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Tra morrinha e fernweh, io sostengo Pereira

Aggiornato il: 29 gen 2019


Per mesi un pensiero bellissimo mi ha fatto compagnia. Mi offriva rifugio nei momenti più tristi, quando nessun amico era in grado di consolarmi, e allo stesso modo lasciavo che mi rapisse quando, già felice, volevo toccare livelli di euforia ineguagliabili.

Io, a Genova, in giro nei vicoli. Da Piazza di Soziglia mi dirigo con passo svelto, quasi correndo, verso via Luccoli e in un lampo mi ritrovo davanti alla mia libreria preferita, rimane sulla sinistra salendo. Dentro non è tanto grande e proprio al centro ha una colonna di pietra grigia con tutte le guide turistiche appoggiate. I miei occhi iniziano a scorrere freneticamente da un titolo all’altro quando finalmente, tra tanti luoghi lontani, ne vedo uno assai vicino che per me significa tanto, tutto: Lombardia. She, come canta Elvis Costello. She, lei. Lei è la mia prima guida Lonely Planet, lei è la mia piccina, la prendo con fare deciso ma dolce e inizio a sfogliarne le pagine, poi premo forte col pollice per farle frusciare come le foglie d’autunno e ci metto dentro il naso per sentire l’odore che ha un piccolo sogno quando diventa realtà.


È da più di un anno che questo pensiero mi fa compagnia, più o meno ogni giorno e spesso per molte, moltissime volte in una giornata. Una delle prime deve essere stato al pronto soccorso, quando una dottoressa con capelli neri e occhiali tondi ha palpato la mia caviglia dolorante, mi ha messo una mano sulle spalle e poi mi ha detto:

«Nan, ti sei rotto il tendine di Achille».

«il tendine? Di Achille? Ma figuriamoci, queste cose succedono solo ai calciatori di serie A. No davvero si deve essere sbagliata, io non posso, io tra due settimane devo partire per scrivere la mia prima guida Lonely Planet!»

«Prova un po’ a fare come Roberto Bolle, mettiti sulle punte dei piedi».

Ha detto lei per scherzare, ma io non ridevo per niente e per fortuna che l’infermiera mi ha subito bloccato mentre stavo scendendo dal lettino. Quel giorno erano passate 48 ore da quando avevo firmato il mio primo contratto da autore Lonely Planet e quando sono tornato nella sala di aspetto non avevo il coraggio di guardare negli occhi a mia mamma, talmente ero sconsolato. Mentre poi aspettavo il mio turno per i raggi, con le lacrime forse già uscite, forse in procinto di farlo, ecco che, senza motivo, il pensiero bellissimo era venuto a trovarmi. Io, la libreria, la guida, il rumore delle pagine e tutto il resto. Da quel momento mi ci sono aggrappato con tutta la forza nei giorni più insignificanti, come quando per farmi la doccia fasciavo la gamba ingessata in sacchi di plastica. Lasciavo che mi portasse lontano mentre ero a bere con gli amici, intento a convincerli - e convincermi - sui progressi della fisioterapia, e a dire che tra poco si partiva davvero. Quando ho consegnato la mia parte di guida il pensiero è venuto a trovarmi con maggiore insistenza, sarà che tutto questo è coinciso con un momento non molto felice per me ma lui era sempre nella mia testa, e se passavo davanti alla libreria faceva talmente rumore da farmi venire male alle tempie.


Un giorno mi è stato detto che l’uscita della guida era rimandata di due mesi e io non ci sono rimasto male, good things come to those who can wait, e da impaziente cronico ho pensato che tutta questa attesa mi avrebbe fatto bene. Nel frattempo ho deciso di partire per Madrid, ho chiuso scatole, salutato case e persone, prenotato aerei, pensato al mio futuro qui in Spagna e poi, poi belin mi sono reso conto che così facendo avrei dovuto aspettare ancora. Niente libreria, niente fruscio di pagine, niente guida da prendere per le mani, almeno non ora. Sarà per questo che l’altro giorno, mentre arrancavo sulle stradine in salita della bella Toledo, ho sentito per la prima volta dal mio arrivo un po’ di morrinha. La nostalgia di casa, qualcuno poco tempo fa mi ha detto che esiste un termine anche in tedesco, heimweh. In spagnolo no, e ci è voluta una ragazza conosciuta poco prima per farmi conoscere questa parola dal suono dolce e aspro, proprio come la sua terra, la Galizia. La morrinha si è presentata a Toledo perché a un certo punto ho preso il cellulare per scattare una foto e sui social era un tripudio di notifiche degli altri autori Lonely Planet che celebravano la prossima uscita della guida. (31 di gennaio!) Tutti a guardarla, toccarla, chissà se pure odorarla. Io no, io quelle pagine non le potevo sentire frusciare e quando lei, la mia piccina sarà in libreria, io sarò qui. È difficile spiegare perché un episodio del genere provochi certe reazioni, sta di fatto che dopo pochi istanti ho pensato alla luce che si intrufola in certi caruggi la mattina, al sorriso di mio fratello quando mi dice la formazione della Samp prima della partita, al rumore del mare in Corso Italia il lunedì notte, con la passeggiata deserta. Morrinha. Quando arriva non puoi mica ignorarla, né tantomeno darti dello stupido se tutto questo succede a sole poche settimane dalla tua partenza, rischierebbe solo di farti più male. Per fortuna che in mio soccorso sono arrivati un giornalista portoghese e una nave. Lui si chiama Pereira, è il personaggio di un libro che avevo finito qualche giorno prima, tra una notte e una mattina, con le ultime pagine consumate in fretta alla stazione Sol della metropolitana, in compagnia di un ubriaco che dormiva come un bambino sulla panchina a fianco alla mia. Che tipo, quel Pereira. È a capo della redazione culturale di un piccolo giornale di Lisbona e la sua vita ha il gusto amaro di un passato felice e ora così lontano, sarà per questo che ogni giorno si sgola non so quante limonate zuccherate, lui che è obeso e pure cardiopatico. Pereira un giorno rimane colpito da un articolo di una rivista e contatta un giovane scrittore per offrirgli un posto al suo giornale. Sarà l’inizio di un lento risveglio, di un ritornare a dare un senso a tutta la sua vita. Pereira per me è ritrovare il coraggio di fare ciò per cui siamo al mondo, costi quel che costi.

