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Un genovese in Galizia


Un genovese arriva in Galizia dopo il Cammino, con gli ultimi barlumi di gioia per il mese più incredibile della sua vita ormai alle spalle, e con davanti a sé tanti dubbi su cosa fare, dove andare. Ci arriva con una certezza, quella di voler continuare a camminare, perché il vero cammino inizia alla fine.

Un genovese arriva in Galizia dopo un mese di campi di grano che diventano onde gonfiate dal vento, di abbracci sinceri, di baci sotto un tetto bagnato di pioggia, di lacrime prima di un'alba, di amici e chitarre, tutti sdraiati sotto un sole di maggio.

Un genovese arriva in Galizia e poi se ne va, perché la sua casa in quel momento è a Madrid, eppure basta il rumore dei clacson e il soffoco dell'estate alle porte per fargli capire che è ora di cambiare, un'altra volta. Così quando l'opportunità si presenta tramite un compagno di cammino lui non ci pensa due volte, giusto il tempo di lasciare due valigione piene di abiti e nostalgia invernale nella casa che per prima lo accolse e poi di nuovo su un treno, di nuovo a Santiago, questa volta senza passare dalla cattedrale ma a bordo di una macchina, che l'aspetta nel piazzale della stazione.

Un genovese arriva in Galizia e, dopo tanto tempo, torna a lavorare. Quel lavoro fatto di sudore, fatica, colleghi da aiutare, da cui imparare. Da insultare, abbracciare, scherzare.

Un genovese arriva in Galizia e si ritrova in sella a uno scooter, per strade profumate di eucalipto e di vacanze in Sardegna da bambino, il mare che brontola poco lontano. Sorride mentre cammina lungo i vicoli sporchi di Finesterre, dove gradini grigi portano a barche azzurre, cullate dallo sciabordio lento dell'acqua.

Un genovese arriva in Galizia e per la prima volta nella sua vita si trova dall'altra parte del bancone di un bar. A 31 anni suonati gongola soddisfatto quando impara a fare i cappuccini, e mentre passa lo strofinaccio giallo sullo sfiato della caffettiera ascolta le storie dei poveri diavoli che si avvicendano davanti a lui. Gente di mare, con un passato di viaggi, donne, figli e chissà quale presente. Tutti gli parlano in una lingua cantalenata, a lui ricorda qualcosa.

Un genovese arriva in Galizia con un'idea, un progetto. La voglia, ancora una volta, di dimostrare a tutti e forse anche a sé stesso di riuscire a riacciuffare quel treno che, da più di dieci anni, lo aspetta ad una stazione. Solo che il genovese che arriva in Galizia comincia a capire che forse tutto questo non è ciò di cui ha bisogno. Lo pensa, prima timidamente e poi sempre più forte, come il rumore delle onde che si rincorrono sulla sua spiaggia preferita, di una vasta bellezza come solo aveva visto prima in Australia, anni fa. Continua a pensarlo mentre si dispera per una giornata di troppo lavoro, di dispetti. Lo pensa mentre la sera, finito il lavoro, capisce davvero cosa sia la solitudine. La felicità è dentro a noi stessi, e ciò di cui abbiamo bisogno non è in qualcosa o in qualcuno, ma laggiù, negli anfratti nascosti dell'anima, pensa. Ed ecco perché, dopo due anni che i suoi occhi sono tornati a brillare (o almeno così pare, secondo la sua mamma) ora lui, ogni tanto, sente scintillare anche lì dentro. Nella sua infinita e a tratti folle ricerca, forse è arrivato il momento di fermarsi un poco. Per sentire ancora più forte il profumo di boschi e rugiada la mattina, quando il paese è avvolto in una foschia densa, da cui trapela una luce fioca ma certa. Per farsi sussurrare all'orecchio tutta la bellezza del mondo da un mare che, di notte, non ha voglia di andare a dormire. Per imparare ad aspettare, qualcuno o qualcosa, e intanto strabiliarsi ogni giorno da quanto meravigliosa sia la vita.

Così un genovese arriva in Galizia, e a volte la malinconia di casa lo sfianca, in fondo ora vive sopra a una spiaggia di ciottoli piccola e stretta, sembra la "sua" Boccadasse. E quando al ristorante dove lavora arriva gente di Genova, persone che pure l'hanno visto in tutt'altri tempi, quando lui era un bimbo che andava all'asilo, deve correre fuori, lontano da quegli occhi chiari che lo chiamano per nome e che lo fanno piangere.

In fondo questa ragione apra e sincera inizia e finisce con le stesse lettere della sua città. G e A.

Intanto, un genovese arrivato in Galizia questa mattina si sveglia, i gabbiani planano sulla spiaggia infinita da dove ieri, felice, guardava il posto che ora si chiama casa. E mentre il mare scorre lento sotto la finestra e il vento muove le tende, lui sente la gioia per un presente che, questo sì, non può aspettare di essere vissuto.

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