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Un brivido lieve



La chiamo la prova del brivido.


È il modo per capire quanto un libro mi abbia segnato. Se arrivato alla fine, nel leggere le ultime parole, sento un brivido attraversarmi la schiena, allora il libro diventa compagno di vita.

Ogni tanto vado persino oltre. La prima volta che mi sono commosso è stato per "Un Uomo" di Oriana Fallaci. Non avevo nemmeno vent'anni e mi ero ritrovato il libro sul comodino, dopo un rarissimo litigio con mia madre. L'avevo iniziato con spirito accigliato, per poi ritrovarmi ben presto totalmente fagocitato nella lettura. A notte fonda, giunto ormai alla fine, tanti minuscoli aghi mi punzecchiavano la schiena. Con gli occhi bagnati, ero rimasto ancora qualche istante a godermi il momento, ripromettendomi di ringraziare mia madre, cosa che feci puntualmente il giorno dopo.

La seconda volta è stata più recentemente. Era l'inizio del 2020 e nutrivo grandi progetti. Tra tutti, il più grosso si chiamava Sud America, un volo di sola andata per Buenos Aires e una vaga ma persistente idea di avventurarmi in quella parte di mondo per un po' di tempo. Reclamavo libertà, senza rendermi conto che già quella di cui disponevo non era affatto poca. O forse no.


Libertà. Non ce n'è più. Io lo continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur nella apparente enorme libertà di comprare, scopare, di scegliere fra i vari dentifrici, fra le quarantamila automobili, fra i telefonini che fanno anche la fotografia. Non c'è più la libertà di essere chi sei. Perché tutto è già previsto, tutto è già incanalato e uscirne non è facile, crea conflitti.


Ho conosciuto Tiziano Terzani attraverso queste parole. Il libro si chiama "La fine è il mio inizio" ed è una lunga, toccante conversazione con il figlio Folco prima di andarsene. Prima che, come diceva lo stesso Terzani, si potesse finalmente liberare di un corpo ormai malconcio, ostacolo all'inizio di un nuovo viaggio. Alla fine del libro le lacrime erano sorte spontanee, e nemmeno solo alla fine. Mai mi era capitato di sentirmi così grato a un uomo che non conosco, morto quasi vent'anni prima. Un uomo, Terzani, di cui mi era stato già fatto il nome tempo addietro. "Leggilo, vedrai che ti aiuterà", mi avevano detto. Ma i libri sono appunto come le persone, arrivano al momento giusto, basta saper aspettare e, intanto, proseguire per la propria strada. Terzani mi ha insegnato a mettere in dubbio la nostra società, i pilastri intoccabili su cui crede di poggiarsi. Terzani è l'incoraggiamento a porsi delle domande, sempre. È la costante, affannata ricerca verso una ritrovata spiritualità, in nome della tolleranza e dell'accettazione.


Ti auguro di tutto cuore di trovare la pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte.


Si concludeva così una lettera rivolta ad Oriana Fallaci nel 2001. Dopo le torri, dopo il fanatismo islamico, dopo la rabbia e l'orgoglio della scrittrice, toscana pure lei. Ma il messaggio di Terzani era all'opposto dello sdegno di cui la Fallaci, volente o meno, si era fatta portabandiera. Terzani aveva trovato la forza di invocare – incredibile ma vero - l'amore, di vedere in quella tragedia una grande opportunità, perché si poteva rigettare con forza ogni tipo di estremismo e fare della diversità fonte di ricchezza, nutrimento vitale per un mondo finalmente più equo. Parole al vento. Ma, in fondo, credo che a Terzani il vento piacesse molto, magari se ascoltato nel suo luogo del cuore. Chiunque si sia avvicinato ai libri ne apprezza l'infaticabile anima di viaggiatore. Ma, allo stesso modo, sa che nel suo eterno migrare c'è stata una costante.


