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Questa è la Sardegna


A Nuoro c'è un signore che toglie le cortecce dagli alberi. Prima le osserva, controlla quali sono quelle secche, poi le stacca con cura, assicurandosi di non fare male al tronco. L'ho incrociato mentre andavo alla stazione del bus, con uno zaino sulla schiena, l'altro sulla pancia e un treppiedi di traverso. Mi ha guardato, incuriosito. Io ho fatto altrettanto. Ci siamo salutati così.

Sopra Nuoro invece c'è un monte, si chiama Ortobene. Di lui Grazia Deledda scriveva che «Non è vero che l'Ortobene possa paragonarsi ad altre montagne; l'Ortobene è uno solo in tutto il mondo: è il nostro cuore, è l'anima nostra, il nostro carattere, tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e duro e aspro e doloroso in noi.»

Non posso né voglio aggiungere altro. Dirò solo che a pochi passi dalla statua del Redentore, un Cristo gigantesco da fare invidia a quello di Rio, ho visto dei bambini. Giocavano a prendersi e intanto scherzavano, in quel modo inconsapevolmente leggero proprio dell'infanzia. "Che bocca grande che hai.." le dice lui.

"È per mangiarti meglio....AHM!" Gli risponde lei. Quanto tempo che non sentivo raccontare Cappuccetto Rosso.

Eppure questo non è un luogo da favole. La terra è troppo ruvida, il tempo è troppo torrido. Le rocce dei monti sono aguzze e spuntano ovunque, dietro a qualsiasi discesa della città. Se poi ci si incammina verso il Supramonte allora il terreno ribolle scaldato da un sole crudele, e sprigiona un odore di mirto e chissà quali altri arbusti, non lo capirò mai. È normale essere attratti dall'interno di questa regione. Ed è altrettanto normale pensare "ora torno al mare". Non ho voluto trattenermi più del dovuto, e non perché questo luogo sia stato inospitale. Al mio rientro a Nuoro Alessandro, il gestore del B&B, era dispiaciuto che me ne andassi.

"Matté - adoro l'accento sulla E - sei un bravo ragazzo".

Lo ringrazio sorridendo con gli occhi, non so se essere più felice per il bravo o per il ragazzo. "Niente di personale" - gli spiego per giustificare la partenza - "Ma il bus si è guastato a due passi da qui, l'ho preso come un segnale".

Già, i segnali, sempre i segnali, i segnali che da qualche giorno non smettono di accompagnarmi. Proprio a Nuoro l'altra sera bevevo un'Ichnusa, ero in piazza Vittorio Emanuele, uno spiazzo lungo e in salita che era il mio unico sbiadito ricordo di questa città. Dei ragazzetti chiacchieravano tranquilli seduti su di un muretto. Una scritta: in giro per l'Italia. La fotografo, la mando più o meno a tutti i miei contatti whatsapp. Non posso spiegare con la ragione ciò che non le appartiene, ma so per certo di essere sulla strada giusta.

Dopo aver salutato Alessandro e l'uomo delle cortecce, arrivo alla stazione. Il bigliettaio è sempre al suo posto, pronto a sfoderare depliant d'annata. Da quando gli ho detto cosa sto facendo non smette di parlarmi di paese e paesetti dell'interno. Ieri ha persino strappato dal muro una mappa gigante della Sardegna per regalarmela. Se dovessi vedere tutti i luoghi che mi consiglia probabilmente mi tratterrei in questa regione per almeno due anni. Lo ringrazio per i tanti suggerimenti, ci salutiamo. Tutto ciò avviene in maniera discreta, non ci sono i classici convenevoli "se ripassi da qui", "sentiamoci" o altre belinate del genere. Perché i sardi mantengono un profilo basso, proprio come noi genovesi. Nell'aspettare il bus, l'ennesimo, della giornata, lascio che la brezza del pomeriggio di Nuoro mi accarezzi ancora un poco il volto, il corpo e le gambe. Ripenso a quando quest'oggi a Tiscali -quello si che è un luogo fatato - Elvio, il custode, ha detto qualcosa a una guida. "Dammi la borraccia", mi ha poi intimato. Ha svitato il tappo, e da una bottiglia ha fatto sgorgare acqua fresca tutta per me. "E non venire più in montagna senz'acqua a sufficienza!", mi ha ammonito.

Per un attimo glielo avrei voluto dire: siamo a quattrocento metri d'altitudine. Poi mi sono guardato intorno: i resti del villaggio di Tiscali si annidano dentro un cratere formato da roccia bianca. In un punto preciso c'è una fenditura che, seppur vagamente, ricorda un cuore. Guardandoci dentro spuntano i rilievi del Supramonte, anch'essi di fulgida roccia bianca, sì stagliano in un cielo azzurissimo. Più sotto, alberi verdi accarezzano l'intera vallata.

No, caro Elvio, questa non è solo montagna, ma molto di più.

Questa è la Sardegna.



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