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Sorpresa


Lei l’ho avvisata quando sono arrivato alla stazione, un po’ perché è una tipa emotiva, un po’ perché a un certo punto pensavo che il “principale bersaglio” mi potesse sfuggire e avevo bisogno della sua complicità per sventare il pericolo. Le ho mandato un video di qualche secondo, in cui verso la fine si riconosceva l’inconfondibile profilo della sopraelevata. Mi ha risposto quasi subito, dicendomi che tremava tutta.

Loro invece hanno avuto la sorpresa recapitata direttamente davanti alla porta di casa, ho scampanellato a più non posso e non appena la Pina mi ha visto ha iniziato a gridare “noooo” e si è aggrappata al collo. Il Nanni, più compassato, gongolava in disparte, le braccia incrociate e il suo solito sorriso a denti stretti. “Lo sapevo” continuava a dire, e intanto sulla faccia gli spuntava una certa soddisfazione.

Lui quando sono entrato in casa era sotto la doccia e ci è mancato poco che gli venisse un colpo. “Matteo?!” Ha esclamato in un misto tra lo spaventato e l’euforico. “Sì, bella la sorpresa” - Ha aggiunto poi ancora ansimando - “Ma la prossima volta che lo fai ci rimango secco”. “Sono i rischi del mestiere” gli ho risposto io sorridendo e intanto stavo già alzando la tapparella per rivedere il profilo così familiare del promontorio di Portofino.

Il “principale bersaglio” è sbucato dietro l’angolo di un palazzo, io gli sono corso incontro. Mi ha visto, gli ho letto in faccia quell’espressione di stupore che abbiamo tutti davanti a una sorpresa, poi l’ho abbracciato, ci siamo detti qualche cretinata e nemmeno cinque minuti dopo stavamo già organizzando per andare a Bologna il giorno dopo.

Venerdì scorso sono tornato a Genova, a casa. Inizialmente doveva essere un segreto per tutti, poi alla fine qualche amico l’ha saputo prima, ad altri l’ho detto quando ero già arrivato, perché fare le sorprese è bello ma non potevo di certo correre il rischio di non vedere persone che volevo a tutti i costi abbracciare. Tra i tanti ad essere informati non credo ci sia stata lei, Genova, visto che al di là di qualche sprazzo di luce mi ha solo riserbato pioggia e nuvole grigie. O forse lo sapeva ma non se n’è preoccupata più di tanto, perché questa città è come i suoi abitanti, schiva e riservata, ma non per questo si dimentica di te, anzi. I vicoli del centro storico, i tetti grigi di ardesia, il mare e tutto il resto sono stati lo sfondo ai tanti momenti che ho passato con delle belle persone. Lei (mia mamma) e lui (mio papà) la sera stessa del mio arrivo hanno aggiunto un posto a tavola come se non me ne fossi mai andato, mentre io ero nell’altra camera con il “principale bersaglio” (mio fratello) a lanciarci in discorsi più o meno seri che poi sfociano in battute demenziali che mi fanno scompisciare dal ridere. Loro, i miei bellissimi nonni, a volte hanno pure provato a mugugnare un poco su questo nipote un po’ matto, ma mi hanno detto che gli ha fatto tanto piacere vedermi, anche se il Nanni si arrabbia sempre se arrivo con cinque minuti di ritardo a pranzo. Poi ci sono stati i miei amici, chi mi ha cercato, ha insistito perché ci vedessimo, e una volta insieme ci siamo scambiati racconti, opinioni, idee, un po’ come i quattro amici di Gino Paoli, con la differenza che nel nostro bar io continuo sempre a ritrovare tutti quanti.

Tornare è stato anche sentire, finalmente, che rumore fa un sogno quando diventa realtà. È così diverso da qualsiasi altra cosa. Io l’ho sentito martedì scorso, quando non c’era il sole come pure avevo pensato dovesse essere. Mi sono infischiato della pioggia, martedì, così come non ci sono nemmeno rimasto male quando ho scoperto che le guide turistiche non sono davanti a quella colonna come ricordavo ma subito dietro. Lei, quella della Lombardia, è riposta in un angolo a destra, in uno scaffale leggermente più alto di me. L’ho presa, la mia prima guida da autore Lonely Planet, e l’ho sfogliata, ho visto la mia foto, il mio nome, ho letto le parole scelte con cura per descrivere tutti quei luoghi visitati più di un anno fa. Prima di riporla insieme a tutte le altre l’ho chiusa, e poi con il pollice ho premuto forte sulle pagine, facendole frullare nell’aria tranquilla della libreria. È stato un rumore dolcissimo, dentro aveva tutta la felicità di essere tornato lì, a casa, e ora di essere qui, a Madrid, alla vigilia di un altro piccolo sogno tutto da vivere, e da camminare.


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