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La Cattiva Strada


Una luce pallida si insinuava dietro a dei finestroni incrostati.

Su panche mangiate dai tarli sedevano uomini con baffi pettinati all’insù, secondo la moda del tempo. Le donne, avvolte in lunghe gonne e con in testa delle cuffiette bianche, erano tutte ammassate su di un lato dell’aula. Frammenti di polvere volavano in un’aria pregna di attesa e sudore. Mentre il pubblico ministero sfogliava delle carte, l’assistente fissava con cupidigia la catenella dorata che spuntava dalla toga.

Alle dieci spaccate tutti si alzarono in piedi. La porta sotto la scritta La legge è uguale per tutti si aprì. Il giudice, un uomo unto e stizzito, entrò accompagnato da due guardie robuste. Fece alcuni passi incerti sulla pedana di legno, poi con un secco colpo di martello decretò l’inizio della seduta.

L’imputato aveva capelli ricci e castani, una pelle biancastra, occhi neri e profilo francese. Si era dichiarato colpevole fin dalla prima udienza, facendo ben presto desistere l’avvocato di ufficio a qualsiasi ambizione di carriera con quella causa, ipotesi peraltro assai remota fin dall’arresto. Le prove a suo carico erano schiaccianti: l’uomo era stato scoperto in flagrante da una domestica del conte Von Hindenbug, intento a prodigarsi in atti osceni con la povera contessa. La deposizione della testimone aveva riscosso particolare interesse, specie quando non aveva lesinato particolari nel descrivere l’incresciosa e appassionante unione carnale. Gli uomini presenti avevano scosso la testa, interdetti, soffocando un certo languore provenire dal basso ventre, e pure più in giù. Le donne, ammutolite, bramavano di particolari, incantate dinanzi a un mondo nuovo e sconosciuto.

Come da prassi, il giudice lasciò la parola a difesa e accusa per le dichiarazioni finali. Il pubblico ministero si tirò su i pantaloni per non stropicciarli, quindi si alzò in piedi e dopo essersi schiarito la voce iniziò la sua impeccabile requisitoria. Considerata l’efferatezza del delitto non vi erano dubbi: si doveva ricorrere al massimo della pena. L’ammissione di colpa dell’imputato, tardiva e avvenuta solo a crimine svelato, non doveva certo ingannare. Il vile e increscioso gesto perpetrato avrebbe turbato a lungo la vita della contessa, vittima sacrificale di una forza bruta e violenta, contro cui l’esile e gentile indole della donna nulla aveva potuto. E che dire del conte, la cui onorabilità era stata ferita nel profondo. L’impiccagione in pubblica piazza – concluse il magistrato – è pertanto la sola conclusione possibile, necessaria a ripulire l’orgoglio di tutti noi uomini di buona volontà e sani principi.

Compiaciuto dalla consueta eleganza dialettica del magistrato, il giudice si lasciò andare in un mezzo sorriso, prima di lasciare la parola alla difesa. Con voce troppo bassa per farsi sentire da tutta l’aula, l’avvocato difensore si limitò a evocare la pietà dei signori della giuria, pur consapevole della gravità del gesto del suo assistito.

“Niente da aggiungere, avvocato?”

“No, ho concluso vostro onore”. Ma mentre quello si sedette, l’imputato si alzò.

Moi je l’aime, votre honeur.

Al sentire l’inaudito slancio del cuore gli uomini borbottarono sdegnati. Le donne sospirarono.

Il giudice richiamò l’ordine in aula, e si rivolse quindi ai giurati. Dodici uomini, dodici rispettabili uomini di famiglia, tutti impazienti di concludere al più presto la pratica per tornare agli affari correnti. Il presidente, a preciso ordine, parlò. Considerata la piena unanimità già raggiunta tra i membri della giuria, chiese se fosse possibile emettere fin d’ora il verdetto, evitando la prevista riunione in camera di consiglio. Seppur tentato dall’idea, il giudice non accolse la richiesta, la procedura andava sempre rispettata.

Il presidente sbuffò, e così fecero in molti nell’aula.

Poi lui arrivò.

Si diresse con passo sicuro verso la corte, scontrandosi contro schiene e spalle dei presenti. Una volta trovatosi davanti alla balaustra, la scavalcò. Finalmente dinanzi alla giuria, al cospetto del presidente, lo baciò sulla bocca. Quindi fece lo stesso con tutti gli altri giurati. Dodici baci schioccanti su ventiquattro labbra screpolate e indignate. Le guardie, attonite, non mossero un dito, nonostante lo sbraitare del giudice.

Dopo, tra il silenzio più assoluto del pubblico e l’ira feroce del giudice, lui fece un ampio e rispettoso inchino all’imputato.

“Adesso è più normale. Adesso è meglio, adesso è giusto che io vada.”

Uscì dall’aula e i giurati, a bocca aperta, lo seguirono.

Quando la sera le guardie li ritrovarono qualcuno gli chiese perché erano fuggiti con lui. Loro, con lo sguardo assente, dissero che quel bacio aveva un gusto dolce e irresistibile. Come le fragole.

L’imputato fu giudicato colpevole e impiccato qualche giorno dopo in pubblica piazza.


Lui suonava una canzone poco lontano. Quando tutto finì prese la chitarra, la ripose nella custodia e si incamminò alla testa di regine, diciottenni alcolizzati, piloti dispersi e dodici giurati.Se ne andarono tutti, sulla cattiva strada.


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