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Abbiamo altri piani per lui


Nel 2011 volevo andare a vivere in Australia.


L'azienda mi ci aveva mandato in trasferta e continuava a rinviare il mio rientro. Così avevo preso la palla al balzo e in una video conferenza con il grande capo del tempo avevo espresso il mio desiderio. Lui mi aveva risposto contrariato, quasi stizzito. Parlava con un forte accento toscano e aveva la voce perennemente rauca, il ché rendeva difficile comprenderlo. Ma quella frase l'avevo capita benissimo. «Non scherziamo, Matteo torna in Italia. Abbiamo altri piani per lui».

Mi sentivo come un bambino che viene fatto scendere dopo non aver fatto nemmeno un giro di giostra. Rassegnato, ero ben presto tornato alla solita vita di ufficio. Era dicembre. I giorni convulsi prima della chiusura natalizia, quando si lavora il triplo del normale, come se non ci fosse un domani e tutto diventa questione di vita o di morte. Quel giorno ero all'aeroporto di Napoli, di ritorno dalla solita trasferta settimanale. Una preziosa ed effimera boccata d'aria rispetto alla noiosa, immobile routine genovese. Quando avevo visto il nome sul telefonino mi ero preoccupato. In Italia ero tornato a essere uno come gli altri. Anzi, nemmeno quello, visto che avevo un contratto interinale assai traballante. Perché mai il grande capo doveva chiamarmi?

-Pronto?

- Matteo, mi ha detto il capo dell'ingegneria che c'è un gran casino. Non ho capito, non hanno le risorse, io non ce la faccio a coordinare tutto da qui, mi sono rotto le scatole.

La voce rauca straripava di stress e nervosismo. Parlava veloce e afferravo una parola su tre. Ma, anche questa volta, capii ciò che doveva essere capito.

-Ci vuoi sempre andare in Australia?

Com'è quella storia che davanti alle decisioni importanti bisogna soppesare i pro e i contro? Che occorre pensarci bene, prendere tempo. Sono tutte balle.

Due settimane dopo ero su un volo di sola andata per Perth. Ancora non lo sapevo, ma "i piani" avrebbero fatto sì che vivessi in quella sperduta città della West Coast per quasi tre anni.

Ho smesso di pensare che sia tutto un caso. E mi sono pure arreso all'evidenza: non siamo fautori del nostro destino, come invece avevo argomentato tempo addietro in un tema alle superiori.

Accolgo. Qualunque cosa succeda, qualsiasi persona entri nella mia vita. Accolgo, nei limiti del possibile, le gioie e i dolori. Il cambiamento, di qualunque forma o sostanza. Accolgo ma non subisco. Ogni giorno, tutti noi, siamo tempestati da segnali. Come un viandante in marcia verso la sua meta, dovremmo dargli il giusto valore, eppure non lo facciamo quasi mai. Continuiamo cocciutamente ad andare verso una direzione che non è più la nostra. Siamo costantemente alla ricerca di qualcosa con cui distrarsi, così da non sentire i nostri malesseri.

Quando qualcosa non va ho mal di pancia. Niente di trascendentale, nessun fascio di luce che irrompe in un cielo grigio a indicarmi la via. Bastano dei crampi – peraltro assai fastidiosi – la mattina presto per capire che è ora di cambiare.

Così ho compreso che la vita di ufficio non facesse per me. I primi mal di pancia li ho avuti in Australia, il luogo dove avevo sognato vivere e che era nel frattempo divenuto casa mia. Dopo il primo periodo di entusiasmi ero un animale tormentato. Sottoposto a uno stress insostenibile, lenivo la sofferenza con i complimenti dei superiori o con dei lunghi fine-settimana in spiaggia o in giro per l'Australia. Pensavo che non ci si lamenta di un lavoro di prestigio, pure ben retribuito. Pensavo pure che quel mal di pancia fosse normale, capita a me così come agli altri. Invece era un segnale, come se qualcuno mi stesse dicendo: se vuoi, c'è un altro piano per te.

Negli ultimi tempi ho imparato tante cose. Per esempio, che non occorre sempre fare qualcosa. A volte basta desiderare e aspettare. Come quella volta in cui mi chiamò il grande capo.

Per contro, ho anche imparato ad agire quando necessario. A stravolgere tutto, pur trascinandosi dietro inevitabili sofferenze e lacrime.

Ho compreso che, in nome dell'amor proprio, a volte bisogna lasciarsi tutto e tutti alle spalle. Non c'è nulla di male nel partire, persino fuggire.


Quel giorno di dicembre i miei piani del tempo si stavano avverando. A ripensarci provo gratitudine, la stessa che avverto quando sono in viaggio, e i miei occhi abbracciano luoghi che avevo sempre desiderato vedere. Non ho la minima idea di quali siano i miei piani per il futuro. So solo che stanno lì fuori, da qualche parte, ad aspettarmi. Sebbene non ne conosca la forma o la sostanza, saprò riconoscerli: saranno quelli che mi fanno sorridere.

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