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Kazbegi, la mia Mecca in Georgia

"How are you my friend?" Jesse, il nostro oste, spunta intorno alle dieci di mattina, con la mano si massaggia la nuca, ieri notte l'ho salutato intorno all'una piuttosto euforico, ho perso il conto di quanti bicchieri ha tracannato dal nostro arrivo. "Horrible man", mi risponde lui con due occhi affaticati. Poi, sospirando, aggiunge: "It's an hard profession to be Georgian". Mi metto a ridere, lui fa altrettanto e solo in quel momento mi accorgo della birra che tiene in mano, la sua colazione. La partenza da Gudauri ha il sapore della sfida e dell'incertezza, non sappiamo se la strada per arrivare al passo montano di Jvari, circa 2.700 metri di altitudine, sarà aperta, ieri a cena si vociferava di una valanga che l'ha tenuta chiusa per tutta la giornata, ecco il motivo della fila interminabile di camion che abbiamo visto allineati. Chiedo ragguagli a Jesse, lui ci pensa un attimo e dice: "I think the road is closed", poi guarda fuori dalla finestra e cambia idea: "No, no it's opened! Or maybe not.." Scrolla le spalle, butta giù una sorsata di birra, io lo ringrazio, pago la stanza e ci mettiamo in macchina, il modo migliore per scoprire se la strada è aperta è solo una: percorrerla. Il sole che fin dall'alba campeggia nel cielo è di buon auspicio, si va! Saliamo lungo una striscia di asfalto sporca di ghiaia mischiata a sale che scorre in mezzo a una vallata bianchissima, la neve sui monti è vaporosa come dei batuffoli di cotone. Entriamo in gallerie più buie di qualsiasi notte, per fortuna le luci sul tetto della nostra auto ci rendono più luminosi di un vascello spaziale. Superato il passo inizia la discesa, con una certa sorpresa scopriamo l'esistenza di paesi nemmeno troppo piccoli in questa terra del nulla, lontana quasi tre ore da Tbilisi, sulla strada che porta verso il confine con la Russia e la regione ribelle della Cecenia. Perchè stiamo facendo tutto questo? Qualcuno ha detto che per essere felici ciò che conta non è la destinazione ma il viaggio in sè. Sono parzialmente d'accordo. Perchè se è vero che in questi giorni, così come in tanti altri viaggi passati, i momenti più belli sono stati quelli più imprevedibili, sarei un bugiardo nel dire che prima di partire non avessi già in mente di arrivare in un luogo preciso. Succede sempre così quando decido di andare da qualche parte, a volte è per via di una foto, altre per un racconto di un amico che ci è già stato, sta di fatto che un posto, solo uno, diventa la mia Mecca del viaggio e, come tale, non posso permettermi di mancarla. Nel caso della Georgia si tratta della Chiesa di Kazbegi, sorge su un colle sopra l'abitato di Stepashminda, ed è lì che siamo diretti, ed è questo il motivo della nostra piccola follia quotidiana. A Stepashminda arriviamo intorno alle undici, siamo già stati avvisati che gli ultimi cinque chilometri per giungere alla chiesa sono pressochè infattibili, parcheggiamo e ci mettiamo subito d'accordo con un tassista per portarci in cima. Lui è un vecchietto con due spalle robuste e una pancia generosa, ha il volto segnato da rughe profonde che trasmettono tutta la durezza dell'inverno. In corrispondenza degli occhi ha due fessure sottili che sprigionano un azzurro così forte che quando si gira verso di noi ne rimaniamo incantati. La strada è ripida, stretta, ghiacciata, con un uso sapiente del controsterzo il nostro autista si inerpica senza paura lungo tornanti sempre più tortuosi, dopo una ventina di minuti arriviamo su un pianoro spazzato da forti raffiche di vento, la neve si solleva in dei vortici bianchi. "Stiamo navigando", dice mio fratello con espressione divertita, e in effetti la neve arriva alle portiere, e quando ormai mancano poche centinaie di metri rimaniamo bloccati. Proviamo a liberare le ruote con mani, piedi niente da fare. Vorrei rimanere con il vecchietto per aiutarlo ma lui ci fa capire di non preoccuparci, arriverà presto un suo collega a trainarlo. Con un vento che quando si alza è micidiale, camminiamo in obliquo su un sentiero ricoperto dal ghiaccio, gli scivoloni non mancano e le risate neppure. Una breve salita lungo la collina e poi ci siamo, siamo finalmente arrivati alla chiesa di Kazbegi, la mia Mecca di questo viaggio in Georgia. L'avevo già vista tante volte in foto e tante altre me l'ero immaginata ma la realtà è sempre diversa. Davanti a noi una fila ininterrotta di montagne si lancia verso il cielo, tutto è ricoperto di neve, fa un freddo assurdo, nella pianura sotto di noi l'abitato di Stepashminda emana un certo calore umano ma per scaldarci abbiamo bisogno di ben altro. Dopo un giro veloce entriamo nel tempio, ad accoglierci c'è un sacerdote ortodosso, che nonostante la lunga barba riccia non avrà nemmeno trentanni. E' di poche parole, ma con un gesto eloquente ci fa capire che siamo i benvenuti. Tra affreschi dipinti più di un millennio fa, in un tepore che stride con il gelido che abbiamo lasciato oltre alla porta, avvertiamo un silenzio assoluto, tra i più intensi che io mi ricordi. Viene interrotto solo dal vento, che a intervalli costanti sibila tra le fessure del finestrone dell'abside. Torniamo verso il nostro mezzo, nel frattempo liberato dalla neve, il vecchietto dagli occhi azzurri ci riporta sani e salvi al parcheggio. Quando gli lascio qualcosa di più rispetto al prezzo pattuito mi guarda con un'espressione tra il riconoscente e il sorpreso, forse si aspettava che mi lamentassi per il piccolo incidente. Prima di andarsene ci saluta con un colpo di clacson, e intanto io cerco di ripensare ad ogni dettaglio di quanto appena visto, perchè non c'è foto, video o racconto che possa trasmettere ciò che vediamo con i nostri occhi, e dovrei ricordarmene più spesso invece di fare decine di fotografie tutte uguali. Nel pomeriggio puntiamo finalmente verso la capitale, Tbilisi, di cui ho una prima veloce impressione la sera, ma di questo parlerò domani. Ora, mentre fisso le luci della città dietro alla finestra dell'ostello, ripenso alla chiesa di Kazbegi, alla mia piccola Mecca, a quel silenzio assoluto interrotto da un vento che sibila.

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