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Riparto da capo


Amavo il mio libro di storia, ricordo che a distanza di anni dal diploma lo continuavo a tenere sotto al letto, con l’idea di leggerne qualche pagina prima di andare a dormire. Per farti entrare meglio nell’atmosfera ogni capitolo si apriva con una grande immagine e al centro aveva una frase ad effetto di qualche personaggio storico.

Oggi, noi, siamo in grado di ripartire da capo.

Non ricordo a quale periodo si riferisse, né tantomeno chi fosse stato a dirlo. Eppure per qualche motivo quella frase mi era piaciuta sin da subito.

Ripartire da capo, era quello a cui stavo pensando una notte di agosto del 2017, era l’ultimo giorno di ferie e io mandavo questa mail:

Ciao R,

scusami per questa intrusione nella tua domenica notte. Come da oggetto, vorrei anticiparti la mia decisione di rassegnare le dimissioni. Senza scendere troppo nei dettagli, la mia vita personale ha avuto radicali cambiamenti nell’ultimo mese che mi hanno portato a voler intraprendere con forza una strada totalmente diversa da quella finora percorsa. [...] Ti prego di non voler intendere questo messaggio come un tentativo maldestro di evitare un colloquio più informale e de visu con te che, anzi, spero di avere quanto prima. Piuttosto, ci tenevo davvero ad illustrarti preventivamente la situazione nella sua più totale chiarezza e trasparenza. Ci sentiamo e vediamo domani per parlarne e concordare le necessarie azioni formali.

A rileggere queste parole storco un po’ il naso, avrei potuto essere molto meno pedante e più diretto, senza quel continuo arzigogolare, quando parlo delle “necessarie azioni formali” sembro un giocatore di serie A in procinto di svincolarsi dalla sua squadra. Dietro a “quei radicali cambiamenti” c’era in realtà una voglia, forte, di fare un passo già pensato nella testa centinaia di volte, chiudere con un mondo che per sette anni mi aveva dato soldi, esperienza, nervosismo, soddisfazioni e mal di pancia per riprendere un discorso forse mai del tutto iniziato. Ripartire da capo, appunto.

Le ripartenze sono un po’ come i viaggi, quando parti devi avere in testa qualcosa. Non deve essere per forza la destinazione, quella può sempre cambiare, ma perlomeno sapere due cose, la prima è come ti muoverai, la seconda è avere un’idea del paesaggio che ti piacerebbe vedere. Fin da subito, molto prima di quella notte di agosto, ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere. E’ il gesto che più sento vicino al mio modo di essere, una volta un mio amico mi ha detto che scrivendo “riesco a tirare fuori cose che altrimenti rimarrebbero dentro di te, e questo sarebbe un gran peccato”. Spesso rileggendo ciò che scrivo mi sembra di non essere così male (e-mail sopra a parte :D), e per uno che non è mai contento di sé non è roba da poco.

Sono una persona parecchio fortunata, a poco più di trent’anni ho visto più luoghi di quelli che io stesso, solo dieci anni prima, potessi immaginarmi. Qualche anno fa ho realizzato un piccolo sogno, che era prendere il treno da Chicago fino a San Francisco, lungo la mitica linea della Union Pacific. Erano state talmente forti le emozioni durante quel continuo scarrozzare che avevo finito per metterle nero su bianco. Mi era piaciuto farlo, ed è per questo che ho pensato che nel mio mondo scrivere potesse fare rima con viaggiare. Così è arrivata la mia appassionante candidatura - avevo messo questo oggetto nella mail - per Lonely Planet. Il mio primo contratto, il mio primo viaggio da autore che nemmeno un tendine d’Achille capriccioso è riuscito a farmi rimandare, la mia prima guida in libreria, tutte queste cose finalmente mie e solo mie. L’entusiasmo è stato talmente grande che mi ha fatto perdere di vista l’altro elemento da considerare, quello del paesaggio. Continuavo a vivere nella mia città, l’angolo di mondo di cui mai riuscirò a fare a meno. Un paesaggio conosciuto, che ti vizia e impigrisce. E’ stato in un giorno di cielo grigio, tra gioia e rabbia, al rientro da un viaggio di cui sarò per sempre orgoglioso, che ho deciso di venire a Madrid. Tra le tante espressioni che spesso si usano a vanvera ce n’è una che, seppur scontata, descrive alla perfezione la mia condizione:

“Avere bisogno di nuovi stimoli”

Madrid mi sembrava il posto giusto, una città che sapevo avrebbe fatto al caso mio. Poi però succede che se il posto ti piace, e qui mi piace davvero, uno si adatta, l’ignoto finisce per diventare un pochino più noto, e un bel giorno diventa normalità. Gli stimoli vengono meno, si rientra nei ranghi, si torna in quella che alcuni chiamano zona di comfort. Quando un pomeriggio non hai più voglia di girare per un altro quartiere, quando ti sei sistemato e hai trovato una casa, quando il “niente” che avevi al tuo arrivo è diventato un mondo che, seppur minuscolo, ruota intorno a piccole abitudini, come la partita del calcio al martedì o la spazzatura da buttare ogni mattina, riparti da capo.

