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Que gran ilusión


Sono le sei e mezza di una fredda mattina di maggio. Ho da poco lasciato Logroño e la sua periferia grigia, anonima. La notte appena passata ho dormito poco. In uno stanzone di trenta metri quadrati, schiacciato da finestroni con le inferriate e i materassi giallognoli c’è chi ha russato tutto il tempo, e i tappi, la musica, gli shhh prima sussurrati, poi gridati al buio sono serviti ben poco. Ho male alla schiena, alle gambe, a un piede, sono un capriccio che cammina. Cammino sempre più lento, Santiago è a cinquecento e rotti chilometri. No, non penso di fermarmi e tantomeno di finirla lì, l’orgoglio fa sì che un’eventuale rinuncia non sia nemmeno in discussione. Eppure una domanda, semplice, me la faccio. Chi me l’ha fatto fare?

Già, chi me l’ha fatto fare di imbarcarmi in questa faticaccia? Ci penso, la domanda mi ronza in testa un secondo, forse meno. Nessuna risposta, ma un brivido, lungo e ben distinto. Come quando sei sotto la doccia e hai bisogno di una scossa, e allora giri il miscelatore verso il pallino blu. Un brivido e mi sento vivo. Riprendo a camminare, ora apprezzo la fila degli alberi, quasi militari, che scorre lenta alla mia sinistra. Arrivo davanti a un lago, un’alba sporca di nuvole si intravede in fondo all’orizzonte. C’è un pescatore, assonnato, che infila le lenze nell’amo e si stringe nel giaccone. I miei piedi, con un ritmo perfetto, forse un po’ molleggiato visto la mia camminata dondolante, continuano a scalpicciare sulla ghiaia, ora riesco a sentirne il rumore. Chi me lo fa fare? Ci ripenso un’altra volta, non trovo risposta e mi sento felice.


I miei primi giorni del Cammino di Santiago sono stati una normale escursione della domenica, o poco più. Quelle camminate che si fanno quando si vorrebbe non pensare più a niente e si finisce, specie se soli, a pensare a tutto quanto, e pure al resto. Mamma, papà, il fratello, Genova, gli amici, la Sampdoria (sì, anche lei!), le ex fidanzate. Il più delle volte basta un volto familiare, un luogo simile a chissà dove e riaffiorano episodi passati, dimenticati da anni e che ora presentano il conto, a volte salato, altre – ben poche - più dolce. Rifletti su ciò che hai fatto sino ad ora, sulla tua vita, e su quello che vorresti fare, senza troppa convinzione, in realtà. Ti limiti a saltellare da un’idea all’altra, distratto da quello che succede intorno. I primi giorni dici “Buen Camino!” con un entusiasmo spropositato, quasi infantile. Vedi tutti che parlano e hai paura di rimanere solo, e quando finalmente sei in compagnia vorresti fuggire lontano. A volte scappi, altre ritorni, la maggior parte delle volte cammini in solitaria, perché intorno a te non ci sono soltanto altri pellegrini. C’è uno spettacolo, grandioso, tutto gentilmente offerto dalla natura. Cavalle con i loro puledri che galoppano lungo crinali erbosi. Pioggia che, salendo verso i Pirenei, si trasforma in neve e tu te la ridi felice, chi si aspettava di incontrare la Dama Bianca ai primi di maggio? Verde, verde ovunque, dei prati, dei boschi, delle foglie, verde che la notte, prima di dormire, chiudi gli occhi e lo senti ancora nel naso, nelle orecchie, e con le mani ti sembra di sfiorare i ciuffi d’erba scompigliati dal vento. Tra i ricordi più belli del mio Cammino ci sarà sempre la tappa da Pamplona a Puente La Reina. Lasciati la città ci siamo presto inerpicati verso una salita di ghiaia, contorniata da campi di grano immensi (non avevo mai visto quanto è bella una spiga di grano, con tutti quei fili sottili che tendono al cielo, sembra una minuscola navicella dorata!). Che giornata, quella. Colori di ogni tipo, gente che se la canta, se la suona. Dopo la salita si scende per discese ripide e piene di sassi, e intanto il sole gentile a intiepidire senza scaldare, il cielo di un azzurro luminoso, come la maglia della nazionale.

Tutto bello, forse troppo, troppo davvero. Tu cammini, con la testa alta (tutti i pellegrini hanno la testa alta i primi giorni di cammino) e vedi sempre lo stesso splendore, inizi a volere di più di più, e lentamente il tuo corpo ti dice di meno, di meno. Arriva un po’ di stanchezza. Che fare? Ritornare tra la gente, che in fondo non hai mai davvero abbandonato. Questa volta con un piglio diverso, di chi non cerca solo compagnie fatte di voci e volti confusi ma vuole sentirne le storie. Sofferenza, dolore, speranza, pensieri e spensieratezza, ciò che fino a qualche giorno prima ti sembrava retorica ora ha una luce diversa, a ben vedere tutto è diverso nel Cammino. Tutto è come deve essere e non come deve sembrare, perché ben presto scopri che i pregiudizi, quelli che spesso nella vita reale ti precludono anche solo di parlare con qualcuno, sono spesso l’anticamera fuorviante a legami forti. Non esistono barriere, tra i pellegrini. E chi non riesce a capirlo si perde buona parte del gioco. Anche la faccia più antipatica ha qualcosa da insegnarti, se glielo concedi.

