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C’è un vicolo nel centro storico a Genova. Corre dritto e lungo per la città vecchia, la spacca a metà. C’è un vicolo a Genova che forse un vicolo non è. Forse è una via, come recita una sudicia targa all’angolo di una piazza.

C’è un vicolo che forse è una via e fuori è già buio, è una notte di aprile. Dal mare soffia un vento gelido e aspro. C’è una ragazza che forse è già donna, in quel vicolo che forse è una via. Piange. Piange a dirotto, urla disperata. “Perché? Perché?” Continua a domandarsi. La luce pallida di un lampione le illumina il volto. Gli occhi sono bagnati di lacrime, impregnati di un trucco nero che ora ricopre anche le guance e scorre giù fino al collo. E’ seduta su uno scalino sporco di un marmo biancastro, forse l’ingresso di un negozio chiuso da una settimana, un mese o magari una vita. Lei non lo sa, non se lo chiede. Lei ora piange ancora più forte, la testa sussulta, la pancia trema nervosa. Davanti a lei c’è un ragazzo, forse un amico. Accovacciato sulla punta dei piedi, con lo sguardo prova a rincorrerla. Con le sue mani grandi e tese le tiene le tempie. Dalla sua bocca non escono parole, ma solo uno shhh leggero come quando si chiede silenzio a teatro, solo che lui è molto più dolce nel farlo. Lei non lo ascolta. Il corpo, il suo corpo che soffre, le implora di sollevare gli occhi, allargare le braccia e buttarsi in quel tiepido abbraccio. Per farle sapere che il peggio è passato, che d’ora in avanti andrà solo che meglio. Lei, però, lo shhh dell’amico non lo ascolta perché nemmeno lo sente. Non sente l’amico e nemmeno il suo corpo. Non li sente perché dentro il suo cuore avverte solo pungere un ago, che la trafigge più volte senza pietà. Chiude gli occhi e ripensa a una nave, sta tornando da una vacanza in Sardegna. Ha le mani sporche di salsedine, appoggiate a una ringhiera dipinta di blu. La pelle, tirata e abbronzata, si nutre implacabile di un sole grande ma non troppo caldo che le si staglia davanti. Sorride felice, pensando che le due settimane appena trascorse sono state le più belle di una vita. Sorride orgogliosa, guardando Genova che scivola davanti, con i palazzi ordinati della Foce a salutare l’ingresso della nave nel porto. Sorride innamorata quando un braccio le cinge il ventre, due labbra leggere le baciano il collo e dalle narici filtra l’odore del suo uomo.

“Per capire che casa tua è la più bella, non devi mai smettere di visitare quelle degli altri”. Le sussurra lui all’orecchio, ripetendo una frase che hanno letto insieme sulla tovaglietta di un ristorante qualche sera prima. Lei non parla, continua a sorridere, con la mano cerca i suoi capelli riccioli e folti, con le dita li attorciglia.