Sono partito per Orsigna venerdì pomeriggio. A Genova il mare era una lastra di cristallo, e all'orizzonte sfumava in un celeste sbiadito. Dinanzi all'ennesima – seppur temporanea – partenza, mi sono sentito quasi in colpa. Ma è stato solo un momento, e sul treno verso Viareggio già chiacchieravo con una signora. "Fai bene ad andare", mi ha detto. "Queste cose bisogna farle, altrimenti poi si invecchia e si rimane col rimpianto".

Non credo sapesse dove fosse l'Orsigna, né tantomeno conoscesse Terzani, ma non importa.

A Pistoia sono arrivato quando era già buio. Forse noi italiani lo diamo per scontato, ma insieme alla pasta, all'amore, alle poesie, dovremmo andare orgogliosi di come facciamo le piazze. Questo è ciò che ho pensato giunto a Piazza del Duomo, slargo di sconfinata, storica bellezza. Poco prima, era stato il momento dello stupore per la coincidenza. "Co", che viene dal latino "insieme" e "incidenza", inteso come avvenire. Sovrapposizione di punti, piani, figure. A Pistoia si sono contrapposte due figure, una era dentro di me e l'altra era davanti ai miei occhi. Una freccia gialla, su sfondo blu. Se ne stava scolpita su un grosso cippo di pietra, di quelli che durante il Cammino ne incontri a migliaia. Da sempre importante crocevia tra Roma e Santiago, Pistoia ha recentemente rilanciato il suo ruolo di città dei pellegrini. E io, che ovviamente nulla sapevo di tutto ciò, ho sorriso.



A cena ho conosciuto Checco, che forse si sarà intenerito nel vedermi entrare nella sua osteria tutto solo, ma sta di fatto che si è seduto con me, raccontandomi del figlio chef a New York, e sfottendomi per la cadenza genovese, con quel modo sornione di prendere in culo che solo i toscani sanno sfoggiare. Sono stato al gioco e, in onore alle tradizioni, al momento di pagare Checco mi ha fatto pure un generoso sconto. "Torna a trovarmi, belin!", mi ha detto mentre ci siamo fatti un grappino al bancone.

Sabato mattina mi sono svegliato intorno alle sei.

Per arrivare all'Orsigna ho preso un treno in cui eravamo in due a bordo, tre col capotreno. Giunto a Pracchia sono salito per quattro chilometri lungo una monotona strada d'asfalto, rifiutando pure un passaggio da parte di due ragazze. Ci volevo arrivare a piedi, gustarmi il paesaggio e il suo lento mutare. Perché all'inizio la valle dell'Orsigna è una fessura di sbieco e poi, come una porta secondaria a cui nessuno aveva fatto caso, si spalanca su faggi e castagni. Ci si sente presi per mano dallo scroscio lontano e costante del fiume e, se è una bella giornata, si vede proprio in fondo alla valle, nel suo punto più in alto, una montagna fatta a piramide. La vetta è di un bel verde intenso, ricoperta dall'erba che, per l'occasione, aveva un pizzico di neve sul ciuffo.

Gloria, la proprietaria di un ristorante con la scritta "albergo" tanto minuscola da vederla appena, mi ha accolto in una sala da pranzo illuminata dal sole. Dallo zaino ho tolto tutto, se non i panini comprati poco prima e la borraccia con l'acqua. Poi, mi sono messo in marcia verso la montagna a piramide. Salendo, il bosco si è fatto di un marrone più vivo, erano gli abeti. La neve è cresciuta d'altezza, fino ad arrivarmi allo stinco, e ha fatto sì che ben due bastoni si rompessero mentre li appoggiavo al terreno. Il terzo no, il terzo è tornato con me a Genova.

Giunto in cima ero estasiato, come spesso mi accade in montagna. Ho osservato con gratitudine altre montagne degli Appennini spuntare dal consueto mare di nuvole. Poi, mentre mi accingevo a raggiungere un altro picco poco lontano, mi sono fermato ad ascoltare il rumore del vento. Ero in un punto più riparato, ma ho sentito ugualmente ciò che aveva da dirmi. Sette parole, sette consigli, sette modi di vivere il Viaggio.

