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Si vede la Corsica


- Così domani vai via.


Sento due occhi addosso, ma è solo un'impressione. Nino guarda il mare azzurro, con increspature di un giallo appena accennato. Si muove, il mare, lento e compatto. Verso la costa. Il vento, invece, è poco più che una brezza, ma promette bene. Oggi è giorno di tramontana.

Ci siamo svegliati da poco, abbiamo dormito una manciata di ore su due materassi per terra. La scorsa notte ci siamo abbracciati con le parole, a ridere di vecchi ricordi e a fare i coglioni. Stamattina, saranno state le sette, ho aperto la porta di casa, che è un pezzaccio di legno gonfiato dalla pioggia e intarsiato con motivi cavallereschi. Anche la serratura sembra di un antico maniero. L'aria era fredda, quasi gelida, ma l'ho lasciata fare. Sopra l'ulivo, nel campo sotto casa mia, c'era la Corsica. In mezzo al mare, come un'Atlantide meno segreta. D'istinto ho guardato verso Levante, dove ho riconosciuto altri lembi di terra appoggiati sul blu. Dovrebbe essere Capraia o giù di lì, mi aveva detto una volta il vicino. Con quella faccia vaga e annoiata. E io che manco credevo a sta storia delle isole in mezzo al mare, prima di venire qui.

Dal punto dove siamo non si vede più niente. Niente Corsica né tantomeno Capraia. Sono bastate solo tre curve dello stradone ed è tutto finito, solo mare increspato di giallo. Ma dell'alba ormai consumata rimane una lama tagliente all'orizzonte. Azzurro su azzurro, vicini ma lontanissimi, divisi da una linea sottile e invalicabile. Aspetto che Nino finisca la sigaretta (ma come fa a fumare il mattino così presto?) e poi giro con decisione la manopola del motorino. Lui non è pronto allo strattone, vorrebbe insultarmi ma lascia perdere.

Pochi minuti e siamo dal panificio.

- Vado io.

Lo dice in maniera risoluta, quasi arrabbiata. Obbedisco in silenzio, decido di andare verso la passeggiata, faccio qualche passo su assi di legno assai precarie, poi mi metto su una panchina che sembra uno sdraio. Resisto per qualche istante, la tramontana s'insinua nelle pieghe del collo, in una manica della giacca. Riprendo a camminare e, dietro di me, sento dei vecchi lamentarsi del freddo. Li ascolto come cullato da una nenia dell'infanzia.

- Normale o cipolla?

Nino mi viene incontro con due pezzi di focaccia che penzolano da una carta unta di olio. Lo ringrazio con un sorriso. Vorrei che nessun pezzo di questa giornata si possa disperdere, vorrei non lasciare nulla in sospeso.

Passa un cane nero, ha il pelo raso e le orecchie larghe e tese, come i ventagli con cui le dame si facevano fresco. Al posto del muso ha un grugno arruffato che ricorda Aldo Fabrizi. Mi metto a ridere, Nino fa altrettanto.

- Allora, dove vuoi andare per il tuo ultimo giorno?

Guardo dentro gli occhi di Nino, chiari come i miei. E, seppur vergognandomene, penso a ben altri sguardi. Sguardi di donne, di compagnie solo sfiorate, di altre consumate come un pezzo di legna che arde in una notte d'inverno. Guardo Nino e mi sento solo. Il respiro si fa affannato, non so che rispondere, per fortuna che è di nuovo lui a parlare.

- Già, lo so. Non vorresti fare niente di programmato, seguire l'intuito o qualche belinata del genere. E invece sai benissimo dove andare, hai già un itinerario pianificato punto per punto. E guai a non rispettarlo.

Sospiro e alzo una spalla. Finiamo di mangiare la focaccia in silenzio, il rumore del mare poco lontano si amplifica e non sento che quello. I vecchi dietro di noi, manco a dirlo, continuano a mugugnare.

- Non ti danno fastidio? - Mi chiede.

- No, ma è meglio andare – rispondo - Altrimenti perdiamo il battello.


[Continua?]

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