Ora gli occhi sono riaperti. Niente sole sul viso né braccia a stringerla forte. Ora gli occhi sono chiusi di nuovo ed ancora una nave, non è più quella di prima ma un’altra bianca e arrogante, pare un grattacielo rovesciato sul mare. Lui, sempre lui, sta salendo a bordo. Percorre la scaletta riservata all’equipaggio. Non è solo, c’è una donna al suo fianco. Profuma di bellezza. I due non possono tenersi per mano, è proibito dal codice interno. Eppure, guardandosi, è come se lo facessero. Con la loro fantasia già volano al primo giorno da trascorrere insieme, in cui potranno dare ancora una volta libero sfogo a un amore nato poco prima ma già così forte e impetuoso da spazzare via qualsiasi granello delle loro esistenze passate. Un granello di sabbia portato chissà dove da un mare violento, questo è quello che sa di essere lei, mentre assiste impietrita alla lenta e finale scomparsa dell’uomo dalla sua vita. Lui, davanti a cui la settimana successiva avrebbe dovuto dire “Sì, lo voglio”. Ora gli occhi sono socchiusi e lei, seduta su quello scalino più sporco che bianco, cerca di aggrapparsi a uno spicchio di cielo. Scopre però che il cielo è come lei intrappolato, soffocato da palazzi troppo vicini, che quasi le fanno mancare il respiro. Sconsolata, lascia che sia la sua mente a vagare per ricordi confusi. Ripercorre istanti degli ultimi mesi, anni. Ripensa a tutte le foto che in preda ad un’ira infinita ha cancellato per sempre dal cellulare. Tutti quei sorrisi di gioia rappresa che ora sanno di amaro. Momenti trascorsi con lui dove il cielo, quel cielo ora prigioniero, sembrava a portata di un dito. Come un giorno in campagna, quando per il suo compleanno lei gli aveva fatto una sorpresa. Lui, nato e cresciuto in un piccolo paese di mare, era magneticamente attratto da tutto ciò che fosse dietro, a quel mare. C’era una foto, ormai cancellata per sempre, che li ritraeva in sella a uno splendido cavallo marrone, dal pelo lucente e con una macchia sul muso a forma di stella. Dietro di loro solo un crinale erboso, i cui contorni si perdono in un azzurro accecante. Gli occhi del suo compagno sembrano allegri, guardano un punto lontano. La bocca è socchiusa, si direbbe a mormorare qualcosa. Due settimane dopo, nel caldo opprimente di una cabina, gli stessi occhi sono fradici di un pianto pesante, dalla bocca trapelano singhiozzi. L’uomo ripensa a quella giornata, mentre una donna dorme beata accanto a lui. E poi decide, in quella cabina troppo stretta per due, di cambiare la sua vita per sempre. Lei questo non lo sa, non lo saprà mai, eppure c’è un momento, in questa notte sempre più fredda e sempre più buia, in cui le sue lacrime si mischiano a quelle di lui, ed hanno un sapore schifoso. Com’è schifoso quel dolce moscato, versato in lunghi calici per festeggiare un matrimonio che sarebbe presto arrivato. I due hanno indossato un sorriso accecante, stampato sui volti abbronzati. Sono pronti a brindare, con la mano protesa. Ora lei la mano l’ha protesa davvero, ma solo per ripararsi da una luce che le pare accecante. Meravigliosi ricordi di una grande storia d’amore ora stuprati da una tristezza troppo grande per non detonare. Ed eccola questa esplosione. Grida, grida ancora più forsennata di prima. Piange disperata e con le ultime forze rimaste prende a pugni la saracinesca abbassata. Il suo amico la lascia fare per un poco, forse sorpreso da tanta violenza. “E’ tutto finito”, le dice infine per consolarla. E’ tutto finito, ripete lei con voce ferma e distante, tramortita e drogata. Riguarda quel cielo e pensa che domani non desidera vedervi né sole né pioggia. Domani per lei ha cessato di esistere. Pensa che dietro a quel cielo ventoso, al di là di quel vicolo che forse è una via, c’è solo il buio, nero e infinito.

C’è un vicolo nel centro storico a Genova che forse è una via. C’è una ragazza che forse è una donna ormai tramortita e vinta. Un uomo, forse un amico, la sta raccogliendo da terra, la prende in braccio e la porta con sé. La mano di lei sporge sgraziata e sfiora la spalla di una donna poco distante. Avrà quarant’anni o qualcosa di più, sta rovistando nella borsetta. Non riesce a trovare quello che cerca perché davanti ha un grosso marsupio, che le cinge la vita e le arriva su fino al collo. E’ troppo buio per vederle il volto eppure si sente un sospiro leggero, si direbbe che trapeli un sorriso. A respirare ora è tutto il corpo, che si gonfia come un lenzuolo lasciato stendere al sole. Dal grosso marsupio esce qualcosa, dapprima è solo un nasino umido e spaventato, poi due occhi neri con dentro una scintilla di vita. Ora il lampione getta qualche timido bagliore e si vede la donna che sorride convinta, con il dorso della mano accarezza quel tenero muso. Un tintinnio metallico annuncia vittoria, le chiavi sono state trovate. E mentre dal mazzo ne sceglie con cura una lunga e affusolata, a fare compagnia al muso peloso ne appare un altro, ancora più piccolo ma un po’ più agitato. I due cuccioli annusano timidi l’aria fredda di quella notte. La donna non da loro tempo per odorarla davvero, ora è entrata dentro il palazzo e prima di salire le scale si ferma un momento, come a gustarsi ciò che sta per avvenire. La sua compagna la aspetta due piani sopra, non sapendo che sta per ricevere la sorpresa più bella. Socchiude gli occhi e dal naso filtra un ricordo che odora di legno, di colazione in campagna. Lei si alza dal tavolo perché ha ancora voglia di marmellata di more. Con un cucchiaio ne versa un poco nel piatto, poi istintivamente lo porge a chi è dietro di lei.