Già, ma a me chi me l’ha fatto fare? Non lo sapevo, quella fredda mattina di maggio, eppure mi sentivo felice e un po’ sollevato. Dopo il primo giorno di cammino, tra le immense camerate dell’abbazia di Roncisvalle, branchi di ragazzi di tutte le età si aggiravano famelici alla ricerca del sacro Graal. Tu perché fai il cammino? E quando uno rispondeva “non lo so” tutti annuivano con la testa, come se l’inconsapevolezza fosse la risposta migliore, o forse la più figa. Chi me l’ha fatto fare, porsi il problema nella maniera più scontata che ci possa essere, è un primo passo. E allora sorrido, da quella mattina sorrido anche quando il panorama intorno si fa più brutto, quando passo sopra a cavalcavia dell’autostrada, o costeggio lunghe strade provinciali di cui non vedo la fine. Sorrido quando il panorama torna di una bellezza raggiante, io lo so, lo vedo anche se lo sguardo non è più quello famelico di prima, ora la testa si è un abbassata mentre le orecchie, quelle sì che sono spalancate. Voglio ascoltare le storie delle persone che mi circondano, a cui sto imparando a volere bene. Voglio ubriacarmi di emozioni, che scivolano sul mio corpo e mi fanno fare le cose più belle di questo mondo. Ridere, abbracciare, baciare, ballare, cantare. Piangere. Come quel giorno in cui siamo una grande famiglia, distesi su un prato verde sotto un sole tiepido di una domenica allegra, a cantare canzoni di De André con la chitarra. Un uomo dalla voce profonda, gli occhi sottili e la voce bassa, mi guarda, si accuccia verso di me e appoggiato su un gomito mi chiede qualcosa. Eccole le lacrime, proprio quando non me le aspettavo, prima scendono timide, poi smettono, poi riprendono con la forza di un temporale. Chi me l’ha fatto fare, chi? Io e solo io. Perché questa è l’esperienza più bella di sempre. Sono passati pochi giorni da quella mattina di Logroño e già lo so. E per quanto riguarda la seconda domanda... beh non ho tempo di pensare a perché sto facendo il cammino. Ho di meglio da fare, qui un giorno equivale a mesi passati nel mondo reale, perché il Cammino si prende le storie di tutti noi, le tritura e poi regala un concentrato di bellezza, così unico e denso da volerci fare una scorpacciata ogni giorno. Ora ho i miei compagni, lungo il Cammino, a cui voglio bene e che vogliono bene a me, senza inutili preconcetti. Ci sono persone che non vedi per giorni, e poi spuntano in fondo a una strada in discesa, con un ombrellino per ripararsi dal sole con tanti orsacchiotti di pezza disegnati. E quando a quella persona, una delle tante speciali, le chiedi se ha voglia di un piatto di pasta lei ti risponde “No grazie Matteo. Oggi lungo la strada ho già mangiato abbastanza” “Ah, si, e che cosa?” le domando. “Le mie lacrime”.


C’è, nei giorni di Cammino, una semplicità toccante, che mi riporta a quando eravamo bambini, e tutto era così facile. Sapevamo che cosa volevamo fare e ogni giorno, quando ci svegliamo alle cinque e ci ritroviamo insieme per la benedizione del pellegrino, pure noi lo sappiamo. Dobbiamo camminare. Si ritorna bambini in Cammino. Te ne accorgi negli sguardi, nei modi di chi è al tuo fianco e che, se nei primi giorni si nascondeva dietro la maschera della vita adulta, ora finalmente è libero di esprimersi, senza veli. Come bambini rimaniamo in silenzio davanti all’alba rosata, a un tramonto dorato, a un ruscello che gorgoglia nell’ombra della foresta. Ci chiniamo per raccogliere una foglia, non ci vergogniamo a cantare una canzone stonata. Forse eravamo meno maturi, da bambini, e forse lo siamo pure ora, perché la gente, quella normale, ci guarda male quando, stravolti, ci stravacchiamo per le strade della città in attesa che l’ostello apra finalmente le sue porte. Forse però a quell’età era tutto più chiaro e più limpido, dai nostri volti, alle nostre idee, i nostri sogni. Che cosa vorresti fare da grande? In cammino la domanda torna ad avere un senso, ed erano anni che non riuscivo a trovarci una risposta. Succede di tutto, niente di ciò che credevi e tutto ciò che non ti aspettavi. O forse non è così, e nel Cammino, in fondo, arriva ciò che volevo davvero. C’è, nel mio cammino, una notte ricoperta di stelle, tra il frinire dei grilli e il mio corpo solo un sottile strato di nylon di una tenda. La zip della cerniera per un istante irrompe nella quiete notturna, poi tutto ritorna avvolto da una magia millenaria, e io sono scalzo che cammino sull’erba bagnata di rugiada. Fa freddo, io lo so ma non lo sento. Dopo qualche minuto torno lì dentro, e trovo un abbraccio ad aspettarmi, nel mio rifugio di quell’angolo incantato di mondo.


