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Come una madre


Fabrizio De André diceva che non poteva scrivere canzoni sul Genoa, perché era troppo coinvolto. Fortunatamente non ho lo stesso problema, anche perché con Fabrizio non la pensiamo allo stesso modo in quanto a tifo. Ma a pensare alla città di cui ho l’onore di condividere i natali con lui, beh allora capisco molto bene il problema.


Genova è una città che non si fa piacere. In una parola, è discreta. Discreta come noi genovesi, discreta come la luce che filtra appena e malvolentieri nei vicoli, anzi i carruggi del centro storico. Genova non detta il ritmo della tua vita, ti lascia fare. Già perché Genova ti aspetta sempre, come un vecchio amore da cui tornare nei momenti più bui. Non fa domande, non ti giudica, ti accoglie. Genova e il suo mare e Genova è il mare. Perché è dal mare, come dice una canzone di Fossati, che tutti dovrebbero vederla almeno una volta. Dovrebbero avvistare quel luccichio lontano nel buio che precede l’alba, e riconoscere la Lanterna. E poi vederla sfilare, mentre scorre leggera e appare regale, superba per uomini e per mura, il cui sol aspetto, come dice Petrarca, la indica signora del Mare. Genova è dare per scontato di vivere a pochi passi da angoli di paradiso, come dice la targa dentro un ascensore che dal centro porta al belvedere più conosciuto della città. Genova è tutto un salire, è il fiatone della signora con i sacchetti della spesa che gli tagliano le braccia. Genova è tutto uno scendere, lungo scalette scavate nella roccia per raggiungere il proprio scoglio.

Sono i quartieri operai di ponente, che hanno dato un futuro a migliaia di operai e che ora continuano a interrogarsi sul proprio presente. A volte Genova è anche un dolore in silenzio, composto ma non per questo meno straziante. E’ un ponte crollato come le nostre certezze, e un altro ricostruito con le nostre speranze.

Genova sono i turisti che rimangono sorpresi dal trovare tutto chiuso la domenica, certi si lamentano, altri ci rimangono male, pochi capiscono. Genova è non ostentare, quasi nascondere la bellezza. Scoprire tesori nascosti dentro a palazzi a cui non abbiamo fatto mai caso, e poi custodire gelosamente il segreto. Genova sono i giorni di pioggia quando poi esce il sole, e bagna di una luce accecante e dorata i tetti d’ardesia. E’ il nostro accento cantilenato, pieno zeppo di quei belin che non sono un esclamazione o un modo di dire, ma una filosofia di vita. E’ la mattina presto, quando dal promontorio di Portofino spunta una luce fioca e dorata, e capiamo che sarà una bella giornata. E’ arrivare alla fine della nostra passeggiata a mare, di cui, diciamolo, andiamo molto fieri. Superare una chiesetta sulla destra, infilarsi giù per una strada ricoperta di ciottoli rossi, una creuza. Trovare le case colorate e incrostate di Boccadasse sempre al loro posto, e sentirci rassicurati. Genova quando sei giovane a volte la odi, perché non offre terreno fertile alle tue ambizioni. Genova quando te ne vai ti manca, e non vedi l’ora di tornare. Poi quando ci sei, torni a lamentarti, perché Genova è anche il mugugno. Per molti che ci vengono a vivere Genova è una lenta scoperta. Una città che pensavano fosse normale, ma che ogni giorno gli lascia qualcosa di speciale, dentro di loro. Infine arriva il giorno in cui se ne devono andare, e scoprono di amarla.

Genova, diceva Fabrizio, è come una madre.

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