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¡No pasarán!



Fasci di luce proiettano sul palazzo una scritta. ¡No pasarán! Un uomo sorride amaro, come altri nella piazza inizia ad applaudire, il leggero scroscio diviene presto una pioggia intensa di mani. Si toglie il cappello, una coppola, la testa è calva, proprio come suo padre, e prima ancora suo nonno, il cui ricordo è una coperta che puzza di fumo e un berretto portato sempre sul capo, anche quella una coppola, o forse un basco.


Il mare sembra schizzare di luce con tutte le pailettes dorate che brillano al sole. Alla donna le ricorda la pelle dei pesci quando andava a fare la spesa con la madre, poi il treno viene inghiottito da una galleria e avvolta nel buio rivede la gente che poco prima l’ha salutata, con gli occhi rossi e il cappello in mano.


La vibrazione del cellulare anticipa un messaggio da controllare, guardare, rispondere. Lui sbuffa e guarda di sbieco l’orologio in basso a destra del computer, le 5 e mezza e un altro giorno buttato.


L’espresso ferma a ogni stazione, e a Nervi c’è un soldato, seduto. Ha lo sguardo stanco sulle rotaie, lo stridere dei freni di un vagone non lo sfiora nemmeno, tiene un braccio proteso lungo lo schienale della panchina, come ad abbracciare lo zaino impolverato seduto vicino.


Dopo ieri notte lui non pensava più di vederla, e si scuote al ricordo di lei che tiene in mano un gin tonic, ogni tanto butta giù qualche sorso da una cannuccia rossa e intanto sorride, ai lati della bocca si formano piccoli solchi, e la sua voce si fa sempre più tenue. Prima erano in piazza e lei era una bambina al luna park, stordita davanti alle luci che per una notte coloravano palazzi austeri. Prima erano in piazza e lui avrebbe voluto prenderla per mano, e non trovando il coraggio di farlo la guardava con tenerezza, chissà se è questo l’amore.


Le mani dell’uomo non applaudono più, ora sono ai lati della bocca a fare da altoparlante alla voce. Scandisce con forza un nome, lo ripete più volte, grida forte e qualcuno inizia pure a guardarlo, di certo non sono i due giapponesi vicino a lui, troppo impegnati con il cellulare a fare un video che mai rivedranno.


La donna ha tirato fuori dalla borsetta uno specchio e si aggiusta il trucco, il suo finestrino è davanti al soldato seduto, che si sente osservato e guardingo alza gli occhi, la vede. Anziché scomporsi lei lo guarda più intensamente, con una mano si aggiusta i riccioli dietro l’orecchio. E’ bellissima, pensa il soldato. Vorrebbe salire sul treno, anche se il suo deve ancora arrivare e lo porterà lontano, dove arriva la neve. Dal taschino tira fuori una sigaretta lunga e stretta, tutta bianca, se la porta alla bocca, è spenta.


Lui l’ha visto, a quell’uomo con la coppola in mano. E in due occhi che fremono e una voce che grida sente un fuoco che brucia. Vorrebbe farlo notare pure a lei, ma poi cambia idea. Poi le luci si spengono, dalla cannuccia rossa non esce altro gin e la notte ormai si sta trascinando verso la fine, lui cammina per una strada in leggera salita, vive da poco lì vicino. All’ingresso di un cinema c’è una locandina, lei gliene ha appena parlato, di un libro e di un film. “Come lui, che tiene alta la bandiera negata”.


Il soldato è tornato a guardare i binari, la donna continua a fissarlo eppure qualcosa è cambiato. Prima voleva sedurlo, ora solo parlarci e toccarlo, sfiorare quelle sopracciglia nere e folte, accarezzare il suo zaino impolverato, e pure inspirare il fumo quasi azzurrino di quella sigaretta che nel frattempo si è accesa.


“Un soldato giovane, lacero, impolverato e anonimo, infinitamente minuscolo in quel mare fiammeggiante di sabbia all’infinito” - il messaggio di lei.


L’uomo che prima gridava ora sbatte la porta, in casa lo aspetta il solito silenzio, denso come la panna che mangiava da bambino. Una bandiera di tre colori è appesa all’ingresso, sta per cadere da anni e anche questa notte aspetterà domani per farlo. A coricarsi sul letto gli gira la testa, e con lei girano i ricordi d’infanzia, come i racconti adagiati sopra a quella coperta che puzzava di fumo. Socchiude le labbra, sussurra lento, lo dice quasi senza respirare e intanto si immagina il volto rugoso del nonno di cui ormai non ricorda la faccia, le rughe, gli occhi, la voce. ¡No pasarán!


E ora il soldato davanti alla donna è in piedi, e pure lui, lui che ha letto il messaggio e che continua a pensare che non la rivedrà, si è alzato per socchiudere la finestra, da nord tira un vento freddo e intanto risente forte gridare la voce dell’uomo senza capelli e con la coppola in mano, la notte prima, in quella piazza. Nell’angolo della camera ha una chitarra appoggiata, la prende giusto per accennare due accordi, alla fine oggi sarebbe pure il suo compleanno. Poi si risiede, risponde alla ragazza.


Il treno è partito, la donna se n’è andata e il soldato è già in marcia, bruciano le spalle a contatto con le bretelle dello zaino, e in una tasca ci ha messo la bocca di quella donna che gli sorrideva. Ora il soldato cammina per una strada, non prenderà nessun treno, il mare è dietro alle spalle che bruciano e lui “senza sapere bene dove stia andando né con chi né perché, senza che gliene importi troppo va in avanti, avanti, avanti, sempre avanti.”


Nota: Gli estratti tra virgolette sono tratti dal libro di Javier Cercas “I soldati di Salamina”.


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