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Home again

"Home again, home again One day I know I'll feel home again" Ho ascoltato questa canzone qualche giorno fa, quando ero ancora intento a vedere, annusare e sentire posti nuovi, come ogni viaggio richiede. Ieri mattina c'è stata la mia ultima scoperta, quella della sorprendente Mezquita di Córdoba. Chiesa, moschea, cattedrale, o più semplicemente tempio di Fede, dove Islam e Crstianesimo sono così vicini quasi da sfiorarsi, suscitando negli occhi e nell'animo sorpresa, gioia, meraviglia. E, ironia della sorte, si trova a pochi metri dal quartiere ebraico della città. Già, viaggiare vuole dire abbandonare gli ormeggi dell'abitudine e aprirsi davanti a qualcosa di inaspettato, e fare in modo che perlomeno un pezzetto dell'emozione suscitata dal nuovo rimanga con te, che tu possa raccontarla agli altri e possa essere così stupefatto da quanto visto da poter dire "ci devi andare". Per farlo però bisogna tornare a casa. Back home. C'erano e ci sono motivi logistici che mi hanno portato, ieri pomeriggio, a scendere alla stazione di Madrid Atocha, non lo nego. C'è però anche un altro motivo, più intimo, per il quale volevo tornare in questa città, ed era per vedere che effetto mi avrebbe fatto. Eppure, pensavo ieri mentre la metro sfrecciava tra Sol e Tribunal, è passato troppo poco tempo da quando me ne sono andato, perfino un eterno romantico come me è costretto ad ammetterlo. Le strade, i bar, gli angoli scoperti nelle mie interminabili passeggiate non fanno altro che farmi sentire un leggero solletico al cuore, niente di più. E allora che senso ha tornare, ora, a Madrid? Stamattina vagavo senza una meta precisa per uno dei tanti immensi corsi della città, quelli che a Parigi chiamano boulevard. Distratto dai miei pensieri mi sono ritrovato davanti a una folla chiassosa di studenti universitari, che in un attimo si sono riversati sulla strada, paralizzando il traffico e attirandosi qualche borbottio di vecchiette con la borsa della spesa. É una giornata stupenda oggi a Madrid, c'è un sole caldo e un'aria fresca, quasi fredda. E i ragazzi davanti a me sembravano essere i primi a godersi tutto questo. Sorridevano con quell'espressione spensierata che associamo alla gioventù, perché poi pare che invecchiando non saremmo più capaci di farlo. Erano belli, bellissimi, nel loro scherzare, gridare, ridere. C'era qualcuno che si accendeva una sigaretta atteggiandosi un poco, poco più un là un gruppo di ragazze con la pelle ancora abbronzata, tenevano stretti al petto i libri di testo. Il vento le scompigliava i capelli, cosicché loro ogni tanto si portavano d'istinto una mano sul viso, e intanto continuavano tranquille a parlare. In quei ragazzi, in quel vivere così sereno, leggero, mi sono rivisto. Qualche mese fa, a percorrere le stesse strade, con due baffetti buffi sopra la bocca e senza una precisa idea su quale sarebbe stato il mio futuro. Solo, e solo con la convinzione che era quello il posto dove vivere in quel momento. Con una fede nei piccoli grandi segnali che la vita, ogni giorno, riserva, come quando stavo per trovare lavoro in una gelateria passando per una strada che non dovevo nemmeno percorrere o quando ricevetti una telefonata speciale proprio mentre avevo la penna in mano per firmare il contratto di casa. Mi sono commosso, mannaggia a me, mi sa che è uscita pure qualche lacrima, per fortuna che i ragazzi erano troppo presi dalle loro chiacchiere per farmi caso. E mentre avevo ancora la gola annodata ho capito che era lì, in quel momento, su quel marciapiede, davanti a quell'universitá, che era iniziato la seconda parte del viaggio. Meno lunga del primo ma altrettanto importante. In spagnolo tornare si dice volver, che vuole dire pure cambiare. Un viaggio ti cambia, o forse ti rende soltanto consapevole di qualcosa che stava già avvenendo dentro di te ma fino a quel momento non avevi avuto la forza e la voglia di ascoltarlo, un po' come quando eri piccolo e avevi la soluzione a un problema ma venivi ignorato dagli adulti solo perché eri un bambino. In queste due settimane sono tante le cose che ho capito e, lo ammetto, non credo ne sarei stato capace da solo. Avevo bisogno del mare che spumeggia sulle scogliere di Cabo de Roque, della solitudine a un bar di Lisbona, di Rui che mi raccontava la sua storia, dei teli bianchi sui tetti di Siviglia, spiegate come vele. Della luce dorata di Cadice, del casino di Malaga, l'incanto di Granada. Il canto nostalgico di un vecchietto a Cordoba, mentre gli amici lo ascoltano in silenzio, commossi. Piccoli pezzetti che mi hanno portato a tante riflessioni e che, ne sono certo, continueranno a farlo. Poi però ci sono anche i pezzetti che già conoscevo e che per fortuna non cambiano mai. Come il cielo sopra Madrid, anche oggi così scandalosamente blu, così rassicurante nel suo essere infinito. E che inizia a farmi sentire a casa.

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