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Perché il Latinoamérica?

Nel punto cardinale che precede il continente c’è, per molti, il senso del viaggio. Lo cito anche nel mio romanzo, proprio alla fine. Sud sa di sudato, sporco, povero e autentico. Sud è ciò che fa cambiare tutto se accostato alla parola America. Quello spazio, spesso già mitigato da un trattino, si annulla e diventa qualcosa da leggere tutto d'un fiato. Da qualche tempo io preferisco chiamarlo, forzando un po’ la mano, Latinoamérica. Lo spunto me l’ha dato una canzone:


“Soy el sol que nace y el dia que muere”, dice.

“Soy lo que’ sostiene mi bandera

La espina dorsal del planeta es mi cordillera

Soy América Latina, un pueblo sin piernas, pero que camina”.


Un rap cadenzato che si interrompe, sul ritornello, per lasciare spazio a una melodia canticchiabile. Tante immagini di vita quotidiana, natura dirompente e storia contemporanea. Tante suggestioni di cui, ho pensato, vorrei per ciascuna tirare fuori un racconto, un pezzo di viaggio.

Per spiegare cosa mi attira di questa terra, penso a un cerchio non chiuso del tutto. Perché il Latinoamérica è l’ultima eco alle mie aspirazioni giovanili. La passione politica, in primis. Il senso di appartenenza a una comunità che ti fa prendere posizione sulle ingiustizie, portandoti al dibattito con chi non la pensa come te, a volte persino al litigio. Il Latinoamérica rappresenta la terra dove si sono consumate le speranze più fervide e le delusioni più cocenti. Un continente, tanti popoli che si risvegliano dopo secoli di dominazione straniera e, seppur inevitabilmente contaminati e trasformati, avvertono ancora una propria, distinta identità. Loro sono loro, non si mischieranno mai del tutto agli invasori. Ancora oggi il quechua, antica lingua inca, è parlata da quasi otto milioni di persone. Questa fiera diversità - oltre a più “basse” e logiche motivazioni economiche - ha fatto da faro verso l’indipendenza prima e la libertà poi. Il Latinoamérica è la ribellione di operai e contadini, ma è pure repressione sanguinaria, rigurgiti fascisti e neo-imperialismo dilagante. “La operacion condor yo perdono pero nunca olvido”, dice la canzone. Ormai a nominare l’11 settembre tutti pensano alle torri in fiamme. Quasi nessuno, specie tra i giovani, sa di un Palacio de la Moneda bombardato. Pochi hanno sentito parlare di un presidente democraticamente eletto asserragliato nel suo ufficio ma che non demorde fino all’ultimo, tragico atto.

“Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore”, sono le sue ultime parole pronunciate alla radio.

Leggendo di Allende, ma pure di Simon Bolivar o, più recentemente, dell’ex presidente uruguayano Pepe Mujica, sento i vagiti di quello che, tanto tempo fa, chiamavo engagement. Di una passione per la cosa pubblica che portava a iscrivermi a partiti politici, a volte persino a scendere in piazza per poi ritrovarmi puntualmente innervosito e deluso a ogni tornata elettorale. Oggi non è più così, sto lasciando andare certi interessi per coltivarne di altri, più intimi e, se vogliamo, più spirituali. Così il Latinoamérica diventa un risveglio di vecchie voci mai zittite del tutto. E mi ritrovo incuriosito, a pensare a che effetto farà tutto questo su di me.

Vado in Latinoamerica, mi sono detto in questi giorni, per chiudere il cerchio al mio “periodo ispanico”. Nel 2019, l’anno in cui decisi di andare a vivere in Spagna, questo continente mi appariva come il capitolo successivo e necessario al mio anno trascorso tra Madrid e la Galizia. Era uno spingere un po’ più in là, osare qualcosa di più. Il Covid, la mia Genova che mi fa tornare e poi mi imprigiona tra le sue mura, hanno fatto il resto. Ma un sassolino è rimasto negli ingranaggi. All’inizio era in un posto talmente insignificante da non sentirne nemmeno il peso. Poi, qualche mese fa, è tornato a sbattere, fino a diventare una pietra aguzza. Da qualche parte, dentro di me, sanguinavo, e ho capito che l’emorragia si sarebbe arrestata solo mettendomi in viaggio. La consapevolezza definitiva è arrivata mentre ero già lì, sulle sponde di un lago ad alta quota su cui fantasticavo fin da bambino. Vado in Latinoamérica per il fascino delle sue montagne, per la naturaleza, per l’oceano che ruggisce di notte e per i volti tondi della gente. Per sentire un’unica lingua, lo spagnolo, sciogliersi in una moltitudine di accenti e termini così variegati e distinti per ogni paese.

Il Latinoamérica come pulsione che si fa emozione e, forse, persino sentimento. Sento che è questo il posto dove andare, prima che il cerchio si chiuda del tutto e mi porti a volgere lo sguardo verso altri posti, fuori e dentro di me. Con la speranza, nemmeno tanto nascosta, che proprio da quelle parti si avveri quanto diceva Pablo Neruda.

“Un giorno, in qualche posto inevitabilmente ti incontrerai con te stesso. E questa, solo questa, può essere la più felice o la più amara delle tue giornate”.


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