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Tu no puedes comprar mi alegría


Non c'è acqua in ostello.

L'affronto con filosofia, sorseggiando un po' di caffè dalla mia tazza di latta comprata appositamente per questo viaggio. Alessandro é in piedi da un po’ e mi annuncia di aver scoperto un'altra espressione spagnola. Descompensacion horaria - jet lag. Mi siedo sul tavolo del patio, lui mi mostra le foto di Bogotà. Peccato per questa patina grigia, dice. Ed é vero, nella capitale colombiana l'azzurro è una chimera. Davanti ai palazzi coloniali della Candelaria, di colori talmente sgargianti da ammaliare pure un daltonico, mi sono chiesto come dev’essere tutto questo con il sole.

Bogotà si distende a lato di montagne che superano i 3000 metri. Qui le Ande hanno appena iniziato la loro discesa, l'epilogo è una terra che ora sussurro con timore, tanta è la distanza che ci divide dalla Patagonia. Da buon marittimo non rinuncio a cercare un vecchio amico, e salendo in cima al santuario di Montserrat scopro che il mare è la citta, distesa piatta e infinita di case. Disorientato, ripenso a Novecento, il formidabile pianista di Baricco che non vuole scendere dalla nave, perché non ne vede la fine. A Bogotá le onde sono i quartieri arrampicati sulle pendici delle montagne, con casupole grigie custodi di vita e miseria. Visitiamo il Barrio Egipto, e Carmen ci mostra subito dietro la chiesa una casa apparentemente uguale alle altre. Lì, fino a dieci anni fa, c'era la frontiera, limite invalicabile per chiunque non fosse del posto. Ora con Carmen possiamo addentrarci lungo la ripida salita, fiancheggiata da case affrescate con fantasiosi murales. E poi ancora più su, dove Bogotà è incorniciata tra le frasche di rigogliosi alberi tropicali. Carmen ci presenta due dei suoi figli. Vivono in una palafitta che si poggia sul terreno fangoso, e nello spazio tra i pali e il terreno appendono i panni ad asciugare. Vediamo il nuovo campetto da calcio, dove da qualche tempo possono venire a giocare i ragazzi al di là di un'altra frontiera, dove ancora si combatte e si muore. Carmen si commuove nel raccontarmi del giorno in cui suo marito non ha fatto più ritorno. D'improvviso ha dovuto diventare anche padre, e ha deciso di far parte di Breaking Borders, associazione il cui nome descrive più di mille parole la sua missione.

Di nuovo Bogotà, che soffoca con il suo traffico odioso, lungo cui bisogna però navigare per spostarsi da un luogo all’altro. Mi ritrovo al mercato di Paloquemado e non c'è grigiore che possa offuscare i frutti esotici esposti sugli scaffali. La mannaia dei macellai sconquassa ossa e carne di manzo. Poi ci si ritrova a mangiare caldo de pollo in uno dei tanti chioschi, pago meno di quattro euro alla signora per il mio lauto pranzo e lei mi dice te espero la próxima vez, mi amor. Il pomeriggio a Bogotà è annunciato dai tuoni, e i venditori ambulanti sulla Carrera Settima hanno il loro bel da fare a sistemare teli di plastica e ombrelloni scassati. La pioggia diventa subito acquazzone, che non intacca il fermento e l'incazzatura dei giovani. All'Università Nazionale sono seduti per terra davanti alla libreria intitolata a "Gabo Márquez", oppure ti gridano nelle orecchie: Comida Vegana! Accennano dei passi di salsa davanti a un tizio che vende arepa, e poi ci sono i neolaureati che fanno la fila per farsi la foto di rito in Plaza Santander, da tutti conosciuta come Plaza Che. Ed eccoli sorridenti e orgogliosi davanti all'obiettivo, con lo sguardo arcigno del comandante dietro di loro.

Resisto, luego existo. È scritto su più di un muro, e per i distratti c'è un gruppetto di giovani con bandiere rosse e della Palestina a ribadire il concetto. Distribuiscono volantini che inneggiano alla Revolución Obrera. Per maggiori dettagli, si può scansionare il codice QR in fondo alla pagina.

Bogotà si congeda con il verde brillante della Calera. Per arrivarci c'è una salita affrontata ogni giorni da numerosi ciclisti, poi ricompensati da un tuffo in una natura surreale, perché così vicina a questa metropoli. Anche se il sole non esce ci si sente meno grigi lo stesso, specie quando mi siedo davanti alla casa azul di Juan Carlos. "Giornalista per la vita", come si definisce, licenziato durante la pandemia e ora fiero agricoltore di un lembo di questa terra. Ancora Gabo Márquez che spunta, questa volta nei suoi ricordi, di giovane apprendista e di una riunione editoriale a cui presenziò persino "El Maestro", come lo chiamavano tutti. Un uomo timido, schivo e piccolino. Il suo mito per antonomasia, colui che gli ha fatto venire voglia di scrivere .

L'ultima faccia di Bogotà è quella tirata e rifatta dell'alta borghesia, con centri commerciali sorvegliati da poliziotti in cima a delle torrette. La gente ben vestita, profumata, che preferisce stare in fila anche mezz'ora per un taxi anziché uscire fuori dal recinto, dove la città povera e sporca continua la sua vita di affanni.

Lascio la metropoli con un sospiro di sollievo. Ma a rivedere le foto con Alessandro non posso che notare un sorriso grato e ben definito sul volto.

Che poi pure ci penso, uno a 35 anni magari appare ridicolo a farsi riempire pentole e secchi da un autolavaggio per procurarsi un po' d'acqua. Dovrebbe dedicarsi a ben altro. Ma sono come voci confuse, ben più lontane della distanza effettiva che mi separa da quella casa che è (anche) simbolo di pregiudizio e incomprensione.

Dai Ale, mandami questa foto, che devo scrivere il mio primo pezzo in Latinoamérica. Fedele all'idea avuta qualche tempo fa, il titolo sarà una strofa del pezzo dei Calle 13.


Davanti a quest'inizio così denso di gioia e sorrisi, con la bella sensazione di aver ritrovato, in pochi giorni, uno spirito ultimamente lasciato lungo la strada, non c'è che una frase che possa fare da prologo ai miei primi giorni in Latinoamérica.

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