Subito è una camicetta bianca e leggera, che lascia intravedere un corpo minuto. Poi sono delle mani lunghe e strette, che già immagina sfiorare il suo viso, a solleticare carezze ancora più dolci di quella marmellata. E’ un profumo di buono, di pane appena sfornato. Le labbra, socchiuse, sembrano già sussurrare tenere parole d’amore che giungeranno nei mesi a venire. La vede, a quella splendida donna, ed è come se dietro a quella camicia, a quelle mani, a quel profumo e a quelle braccia già ci fosse una passeggiata in un bosco imbiancato di neve. E’ come se già avvertisse la testa di lei appoggiata sulla sua spalla, mentre guardano un film nel loro cinema d’essai preferito. E’ come se tutto si fosse fermato per poi ripartire più intenso e veloce. Ed è finalmente guardandola, a quella splendida donna, che capisce che è lì, sopra a due occhi che sembrano miele, in una sala che odora di legno, che la vita inizia davvero.

Si rivedono dopo nemmeno due giorni, in un piccolo bar su una strada in salita. Ha i mobili scuri ed ampie vetrate. Parlano di libri e di viaggi, di sogni e di speranze. Di presente e futuro. Capiscono in un battibaleno che vogliono scriverlo insieme, quel libro chiamato futuro. Il primo bacio è sotto un ponte di pietra, con due cuori che battono forte e che si sentono pieni d’amore. E’ un amore forte e violento, da farli sbattere con noncuranza contro l’ignoranza di amici, conoscenti e parenti che increduli si vedono presentare una donna e non un uomo. E’ una piccola casa presa in affitto, proprio in quel vicolo che forse è una via. Dalla loro mansarda, al tramonto, guardano i tetti di una Genova grigia d’ardesia, che quando piove e poi esce il sole splende di luce dorata. A breve partiranno per un viaggio in India, prima esperienza da vivere insieme lontano. Prima esperienza, ne sono certe, di tante che verranno. Non ne sono più tanto certe da una settimana. Un male incurabile, l’avevano chiamato. Forse un anno, forse due, forse sei mesi, chissà, le avevano detto. La donna che ora attende il ritorno della compagna in quella mansarda aveva compreso. Aveva compreso che la sua vita presto sarebbe finita eppure non piangeva. Solamente abbracciava, abbracciava forte la donna che amava e con le mani le stringeva le spalle, i fianchi, il collo, premeva con forza quel corpo che già sembrava scorrerle via. Il giorno della visita pioveva e loro erano andate a Camogli, a sentire il rumore di un mare impetuoso che picchiava gli scogli. “E se prendessimo un cane?” – aveva chiesto con il naso bagnato di sole – “così senza di me saprai chi amare”. Lei, quella donna che ora sospira nell’antro di casa, aveva una paura smisurata degli animali. Eppure in quel momento, su quella spiaggia di ciottoli tondi, si era scoperta desiderarlo davvero quel cane. Lì, sulla spiaggia, a rincorrere le onde del mare, e sentire una coda pelosa sbatterle contro le gambe. E quando era andata al canile e aveva visto quei due piccoli musi, aveva deciso che sarebbero stati proprio loro, quei due cuccioli affamati di vita, a vivere nella mansarda che si sporge su Genova. Due femmine, due cuori che tremano. La donna ora risale le scale, pensa solo a specchiarsi nello sguardo sorpreso e felice, tanto felice, di chi l’aspetta nella mansarda. La sua compagna ne ha sentito i passi e si avvicina alla porta. Forse sarà un anno, forse sei mesi, forse due chissà. Stanotte il domani non conta, in quel vicolo che forse è una via, per quelle donne che si amano e che mai smetteranno di farlo. Stanotte conta abbracciarsi, sentire i propri corpi l’uno contro l’altro, coccolare quelle due dolci bestiole e dirsi che è bella, stanotte è bella la vita.

