stato detto. Eri morto, ma le fiamme per divampare avevano ancora bisogno di tempo. Prima ci sarebbesto stati gli affanni della burocrazia, gli strazi necessari a cui siamo andati incontro senza tergiversare. Merito di chi era con me. Una donna che a chiamarla ragazza è riduttivo. Un’anima radiosa come i suoi occhi. A cui ho cercato di dare tutto il conforto possibile, e negli abbracci scambiati ho ritrovato intatto lo stesso calore che volevo trasmetterle. Merito, anche, di un amico comparso a Puno in quella mattina gelata. Anche lui con occhi chiari che sanno vedere lontano. Andrea mi ha preso per mano, aiutato. Consolato e ascoltato.

Poi, ci sono state le fiamme. Talmente alte da non vederne la fine, almeno all’inizio. Ho pianto in silenzio, ho pianto gridando. Ho pianto dagli occhi e dal cuore. Ho cercato, fin da subito, di omaggiare quel dono di cui sei stato privato in un giorno di agosto. Col tempo, ho capito che non sei morto davvero. E che l’espressione lasciare il proprio corpo è il modo migliore per chiamare quel viaggio di cui non conosciamo nulla, se non il suo eterno mistero. Ti ho sentito come presenza in tutti i silenzi in cui ti sono venuto a cercare. Dapprima chiedendoti “scusa”, quindi “perché” e poi semplicemente salutandoti con lacrime piena d’amore.

Dietro quell’incendio appiccato dal destino in un giorno di agosto, fatto di roghi così violenti da schiantarmi per terra senza respiro, mi hai fatto vedere la luce. Come quella che ogni mattina si accende sul lago dove ad aprile sono tornato. Eri vestito di bianco, e insieme con te c’erano tutte le anime delle persone luminose incontrate lungo la strada. Insieme abbiamo domato le fiamme: di quell’incendio è rimasto un focolare tiepido, gentile. Capace di scaldarmi il cuore ogni volte che inciampo, cado e perdo la strada.

L’altro giorno, in quella montagna dove spesso ti vengo a cercare, mio padre mi esponeva le sue legittime preoccupazioni per il mio futuro.

Mi sono permesso di parlargli di te. Gli ho detto che, da quel giorno, penso sempre di più al presente. Perché noi non siamo né quello che siamo stati né quello che saremo. Siamo ciò che decidiamo di essere, in ogni momento. Io vorrei essere una persona grata, libera e piena d’amore.


Papà è rimasto in silenzio, io ho fatto altrettanto.


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