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Un giorno così

Rumore di ferraglia, ruote di ferro scorrono sicure sui binari. La manovella va prima a destra, poi a sinistra. Sbuffo dei freni, si apre la porta. Stop. Il traffico di una mattina qualunque è lontano, luci di auto fanno brillare goccioline di pioggia sui vetri. Silenzio, e qualche voce. Un bambino attaccato al petto della madre si agita e le braccia sembrano i tentacoli di un polpo, la sorellina gli accarezza la testa e se la ride. "Bom dia". La n è nasale, il dia invece è cantilenato. L'autista del tram saluta contenta le amiche che salgono alle fermate di sempre, ma appena un turista distratto si dimentica di timbrare il biglietto una voce squillante lo riprende. Scendo, Lisbona mi guarda in fondo a una salita, sotto a un cielo di un giallo spento che forse sarà presto grigio. Nonostante lei fosse lì, desiderosa di attenzioni, oggi sono di nuovo scappato. Sintra é un paesino immerso in una foresta che solo perché emana odori familiari non la chiami giungla, e ciononostante più volte mi è venuto da cercare qualche scimmietta dispettosa. Sulla collina c'è un castello che mi ricorda quello della Lego che avevo da piccolo, a incastrare i mattoncini dei torrioni mi immaginavo a percorrerli. Oggi l'ho fatto e mentre raggiungevo la torre più alta non facevo caso alle orde di turisti, tutti intenti a fotografare e non guardare. Io continuavo a dire "pazzesco, pazzesco" e qualche volta credo proprio di averlo esclamato ad alta voce. Le stradine del paese poi mi hanno fatto uscire di testa. Sampietrini costeggiati da muri spessi da cui penzolano fiori colorati o fronde di alberi dai tronchi rugosi, questo è ciò che più si avvicina alla mia evasione ideale di viaggio. C'è campagna, rustico, natura. C'è lo spirito del borgo intatto, basta prendere la prima deviazione fuori dalla strada principale per ritrovarti così facilmente solo, fuori dalla pazza folla. E poi se stai a sentire bene sai che in fondo (ma proprio in fondo!) a quelle strade c'è pure il mare. Non si vede ma lo sai, lo intuisci dall'aria che tira, come quando l'ho sentita per la prima volta dopo un mese di Cammino. Quando infine lo vedi scopri che è un mare disteso, enorme. Mare che sai non essere mare. Si perde a vista d'occhio, l'oceano, ai lati non ha bisogno di nessun braccio di terra a proteggerlo, lui è un anima libera e ribelle, ormai sto imparando a conoscerlo. A Cabo da Roque, il punto più in là di tutta l'Europa, inizia dove la terra finisce. C'è scritto così, ai piedi della croce sul promontorio, e fidatevi che detto in portoghese ha tutto un altro fascino. Qui il mare inizia, ma fondo lui non si è mai fermato a fare risuonare sassi su una spiaggia ad un centinaio di metri più in basso. E intanto sbatte su un faraglione imponente che lo sovrasta. Chiudi gli occhi e lui continua a parlare, leggero, monotono ma per nulla noioso. Il vento passa sopra la testa, sferza il viso, accarezza i capelli e ti sembra di volare, su quell'oceano bello quanto il mare. Ci sono giornate in cui passeranno le settimane, i mesi, gli anni, e a ripensarci ti chiederai come hai fatto a vivere tutte quelle emozioni in così poco tempo. Giornate che finiscono dove sono iniziate, a bordo di un tram che sale lento lungo l'Alfama. A rileggere il mio diario sento un po' di malinconia, quella che a volte spunta senza avviso né spiegazione, come quando ridi a crepapelle e poi ti fermi di improvviso. Ora scendo, non la guardo ma intanto so già che lei sarà sempre li.

Ci vediamo domani, Lisbona.

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