Poi arriva.

Arriva quel giorno, quello che sembrava così lontano è lì dietro, dietro a soli (si fa per dire) 41 chilometri da percorrere tutti di un fiato. L’inizio è uguale a quello di tanti altri. Le facce assonnate, il ding del forno a microonde che scalda il latte, le canzoni canticchiate quando fuori è ancora buio, qualche marachella combinata da giovani e meno giovani. Si scherza, si ride, e poi si arriva sul serio. C’è chi è al mio fianco fino all’ultimo metro, chi non lo è mai stato fin dall’inizio eppure è un po’ come lo fosse, ci penso mentre sfioro il mio ciondolo a forma di conchiglia. C’è chi ritroverò dopo, chi ho perduto e forse rivedrò, un giorno, chissà. Per me quel giorno è un bel pomeriggio di inizio giugno, il due per l’esattezza. Per me sono quattro persone che, dopo qualche remora iniziale, si sono prese per mano. Si chiamano Jose Mari, Daniel, Dora, Matteo. Proprio come lo zaino che hanno sulle spalle ognuno di loro ha una storia differente, che si è portata con tutto il suo peso lungo il cammino e che, a poco a poco, ha riversato sul tavolo comune di noi pellegrini. C’è, tra di loro, chi cammina più veloce degli altri, chi è più chiacchierone, chi più taciturno, sono tutti così diversi l’uno dall’altro eppure.. eppure arriva un momento, quel giorno, in cui tutti fanno la stessa cosa. Camminano, sempre più piano. Si ammutoliscono, l’unico rumore è dato dal muoversi dei loro piedi, sempre più lento. Uno fa notare agli altri che quella lì, davanti a loro, è la torre della cattedrale. E ora i passi, che prima si erano quasi fermati, tornano più veloci, e ora la mano, ora sì che se la stringono forte, in fondo sono in cammino da settecentosettantacinque chilometri per tutto questo! Si fermano, all’ingresso della città vecchia. Uno di loro si siede sullo scalino di una banca, vicino a lui c’è un vecchietto con una barbona bianca attaccato ad una lattina di birra, ha la faccia di chi non sta pensando. Anche chi è seduto vicino al vecchio non pensa, non ce la fa. Non lo fa perché nelle vene, nelle gambe, nella testa e in qualsiasi altra parte del corpo, dell’anima, sta sentendo di tutto. Emozioni fortissime, che una volta tornati in marcia lo fanno di nuovo piangere, di nuovo con i singhiozzi. La cattedrale è a pochi metri, forza. “Matteo, guida te!”. Daniel, l’accento tedesco e la voce entusiasta, quasi giocosa, mi grida questo e altre cose indistinte. “Matteo por aqui!” La moglie di Jose Mari, che si è aggiunta alla comitiva, strattona il resto del gruppo. Ed è lì che scopro che alla cattedrale non si arriva da una scalinata, come pure avevo pensato. Un altro brivido, forte, a scuotermi. Ora però non c’è più tempo. C’è solo un’ombra, effimera, di un porticato e poi quella piazza, grande, a me sembra immensa, ma non così tanto da poter contenere la nostra felicità. Mi lancio verso i corpi sudati di chi mi sta vicino, abbraccio forte, stringo e non voglio lasciare. Poi la testa, quella che da qualche settimana era ormai china, si rialza improvvisamente. Sono al cospetto di quella cattedrale che, severa ma buona, mi saluta. La faccia è stravolta, stordita, guardo i miei piedi e la sera, sotto la doccia, penso che sì, il cammino l’ho fatto per imparare, un’altra volta, a camminare.


Poi c’è il mare, pardon l’oceano di Finisterre, che con il suo blu turchese lava la fatica, e trascina via al ritmo di una salsa latina tutte le emozioni ancora rapprese al ritmo gioioso di una vacanza, fatta con una persona speciale. E poi dopo ancora si torna, perché quando si parte si sa sempre che si deve tornare, o perlomeno io ora la penso così. Si torna con addosso una voglia assurda di spaccare il mondo, e da qualche giorno anche una direzione dove andare, pure senza la freccia gialla a indicarmi la strada. Ho messo via lo zaino, per qualche tempo non mi servirà. E nemmeno il bastone, che poi avevo trovato giusto due giorni prima di finire il Cammino, lui mi guarda ogni mattina, appena mi sveglio, riposto e quasi nascosto in un angolo della mia stanza. Il ciondolo a forma di conchiglia quello no, continuo a metterlo intorno al collo e ogni tanto, d’istinto, lo sfioro. Proprio come ho fatto, ogni giorno, durante quell’incredibile mese di maggio. E allora ripenso a un pomeriggio di quelli, quando qualcuno mi disse che in spagnolo ilusion non è la nostra illusione. Ilusion è soddisfazione, allegria, gioia per qualcosa che si è fatto. O che si farà.


El camino. Mi vida. Que gran ilusión!

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