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La altura que sofoca


Quattromilaseicentonovantesei metri sul livello del mare.

Mica bruscolini, specie per uno che, da qualche tempo, ha una certa paura dell’alta quota. Ed è vero, la testa gioca brutti scherzi lassù. Gira, prima di tutto. Poi picchia forte, ti senti stordito. E allora con il naso, la bocca e qualsiasi altro poro della pelle reclami altro ossigeno. Non ti basta mai, come la voglia di vivere in certe persone, di andare a vedere cosa c’è oltre.


L’Ecuador, altissimo centro del mondo. Dove le persone si fanno più timide, e i bambini stringono forte a sé il pallone, quando gli chiedi di farci due palleggi.


Alzi la mano chi conosce qualcosa di questo paese. Io, no di certo. E, per timore di non vedere abbastanza, avevo persino messo da parte l’ostinata tendenza di non studiare la mia prossima meta. Sull’Ecuador avevo letto articoli, guardato video, contrassegnato sulla mappa i posti dove andare. Crearsi una familiarità, questa è la reazione dell’uomo davanti all’ignoto. Ma, prima ancora, viene la paura, il disagio, come quello che avvertiamo subito dopo passati la frontiera. Un ragazzino prende a sassate un cane randagio, reo di aver abbaiato un po’ troppo. Due tipi poco raccomandabili fumano sul bus e, all’uscita della prima città di confine, Ibarra, la polizia ci rivolge domande con tono prepotente.

Cosa sei venuto a fare qui? Quanto ti fermi?

Come il camminatore che indugia alla prima salita, bisogna serrare il fiato e andare oltre. A Otavalo troviamo strade perfettamente pulite, che si aprono su piazze illuminate a giorno, con giardini curati e sontuosi. Ci fermiamo a mangiare in uno spiazzo di ghiaia, con ai lati casupole di legna e una musica allegra nell’aria. Non fosse per la temperatura, assai fresca, e i cartelli in doppia lingua – spagnolo e quechua – si direbbe che siamo in una sagra da estate italiana. Il volto accomodante, brutalmente sincero e autentico dell’Ecuador per noi avrà sempre le sembianze di uno che viene dalle Canarie. Si chiama Adrian, per molti anni ha servito l’esercito spagnolo e, dopo essere scampato a un attentato in Afghanistan, investe i soldi del suo vitalizio viaggiando. Sentiamo la sua parlantina veloce, inspessita dal fumo delle sigarette, la mattina, mentre facciamo colazione. Lui si accorge dei nostri sguardi incuriositi e ci rivolge parole di inaspettata dolcezza: “E voi da dove venite, queridos amigos?”.

Non passa nemmeno un’ora e già camminiamo col nostro hermano latino sui bordi di un cratere estinto, per le mappe si chiama laguna Quicocha. Per i nostri occhi è un lago azzurrissimo, con due isole proprio nel centro. Nel resort che sorgeva su una delle due viveva un orso, attrazione turistica per i visitatori. Quando scoppiò un incendio la povera bestia fu abbandonata al suo destino, e ora il ricordo dell’animale rimane nell’effige del parco naturale della laguna.

Non c’è tempo per intristirsi, nemmeno quando è il momento di salutare Adrian.


Quito ci attende come una bella sorpresa da scartare in un giorno di sole. L’ignaro tassista non lo sa che non mi accontenterò certo dei posti convenzionali. Se Quito è davvero alla “mitad del mundo”, io voglio andare dove, bussola alla mano, tutti i numeri cardinali indicano lo zero assoluto. A fare la strada sterrata, piena di sassi, Pedro si agita. Ha la giacca sbottonata, ogni tanto si porta la mano sul cuore. Quando finalmente arriviamo in cima alla montagna, dove il centro del mondo è segnato da una piramide di pietra, lui si guarda intorno meravigliato. Non c’era mai stato. Il tempo di fare la discesa, ritornare indenni verso l’asfalto e Pedro mi guarda, sollevato anziché arrabbiato, e grida: Ce l’abbiamo fatta, Señor!

Ma l’agitazione rimane nell’aria, gli studenti sono usciti prima da scuola per poter vedere la partita della nazionale. Ci porti a vederla con te, Pedro? Lui prima dice di no. Poi smuove la testa e borbotta che da queste parti c’è un detto: anche se la casa è piccola il cuore è grande. Grandissima la voglia di urlare da parte dei tassisti che affollano la veranda di una casa bianca, sul ciglio di una strada fangosa. Dodici persone intorno allo schermo, e almeno venti birre stappate. Al pareggio – meritatissimo – dell’Ecuador la gente grida, impreca, sbatte le mani sul muro, com’è giusto che sia. E noi italiani a rodere dentro: perché ci hanno privato di tutto questo?