Sono venuto in Spagna con un’idea ben precisa, quella di fare il cammino di Santiago. Avete presente quando il piccolo Giosuè de La vita è bella deve fare il bagno, ma lui non ci pensa nemmeno e grida forte: Non lo voglio fare, non lo voglio fare, non lo voglio fare! Ecco, toglieteci il “non” e avrete idea di quanto io voglia fare il cammino. Per il cammino ho rinunciato a qualche lavoro che pure avevo trovato, autoassolvendomi per questi mesi di fancazzismo pensando che li avrei impiegati per scrivere un romanzo che ho in testa da tanto tempo. Per il cammino ho comprato un biglietto del treno con destinazione Francia, pensando che la mia partenza sarebbe stata quel giorno, il primo di maggio.

Mi ero sbagliato, il cammino è già iniziato. E lentamente, a volte in maniera impercettibile, mi sta facendo capire ciò che vorrei vedere dentro alla mia vita. Ad esempio io ci vedo delle dita, le mie, che schiacciano in maniera quasi compulsiva dei tasti, e pazienza se quando lo faccio chi mi sta vicino si lamenta per il troppo rumore, come credo stia pensando il tizio seduto vicino a me. Si, voglio continuare a scrivere, e sì, vorrei fare di questo la mia vita. Giornalista, scrittore, raccontatore di storie, quello che volete, io spero davvero di riuscirci, non per nessun altro se non per me stesso, perché a volte andare fino in fondo a un paragrafo mi fa spaccare la testa, ma poi a rileggermi sorrido soddisfatto. Nel mio cammino vedo una vita ancora qui, a Madrid, e forse anche da qualche altra parte, nel mondo. Vorrei viaggiare ma non vagabondare come ho fatto delle volte in passato. Partire per tornare.

E poi vedo qualcuna al mio fianco. Una ragazza con cui, come dice una canzone, andare la domenica a pranzo al mare, anche se il mare non c’è. Una persona che possa spronarmi, sgridarmi, incoraggiarmi. Abbracciarmi, perché a volte ne sento il bisogno, e non credo ci sia nulla di male ad ammetterlo.

Quindi se tutto questo è già chiaro perché non inizio? Che cosa mi rallenta? Perché già da stasera, appena finite queste righe, non riempio cinque, dieci, venti pagine del mio racconto? Perché poi dopo non vado in qualche locale, a cercare degli sguardi, a intercettare qualche sorriso?

Beh, questo cammino è un po’ strano. O forse, cosa più probabile, io non sono ancora allenato. Sta di fatto che la strada è un continuo saliscendi, spesso finisce per diventare una traccia quasi invisibile per terra, sono quelli i momenti in cui mi fermo, mi siedo e non vado più avanti. A volte mi giro verso i passi – pochi - già percorsi e la tentazione di tornare indietro mi sfiora, non lo nego. Mi sembra tutto così strano, in questo cammino. Ci sono persone che un giorno sono al mio fianco e poi non ci sono più, altre che dicono di esserlo ma in realtà stanno ben attenti a non incrociare la mia strada, e mi fanno ciao con la mano da lontano. Poi c’è chi pure mi vorrebbe seguire sul serio ma io lo allontano, ho vergona a farmi vedere così come sono ora. In quei momenti allora cerco di alzare la testa e guardare nient’altro che avanti, dimenticare di tutto e di tutti. Come oggi pomeriggio, quando ho staccato finalmente il cellulare, sono andato a suonare (oddio, ci ho provato) la chitarra dalla mia collina preferita del Parque del Campo. Madrid appare lontana, accecata dal suo cielo blu. Poi sono entrato in un bar, mi sono seduto, ho aperto il computer e finalmente ho scritto, di getto, senza quella incostanza che per giorni mi blocca. Tra le mie vere o presunte colpe di inconcludenza, spunta, insperata, una speranza. Se mi volto davvero a guardare un attimo indietro, a riscorrere il film di questo anno e mezzo, mi ritrovo di nuovo seduto a un tavolo, in una notte di agosto, a scrivere una mail per rassegnare le mie dimissioni. A quel tempo avevo una gran voglia di ripartire da capo, senza però sapere se fossi stato in grado di farlo. Ecco perché quei pochi passi che prima mi sembravano il segno di un fallimento assumono un altro significato. Sono i passi di uno che in maniera maldestra, abbozzata, senza nessuna certezza sul suo futuro è riuscito perlomeno a fare una cosa: ripartire.

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