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Un pedazo de Tierra

Verde, innanzitutto.

Quello solo intravisto a Bogotà nell’ultima mattinata trascorsa nella capitale e poi persino agognato a Zipaquirá. Verde che non è solo simbolo di natura ma pure di intimo benessere, respiri profondi. A oltre cento metri sottoterra, in una cattedrale scolpita nel sale, di claustrofobia non si soffre. Avverto invece l'agobio, in italiano traducibile con fardello, oppressione. Un tempio religioso che dovrebbe essere custode di pace e silenzio in cui invece rimbombano le voci di due conduttori televisivi. Poco più in là, oltre le tre navate della Cattedrale, ci sono bar, gioiellerie, persino un cinema 3d. Va da sé che quando riemergo da questa commercializzazione spinta la brezza della sera è motivo di sollievo e pure inconsapevole premonitrice. Il giorno dopo arriviamo nella provincia del Boyacá, le Ande assumono la forma di colline gentili. Il cielo, dal grigio opprimente di Bogota, torna a essere azzurro, intervallato da bianchi e innocui nuvoloni.

Poi c'è il senso del viaggio. Che non è solo meditazione, astrazione dal mondo quotidiano, ma pure tanta, benedetta spensieratezza. In una partita a ping pong per esempio, tra le pareti colorate di un ostello in cui sembriamo gli unici a parlare, imprecare. Due giorni prima, sempre a Zipaquirá, abbiamo elemosinato un po' d'acqua in un autolavaggio, e giù a ridere mentre ci laviamo ascelle, denti con pentolame vario. Il viaggio é una gallina comprata per pranzo, chiedo per pietà di staccarle la testa prima di mangiarla. In viaggio si conoscono GianDaniele e David. Il primo con un passato in Italia, felice di parlarci delle bellezze del suo paese in cui è finalmente tornato a vivere con la sua bella ragazza. Il secondo che ci subissa di domande su come si vive in Australia, in Europa. Sono in un momento della vita in cui mi sento perduto, ci dice. Grazie a loro conosciamo pure Rogelio, parroco di Villa de Leyva. Leggete Cervantes, spiega con voce profonda. Capirete che il suo spagnolo è quello che si parla in Latinoamérica. Quello di Spagna no, si è contaminato. Sempre Rogelio ci fa notare che le case qui seguono lo stile andaluso, perché da quella zona della Spagna provenivano i primi conquistadores. Loro, a sua volta, influenzati dagli arabi. Ecco il motivo di queste case con il patio all’interno, e il pozzo nel mezzo a simboleggiare la sacralità vitale dell’oasi nel deserto.

Acqua, quindi. La prima pioggia di solito scende per l’ora di pranzo. Se si è fortunati fa compagnia durante uno spostamento in bus, o magari se ne sente il ticchettio mentre si mangia in un ristorante che, sospetto, ha aperto solo per noi. Può sorprendere in mezzo alla foresta, e quando la felicità per il profumo di petricore diventa un pensiero pesante, come saranno i nostri vestiti perché inzuppati, ecco Macaya e Wix. Lei ha i capelli orgogliosamente grigi e due occhi che si illuminano a ogni sorriso. Wix è un'artista, animo libero e lontana da ogni convenzione, sfuggente a ogni giudizio. Devota alla vita, in tutte le sue forme.

Acqua, ancora. Invece di scendere dal cielo viene giù dalla roccia e si rompe in una fragorosa cascata. il gelo nel tuffarsi poco lontano, ci si sente pervasi da un'energia primordiale e dimenticata. Acqua che scorre veloce a fianco degli edifici in stile coloniale di Mompox. Ci addentriamo lungo il Rio Magdalena e la vediamo fondersi con la terra, le piante, gli alberi. Acqua tranquilla, che viene scossa solo quando i bambini vi si tuffano. Sui loro volti una gioia di cui forse noi abbiamo dimenticato l'esistenza.

Magia. Negli occhi chiari, quasi trasparenti, di una donna che mi chiede dei soldi per l'operazione che sta rimandando da tanto tempo. Una truffa? Pazienza. Ci siamo sorrisi, scambiandoci complimenti per la bellezza dei nostri sguardi. Le luci dei locali di Mompox di notte fluttuano sul Rio Magdalena, e davvero non capisci più cosa sia vero e cosa fittizio. Ma, in fondo, che importa.

E allora si torna da dove siamo partiti. Dalle campagne simili ma mai uguali a quelle a cui siamo abituati in Europa. Dalle fattorie invase dall'acqua nelle paludi del Bolívar, un uomo taglia un ramo di un grosso albero con un machete. Salutiamo questa seconda parte di Colombia attraversando una strada fangosa, con bambini che pedalano su biciclette scassate e altri che scherzano e ridono sul cofano di un'auto abbandonata. C'è un'atmosfera da estate nel Sud Italia, mi dice Alessandro. Poi passa qualche minuto e mi tira un urlo: senza accorgermene stavo finendo in mezzo a un gruppo di cavalli che per qualche motivo trotterella ai fianchi della strada statale. La sala d'attesa del bus è una gabbia pulita, lasciamo ben presto sul pavimento intonso le nostre orme sporche di fango. La notte è oltre il vetro trasparente, affogata in un caldo umido di cui non sentiamo più la presenza perché anestetizzati dall'aria condizionata. Il Latinoamérica è quella notte, sono le campagne ora ricoperte da un buio fitto. Gli uomini e donne che da lì a breve si alzeranno per lavorare, come hanno sempre fatto e come continueranno a fare, se glielo permetteremo.


Il Latinoamérica, un pedazo de tierra que vale la pena.

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