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  • Immagine del redattoreAlitaki

Vai, in cammino



Prima di mettermi in viaggio, ho pensato a lungo se fosse stato meglio fare un cammino. Rimango infatti convinto che quel mese di lento avvicinamento verso Santiago fu l’esperienza più bella della mia vita, per via di molteplici fattori. Prima di tutto la semplice, disarmante consapevolezza che per quei trenta giorni non ci fosse che da fare una cosa: camminare. La straordinaria umanità abbracciata lungo la strada, i campi di grano smossi dal vento, il cielo infinito delle Mesetas. Ancora, la prospettiva di arrivare (e ripartire) da una città a piedi, con tutto quello che ne consegue. Infine, la disconnessione pressoché totale dal cellulare per un mese intero, con la conseguente riapproprazione del tempo.


Ieri, dopo aver parlato di quest’ultimo aspetto con un mio caro amico, sono andato a pranzo e ho evitato qualsiasi contatto con il cellulare. Da mesi non compro più sim locali, ciononostante a volte la gestualità mi porta a prendere in mano quel disgraziato aggeggio, senza che sappia nemmeno bene che farne. Poi, sono andato a vedere le rovine di una missione gesuita. L’intenzione iniziale era di fare il tragitto di andata e ritorno a piedi, ma i ventidue chilometri e il caldo umido, quasi tropicale, del Paraguay mi hanno ben presto fatto cedere alle lusinghe di un colectivo. Nell’addentrarmi nelle rovine dell’insediamento (qui si usa il termine riduzione, a indicare una certa distanza dalla dimensione coloniale aggressiva dei conquistaders spagnoli) mi sono detto che, forse, qui c’è passata gente che ci credeva davvero. Che pensava, e pure ha provato a concepire una società che non facesse della sopraffazione il suo credo. Ad esempio, ho scoperto che è solo grazie all’opera dei missionari che la lingua indigena locale, il guaranì, è stata trascritta e quindi salvaguardata.



Con l’animo rilassato, ho affrontato il ritorno verso casa alla stregua di un gioco. Al massimo faccio l’autostop, mi son detto. E intanto buttavo qualche occhiata distratta sulle case intorno a me, dove intere famiglie sorseggiavano tereré e rispondevano sempre in maniera cordiale al mio saluto. Finito il paese, la strada è diventata una striscia dritta di asfalto, unica linea retta tra campi coltivati, colline ondulate. Il caldo si faceva sentire ma, a poco a poco, il sole si abbassava, restituendo un po’ di respiro e l’impagabile bellezza dell’ora tarda del pomeriggio. Motociclisti con le borse della spesa sistemate sul manubriuo continuavano a salutarmi, e io a godermi quel rispetto universale che si porta verso il viandante. Ho cantato canzoni di Lucio Dalla, per farmi compagnia. E mentre dei pappagalli mi rispondevano con degli stridi acuti, pensavo che stavo vedendo e respirando più Latinoamerica in quegli undici chilometri scarsi di cammino che in tante altre centinaia percorsi in precedenza. Così sono tornato a Trinidad e, sebbene un po’ stanco, ho ancora gironzolato per le sue strade lastricate di mattoncini irregolari. Rossi come il colore della terra, e come il tramonto che intanto sfumava nel cielo.


Stamattina, meravigliosa replica: passeggiata alla ricerca dell’alba, poi spuntata pigra dietro i rami degli alberi. Intanto, gruppetti di scolari camminavano silenziosi, e dei vecchietti sull’uscio di casa mi sorridevano con l’unico dente rimasto nel visto. E io a pensare a quella frase di Terzani sull’ora prima dell’alba, quando buio e luce si confondono e mischiano, rivelandosi anziché poli opposti parti complementari. Come uomo e donna, esseri diversi ma che solo fondendosi nell’amore sanno essere Uno.

Tornato verso casa, mi son messo di buona lena a scrivere queste parole peregrine. A differenza di altre volte sono uscite veloci, spontanee, quasi senza fatica.


Dopo il Cammino di Santiago ne ho fatti di altri. Lungo la Via degli Dei conobbi un ragazzo di nome Carlo. Camminammo insieme per alcuni giorni insieme ad altri scappati di casa. Arrivammo a Firenze stravolti e senza una doccia da parecchi giorni. Non avevo mai visto il palazzo della Signoria così bello e svettante nel cielo. Qualche giorno dopo il rientro, Carlo ci volle regalare questa canzone. Semplici e toccanti parole, in grado di fare capire a chiunque perché, prima o dopo, sia sempre necessario mettersi in cammino.


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