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La Leva Calcistica della Classe '68


“Siamo ormai giunti al 13esimo minuto del secondo tempo supplementare della finale della coppa del mondo, il risultato è sempre fermo sull’uno all’uno. Partita che sembra bloccata e si aspetta solo il triplice fischio per andare alla lotteria dei calci di rigore. Ma seguiamo quest’azione veloce sulla fascia, il numero sette scarta agevolmente un difensore, poi un altro, dribbling ubriancate, in area di rigore potrebbe provare il tiro ma viene messo giù! Calcio di rigore. Calcio di rigore. Per l’arbitro non ci sono dubbi, indica deciso il dischetto. E adesso la domanda che gli sportivi di tutto il mondo si stanno chiedendo è: calcerà proprio lui.”

Lui. Lui ha sentito il fischio. Lui ha avuto paura. Quattro anni fa no, quattro anni fa era sicuro che quella palla fosse entrata e quando l’arbitro aveva fischiato, beh aveva il cuore che esultava già, pronto a correre verso i compagni e gridare qualcosa della serie campioni del mondo! Già perché quattro anni fa il suo rigore era l’ultimo della serie dei cinque. Se la palla fosse entrata, beh avete capito. Ma andò diversamente. E ora lui, Nino ha paura. Le grida dei centomila spettatori arrivano ovattate, non sente, non sente più niente, nemmeno il compagno di squadra che lo sta tirando su, lo abbraccia e gli chiede:

“Te la senti?”

E Nino ripensa al suo primo mister, quello con i capelloni che gli arrivavano al sedere. E che un giorno gli disse Forza Nino non è mica da questi particolari che si vede un calciatore.

Nino ha il sudore, freddo, che gli scende lungo la schiena. Non c’è molto tempo, ancora qualche istante, giusto perché l’arbitro ha il suo bel da fare a calmare quel maledetto di un difensore. Nino l’ha fatto ammattire per tutta la partita, l’avrà saltato almeno dieci volte, e per almeno il doppio lui ha insultato la madre, i figli, persino il padre che non c’è più. Ma d’altronde Nino lo sa, il calcio è anche questo. Fatto di calciatori tristi, di gente che non ha vinto mai, innamorati della stessa donna che in fondo non hanno amato mai. Ma forse quest’oggi tutto è destinato a cambiare. Forse lui sbaglierà il calcio di rigore e forse i campioni saranno gli altri. Forse quel rigore non lo deve nemmeno calciare.

Nino suda sempre di più, ha le mani sui fianchi, lo sguardo sconvolto, fissa il vuoto.

“Sette, batti tu?” Gli chiede con autorità una voce, da dietro.

Sembra proprio la voce del mister. SI chiamava Enzo. La domenica mattina caricava i suoi leggendogli discorsi di Fidel Castro. Niente di così particolare, dopotutto erano gli anni settanta. Già. Se non fosse che i suoi, erano bambini di dieci anni. Categoria pulcini, girone F. Nino giocava per l’Indipendente, una squadra dal nome altisonante, figlia di un quartiere venuto su una quindicina d’anni prima a forza di gru e cemento. A Mister Enzo quel ragazzino che camminava come se fosse un uomo faceva impazzire. E Nino l’aveva capito fin dal primo momento.

“Allora sette?”

No, Nino non può tirarsi indietro. Il pallone è già sul dischetto, ce l’avrà messo qualcuno dei suoi. Sente le ultime grida degli avversari dietro di sé. Davanti, c’è il portiere con due braccia enormi, che si muovono minacciose come le ali di un’aquila. No, Nino non guardare gli direbbe Enzo. Allora lui abbassa lo sguardo ma il richiamo della porta è troppo forte, fissa un angolino, poi un altro. Gli sembra di venire inghiottito da quel rettangolo bianco. Gli manca il respiro.

Fischia l’arbitro.

Forza Nino, un calciatore lo vedi dall’altruismo, dalla fantasia e dal coraggio.

Arriva al pallone con una rincorsa lenta, quasi cammina. Cammina come un uomo, l’uomo che è diventato il calciatore più forte del mondo. Ma il cuore, ora come allora, è pieno di paura.

Tirò senza guardare. Nino tirò e la palla volò a mezza altezza, angolata. Ed il portiere la lasciò passare.

Puoi ascoltare questa e altre storie tratte dalle canzoni d'autore italiane sul podcast Storiautorato:

https://open.spotify.com/show/12U6akTX0iwZqszResRIgT?si=HrYHIPOxSi-O434nVdSBxg

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