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Un vivo brivido freddo

Aggiornato il: 15 nov 2018


Appena varcata la soglia di casa mi voltavo subito d’istinto verso il salotto e lei era sempre lì, a guardarmi senza parlare. Dolce, accomodante, bastarda.

“Dai, che ti sto aspettando”

“Maledetta”

Vinceva sempre. Strafatto dallo stress del lavoro, dopo una cena a base di petto di pollo e insalata – rigorosamente quella delle buste, già lavata e pronta all’uso - trascinavo il mio corpo esanime su un divano troppo comodo, mettevo una qualunque serie alla televisione e dopo pochi minuti sprofondavo in un sonno comatoso, dal quale mi risvegliavo a stento intorno alle due, a volte anche le tre. Con la faccia stropicciata, gli occhi secchi e la bocca impastata sonnambulavo verso il letto, senza nemmeno avere la forza di lavarmi i denti.

Prima però la abbracciavo.

E lei abbracciava me, forte. Sdraiati sul divano ci stringevamo l’un altro e io sentivo il suo odore, che sapeva di conforto, così familiare da farmi smettere di pensare a qualsiasi cosa. Fuori pioveva, pioveva sempre durante quell’autunno balordo.

“Dove vai?”

C’era del rimprovero e della sorpresa nella domanda.

“A fare due passi”

Finalmente aveva smesso di piovere e io, con addosso una felpa col cappuccio prestata ai tempi del liceo e mai più restituita, volevo fare due passi. Il grigio chiaro della strada lastricata, ancora bagnata dalla pioggia, brillava al chiarore dei lampioni gialli e dietro le gocce che avevo sugli occhiali la luce del semaforo era un alone rosso sfocato. Qualcuno lassù nel cielo doveva ancora decidere il da farsi e nel frattempo nuvole veloci passavano sopra la città, con uno spicchio di luna che spuntava in un angolo defilato della scena.

“Tu cosa ci vedi?”

“Una gobba bianca che forse crescerà o forse no. Non mi ricordo mai la cosa della gobba”

“ Io invece ci vedo una palla blu. E con un piccolo pezzetto bianco in fondo”

“Non ha senso: la luna è bianca, non è blu”

“Quella non è mica la luna. E’ un pezzetto tondo di cielo che non sa ancora che fare da grande”

Simpatici quei due bambini che stavano alla fermata del bus. Le madri erano poco lontano, ricurve sui cellulari e con i volti illuminati da notifiche, post e messaggi a cui dover subito reagire.

Ritornato a casa lei mi aspettava per abbracciarmi. Era tutto ancora più dolce, più bello, più caldo. Mi ero spogliato e tornato ben presto in plancia di comando sul divano. Poi il crollo, il coma e tutto il resto.

Da qualche tempo non ho più un lavoro: ho messo da parte qualche risparmio, poi si vedrà. Il divano è la mia casa e cavoli, sapeste com’è bello vivere su questo divano. Fuori continua a piovere e ora io e lei possiamo stare sempre insieme, ovviamente abbracciati. Ormai ho smesso di contare i cartoni della pizza accatastati in cucina, esco di rado, con i soliti amici, per andare nei soliti posti e, quando non è affatto tardi, le nostre facce stravolte convengono su come sia molto tardi e rincasiamo piuttosto presto. Chissà se anche loro a casa hanno chi li aspetta, io mi sento molto fortunato, ci penso mentre la pioggia ticchetta sul vetro e l’episodio che sta passando in tv è lo stesso che ho visto due o tre settimane fa.

L’altro giorno mi sono svegliato intorno alle 11, intontito più del solito, credo a causa delle tante birre scolate la sera prima. Non sentivo piovere fuori, c’era un silenzio strano a cui non ero abituato. Dopo aver rumorosamente tirato la cinghia della tapparella ho scoperto l’arcano: nevicava. Il boschetto sotto casa sembrava di cristallo, come in quelle terribili palle di vetro che compro sempre, o meglio lo facevo quando viaggiavo. Ho aperto la finestra, ho respirato e nel naso, nella testa, nella bocca e poi in tutto il corpo ho sentito un vivo brivido freddo. Poi ho iniziato a camminare in una strada bianca, dove lo scricchiolio dei miei piedi sul manto nevoso era l’unico rumore nell’aria e quando sono tornato a casa non l’ho guardata, seppure sapessi benissimo che lei mi stesse aspettando come al solito. Ho fatto le valigie, anzi proprio gli scatoloni perché ho deciso di trasferirmi e dopo qualche settimana, in una casa ormai svuotata da ogni ricordo era rimasta solo lei, che poi lei è una coperta dai tanti spicchi colorati. L’ho presa in mano, piegata e riposta in una scatola dove con un pennarello nero ho scritto varie.

Ora sono su un aereo, in viaggio verso la mia nuova città e vicino a me un bambino dorme, avvolto in un tiepido plaid che la mamma gli ha messo addosso poco fa. La donna lo guarda, sorride come solo le mamme sanno fare, e intanto lo accarezza su una guancia con dita leggere. Io mi volto a sinistra, verso l’oblò, e vedo che in fondo al cielo, tra un mare di luce e di nuvole, c’è un piccolo spicchio di luna. O forse è un pezzetto tondo di cielo, non so. Aspetterò che il mio vicino si svegli per chiederglielo.

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