Scava

Trova

Sogna

Scrivi

Perdona

Lascia

Ama



Per tornare in paese sono sceso lungo un'interminabile strada forestale e, finalmente in albergo, ho dormito beatamente prima di una cena sontuosa. Primo, secondo, contorno e dolce. Senza sentirmi in colpa, senza sentirmi solo, senza la necessità di collegare i dati del cellulare.

Domenica il tempo è cambiato. Fin dalla mattina grossi nuvoloni si arrovellavano sulle colline sotto al paese, sospinti da un vento sempre più forte. Domenica, anziché camminare, ho passeggiato. Sono pure rimasto seduto a lungo sull'erba, a sentire il sole accarezzare la pelle, ad ascoltare i rumori del bosco. Per puro caso mi sono ritrovato davanti alla borgata già intravista il giorno prima. Una radura con un prato verde e qualche chiazza di neve dura a morire. Delle case colorate ammassate l'una sull'altra, come a tenersi caldo. E, ancora, un'asse di legno assicurata con una corda a un castagno, per farci l'altalena. Poco lontano un signore studiava con cura il punto migliore per fare un falò, e quando gli ho detto che dopotutto anche oggi era una bella giornata mi ha risposto: Davvero!



Al termine della strada asfaltata, poco sopra la borgata, c'era un cartello di legno.


Il sentiero di Tiziano.


Dovevo essere parecchio emozionato perché, nel ripensarci, non ricordo poi molto della strada percorsa. So che prima dell'albero ho visto le bandiere tibetane. Tanti lembi di stoffa colorata che si muovevano al ritmo del vento. Quando la brezza si faceva più forte, allora iniziavano a suonare i sonagli, in un allegro scampanellio che ancora mi pare di ascoltare. Poi c'erano braccialetti, collanine, lettere, pietre, ringraziamenti. La gente ci ha lasciato un po' di tutto, dall'albero con gli occhi. E a vedere quella presenza discreta di tanti uomini e donne, ho ripensato a Terzani all'Orsigna. I suoi libri, le sue foto col volto sorridente e i lunghi baffoni, sono in un angolo del negozio di commestibili. O tra due credenze del ristorante, appena rischiarati dalla luce fioca di un abat-jour. Quando ho chiesto a Gloria se lo conosceva, lei si è limitata di dirmi di sì, e davanti a quel bel sorriso ho desistito a fare altre domande. Così, davanti a quell'albero, ai sonagli che tintinnavano, ho solo toccato per qualche secondo l'occhio incastonato nella corteccia. Credo che Terzani ce l'avesse messo lì per ricordare che tutto ha un'anima, tutto è dotato di spirito. Ho avvertito una piacevole sensazione di godimento interiore, come se arrivando fin lì avessi raggiunto un punto necessario della mia strada. Per questo motivo ho appeso a uno dei tanti spaghi il braccialetto del cammino, preso in Galizia quasi due anni fa. Subito sotto, in una nicchia, ho infilato con cura un bigliettino con alcune parole di ringraziamento. Poi sono tornato in albergo, ho preso la mia roba e sono sceso a fondovalle, dove il tempo era grigio e freddo. Ho ricollegato il cellulare, sono arrivate le notifiche, i messaggi e pure un po' di malessere. Ma ora, nello scrivere di questi due giorni all'Orsigna, ritorna immutata la brezza della domenica, la piramide erbosa del sabato. Mi sento, per un istante breve ma pieno, investito dall'energia di tutte le persone che trovano pace e conforto nel guardare il cielo, appoggiati al tronco rugoso di un albero.

"Sicché, ti si aspetta la prossima volta", mi ha detto Gloria prima di andare via. Mi guardava con due occhi clamorosamente azzurri, resi ancora più intensi per via della mascherina scura che portava sul volto.


E anche in quel momento è successo. Un breve, piacevole brivido mi ha attraversato la schiena.


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