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Vivere il vissuto


Amo tornare nei luoghi già visti, forse è un segno della vecchiaia che incalza. "Vai qui a sinistra!", grido ad Ornella mentre il sole si abbassa sul mare di Stintino, e la cosa più sensata sarebbe arrivare alla Pelosa per tempo. Ma prima io voglio tornare in un luogo. Oggi ha il cancello semichiuso, la navetta che portava al mare è mestamente parcheggiata a un lato della strada. Riconosco il furgoncino, è lo stesso che guidavo io, la data sulla targa dice 2002, aveva già sei anni a quel tempo, oggi invece ne ha diciotto, è diventato maggiorenne ma sembra già pronto per la pensione. Il logo sulla portiera è sbiadito, così come l'insegna dell'hotel. Quando ci arrivai la prima volta, a bordo della Polo scassata di nonno Carlo, erano gli ultimi giorni di maggio del 2008. Mi sentivo il cuore battere a mille, la gola secca, sul cruscotto c'era attaccato il post it scritto dalla mia ragazza, poche indicazioni per raggiungere il posto una volta sbarcato a Porto Torres. La stretta di mano con il direttore, la consegna dei documenti alla reception, oddio vedranno che sono giovanissimo e penseranno che sono un incapace! L'arrivo dei primi ragazzi dello staff, l'ultima mia estate da capo animatore, prima di fare "cose da grandi". Ancora non lo sapevo, ma l'estate successiva l'avrei passata dietro a una scrivania, a riempire di notizie il sito Internet di una TV locale. Pochi mesi ancora e poi avrei iniziato a lavorare nelle risorse umane di un'azienda, sette anni che mi avrebbero totalmente assorbito anima, mente e cuore. Il 2008 no, nel 2008 ero ancora un ragazzo con i suoi sogni e le sue insicurezze. Con un senso di responsabilità eccessivo per l'età, con tanti punti fermi nella testa, forse troppi. Era come se mi avessero già detto che non ci si potesse più divertire fino in fondo. Terminata la grande scorpacciata dell'infanzia iniziava un'altra fase, fatta di tanto sudore, qualche lacrime e un po' di riconoscenza. Un'età in cui tutti, io in primis, eravamo assillato dal "dover dimostrare". L'anno a Stintino non fu il migliore della mia carriera da animatore. Una clientela difficile, un'equipe numerosa. Io che anziché allentare la presa, lasciare che la gente si divertisse un poco, mi aggrappavo strenuamente al rispetto delle regole. Per chi le infrangeva non c'era altra strada se non quella delle punizioni, con quelle robe assurde tipo mettere le sedie per lo spettacolo. Tornando indietro non lo farei. E se potessi entrare nel retropalco, vedessi quel capoanimatore con la mentalità di un quarantenne dentro a un corpo di un ventenne gli direi: "E mollaci! Vuoi mica fare la fine della ncassata scassata e abbandonata sul ciglio dello strada?"

Crescendo ho imparato che non si può tornare indietro. Invecchiando sto scoprendo quanto sia bello. Perché scopri che tutto ha un incastro, tutto succede quando deve succedere. Prima di tornare verso Ornella cammino lungo la recinzione del villaggio, gli oleandri sono stati lasciati crescere indisturbati e non si vede niente al di dietro, io che pensavo si potesse avvistare il palco, quel palco dove ogni sera presentavo i miei ragazzi. Dall'altra parte della strada c'è una collina incolta, piena di arbusti. La brezza mi regala l'odore della Sardegna, che non è solo mirto, non è solo mare, non è solo sole, ma è tutta questa terra. Respiro con convinzione, cerco di buttare quanta più aria possibile nei polmoni. Il profumo svanisce, sorrido. Amo tornare nei luoghi già visti per ripensare al vissuto. E riscoprirmi innamorato più che mai del mio vivere.

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