Insieme a Pereira è arrivata una nave. Si chiama Clementine, è un cargo degli anni 30 che batte bandiera americana e su cui un giorno si imbarca un giovane con un sacco sulla spalla e una convinzione nel cuore: il mare sarà la sua vita e Clementine la sua casa, fino a quando sarà costretto a salutarla per sempre perché lei, Clementine, finirà i suoi giorni in mezzo al mare. My Clementine è un libro illustrato per bambini, con i disegni di un artista italiano, Roberto Innocenti. L’ho comprato subito dopo che Pereira si era congedato alla stazione Sol, e l’ho fatto alla Libreria Nicolas Moya, che è la più antica di Madrid e tra pochi giorni chiuderà i battenti, dopo ben 157 anni di onorato servizio. Troppo forte lo scintillio dei neon delle librerie moderne, ce n’è una anche a due minuti da qui, ha tutti i libri ordinati per genere e si possono consultare liberamente, senza la scocciatura di dover chiedere qualcosa a qualcuno. Ad accogliermi alla libreria Moya c’era invece un commesso dagli occhi stanchi, che sfregava con poca convinzione uno straccio con un vago odore di alcool. Chi per tutto questo tempo ha varcato la soglia della libreria sa bene che qui si trovano solo libri di medicina, veterinaria e, chissà perché, nautica. Io ignoravo tutto questo, ma lo strano abbinamento non mi ha indisposto più di tanto e, anzi, quando ho visto i disegni della storia di Clementine mi sono subito diretto alla cassa e poi mi sono compiaciuto del mio acquisto, sfogliandone le pagine su una panchina di Plaza Benavente, proprio davanti alla libreria moderna dagli scaffali ordinati. Tra qualche giorno – pensavo - nessuno potrà più annusare quell’odore di polvere e carta, e pazienza se il mio modesto contributo di venti euro non cambierà le sorti di una storia un po’ triste e un po’ amara.


Non ho più ripensato a tutto questo fino a quel pomeriggio a Toledo, quando mi sono immaginato Pereira a guardare Lisbona con le prime luci dell’alba mentre lui, sul ponte della Clementine, salpa per riprendere il viaggio della sua vita, ora che finalmente ne ha riscoperto il senso. Ho pensato che anche lui, Pereira, dovrà prima o dopo fare i conti con la morrinha, chissà quanto gli mancherà il Cafè Orquidea, lui che ci va ogni giorno per mangiare frittate e chiedere informazioni su cosa succede nel mondo. Le strade in salita di Lisbona, il tram 28, le limonate. Eppure in quel momento non è così, non c’è proprio lo spazio per la morrinha, c’è solo una forte attrazione per il nuovo, l’ignoto, per quel brivido forte e frizzante che si prova quando ci accingiamo a scrivere un capitolo nuovo della nostra vita. La ragazza della Galizia non mi ha detto se esiste un termine opposto a morrinha, ma qualcun altro mi ha detto che in tedesco esiste eccome, e si chiama fernweh. È un termine intraducibile in italiano, potremmo forse definirlo come la nostalgia della lontananza. Per me fernweh è quello che sente Pereira sul ponte della Clementine, e il fernweh, in fondo, è il motivo per cui io sono qui, e me ne convinco per l’ennesima volta mentre le colline brulle e ondulate della Castiglia sfrecciano leggere dietro al finestrino, sto tornando a Madrid.

E sì, penso pure alla mia città, a chi mi vuole bene, al mio pensiero bellissimo che un giorno non verrà più a trovarmi ma sarò io che andrò a trovare lui, in quella libreria con una colonna di pietra nel centro. Mi piace pensare che come direbbe un amico giornalista sarà “[…] un giorno d'estate. Una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata”. Quelle in cui Genova, proprio come Lisbona, sfavilla.


E se lo sostiene Pereira…


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