Ancora inebriati dalla partita (e pure dalla birra), ci ritroviamo al cospetto di Quito quando quasi ci eravamo dimenticati di lei. La Virgen del Panecillo, imponente statua in pietra bianca da un lato e, dall’altro, le austere guglie neogotiche della basilica nacional. Nel mezzo, un centro storico fatto di salite e discese. Affolato di turisti che, per fortuna, non ce la fanno a scalfire lo spirito della città, a nascondere i volti della gente del posto, i botteganti che sistemano orologi per qualche dollaro e i venditori di empanada con “queso y aire” (formaggio e aria). E quando il cielo diventa azzurro, a vederla dall’alto, Quito emana luce propria. Dentro c’è il bianco delle sue chiese, il celeste degli edifici, e pure il grigio delle strade insudicaite dal traffico. Quito è la persona giusta capitata nel momento sbagliato, con cui in altri tempi mi sarei fermato volentieri a parlare, e di cui un giorno mi sarei ritrovato innamorato.

Ma voglio andare avanti, come se qualcuno o qualcosa dicesse che il meglio deve ancora venire. Di certo non a Tena, un paesone che sembra uscito dal Far West, con un’unica strada su cui si affacciano barbieri, fast food e gli immancabili taller (meccanici) per le moto.


Baños, invece, è smentire quanto credevo fino ad oggi: un luogo può essere turistico e pure piacevole. Merito, forse, delle sue montagne intorno, che quasi sembrano aprire e non occludere la vista verso il vulcano Tungurahua. Gigante dai profili morbidi, tondi. Con una spruzzata di neve sulla cima a dargli una parvenza regale. A Baños rispunta Adrian, in compagnia di un nuovo compagno di viaggio. Si chiama Ivan ed è tutto il contrario del viaggiatore canario. Uno è loquace, a volte quasi spaccone, estroverso e sicuro. L’altro è timido, ha un sorriso che acquista forza ascoltandolo. E spesso, anziché alla voce, preferisce affidare le sue emozioni alle parole scritte. Adrian e Ivan, due mondi diversi e bellissimi. Due realtà che sanno coesistere e arricchirsi l’una dall’altra. E poi Baños, per me, rimarrà una sveglia prima dell’alba. Un bus pieno di gente che va a lavorare nei cantieri lungo la strada mentre io, fortunato, ho il privilegio di aspettare il sole su di un crinale erboso. Quando sorge, tutto si tinge di un’aurea magica e ancestrale, tanto da farmi uscire lacrime e pensieri pieni d’amore.


La nostra prossima destinazione sarebbe un’altra laguna, Quilotoa, ma prima decidiamo di pernottare in una paese chiamato Zumbagua. Qui, a dire sono italiano, si fa un figurone. Merito di due connazionali che anni fa aprirono un ospedale, oggi punto di riferimento per la popolazione locale. E qui, in questo disordinato agglomerato di case, rispuntano le lacrime, seppur trattenute. Fabiola è la signora dell’ostello che ci accoglie con il suo cappello portato con orgoglio sul capo. Ha il volto tondo, porta una gonna lunga e sorride gentile. Ad agosto ha perso il figlio in un incidente stradale. La determinazione nell’andare avanti si è fatta pertugio, fessura da cui trapela luce nel buio del dolore. Merito di Mateo, il nipotino che ora conta sulla nonna per affacciarsi sul mondo.


Eccolo ancora qui, questo Latinoamerica di gente che busca la vida e a volte pure la perde. Di vecchi sdentati che si avvicinano per fare due chiacchiere ma di cui non riusciamo a capire una parola. Di una natura che, in Ecuador, raggiunge livelli da estasi, perché è questta l’emozione che si prova nel ritrovarsi dinanzi alle cascate del Pablon del diablo. Un getto travolgente di acqua che, al contatto col suolo, crea un piccolo mare di onde agitate, difficile da contenere in uno spazio così angusto.


Eccolo, il Latinoamerica che scorre dietro a un finestrino, mentre raggiungiamo la frontiera lungo l’ennesima strada polverosa, per cui è meglio tenere il finestrino chiuso. Il bus arranca ma non si ferma mai, tra foreste tropicali e paesi in cui non arriva il segnale del cellulare: sarà per questo che ci si sente più leggeri?


Ed è questa la sensazione che si prova sul Monte Pichinca, sopra Quito. In quei quattromilasettecentonovantesei metri c’è tensione, riscatto, avventura. Un’onda emotiva così lunga da volerla cavalcare un’altra volta. Perché di questo paese porterò, dentro al mio zaino dei ricordi, le ventiquattro ore passate sul rifugio Urcu Wasi. Al cospetto di un ex-vulcano che ora di mestiere fa la montagna più alta dell’Ecuador. Si chiama Chimborazo e, per via del rigonfiamento dell’ecuatore, la sua vetta è il punto più lontano dal centro del mondo. Per arrivare alla sua base ho provato paura nera, convinto che il cuore potesse smettere di battere da un momento all’altro. Ho pianto di gioia e gratitudine, vedendo dissolversi fantasmi alla luce di un’alba meravigliosa. Ho capito che, come dice la canzone, la altura sofoca. Ma è grazie a quel respirare affannato che si abbandona il superfluo. Scompaiono i finti problemi, i pensieri pesanti.

Nei polmoni, così come nello sguardo e nell’anima, c’è solo lo spazio per respirare un cielo bellissimo.

Azul clarito.

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