C’è un vicolo che forse è una via nel centro storico a Genova. Ci sono due ragazzi che camminano vicini. E’ buio, i loro volti non si vedono ma in fondo che importa. A lui quella sera importa solo di lei. Quella ragazza conosciuta un po’ di anni fa, a bordo di una nave, al ritorno da una vacanza in Sardegna. Si erano messi a parlare, lui aveva preso in giro una coppia poco lontano da loro. Stavano sempre attaccati, come due cozze, diceva. Lei lo guardava e si chiedeva se quella di lui non fosse solo un po’ d’invidia per quei due innamorati. Non l’aveva capito, le era rimasto un dubbio appeso per anni. Sì perché dopo un numero scambiato non si erano più sentiti né visti. Eppure in questa sera che ora è una notte ventosa sono lì, a guardarsi in silenzio dopo aver camminato per ore. Si sono incontrati per caso in un piccolo bar in salita, che ha i mobili scuri ed ampie vetrate. Per celare la sua timidezza lui ha iniziato a parlare. Mentre i suoi occhi osservavano attenti lui parlava, raccontava e non si fermava. E anche in quel vicolo che forse è una via ora si sente solo la sua voce felice. Parla di lavoro, speranze, sogni, timori e intanto pensa a quella ragazza, che ogni tanto ride e ogni tanto si fa più seria. Lo lascia fare, divertita dalla sua buffa esuberanza. Ora lei è di nuovo a bordo della nave, frastornata da quel suo prendere in giro e capisce che dietro al suo fiume di parole c’è forse dell’altro. Uno spirito più ingenuo e genuino. Un entusiasmo rappreso e contagioso. Una voglia di ascoltare ed essere ascoltato. Ora sono appoggiati contro un portone. Lui vorrebbe baciarla ma non sa come iniziare, quasi le chiede il permesso. Lei ride con lui e di lui, poi finalmente le labbra si avvicinano un poco. Si stanno baciando contro il portone di un palazzo dove una donna è appena entrata con un marsupio ansimante. Si stanno baciando e ormai le grida di una ragazza che forse è una donna sono perse nella notte, ricordo lontano di un dolore che prima o poi finirà, chissà. Tornano indietro verso il lampione, che illumina i volti lievemente eccitati. Lui cerca di stringerla contro di sé ma è troppo impacciato per farlo. Lei non lo sa ma forse l’ha già intuito. Prende la mano di lui, prima la sfiora, poi la chiude dentro la sua. Spalanca gli occhi neri, scuri e pieni di gioia. Sorride, con gli occhi, e mormora una frase leggera, come quell’aria che ora sembra un po’ meno fredda. Sono felice stasera.


Il ragazzo alza la testa e guarda i palazzi di quel vicolo che forse è una via, nel centro storico a Genova. Non parla più. Guarda i palazzi e poi fugge verso il cielo. Sente la mano della ragazza stringere forte. Si dondola in quel cielo nero e poi ritorna dentro quel viso. Pensa che forse non è né un vicolo e nemmeno una via.

E’ un dito che sfiora, una bocca che mormora, due occhi che piangono, altri che ridono. Un urlo lontano, un odore di buono, un ricordo sfumato, un futuro accennato.

E’ la vita, la vita che scorre.

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