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Ne vale la pena?

Aggiornamento: 15 lug


Le mattine erano fresche, a volte persino fredde. Mi mettevo lo zaino sulle spalle e anziché il peso ne avvertivo la leggerezza. Appena fuori dall’albergue respiravo a fondo, e sentivo l’aria solleticarmi nel naso. Il piacere di mettersi a camminare era grande, impagabile. A ripensare agli inizi di quelle giornate mi spunta un sorriso sul volto, come del resto succede sempre quando mi abbandono ai ricordi del mio Cammino di Santiago.

Quel giorno, doveva essere intorno al 25 maggio, ero appena partito da Ponferrada. Il sole era dietro ai monti, le strade avvolte da un’ombra promettente. Ancora per le vie del centro, mi accingevo a uscirne scendendo da una scalinata. Su un anonimo muro grigio davanti a me, c’era la scritta. È stato come un corto circuito, un tuono improvviso. Mai prima d’ora avevo riflettuto su un’espressione così comunemente utilizzata.

La pena è supplizio, condanna. Che cosa abbiamo combinato per meritarci qualcosa di così terribile? E poi associata al verbo valere, che con sé porta il concetto di prezioso, di dare valore a un’azione, un gesto, un sentimento.

Non dovrebbe mai valerne la pena. Piuttosto la perseveranza, fatica, in alcuni casi il dolore.

Da quando ho visto quella scritta mi mordo la lingua ogni volta che, senza pensarci, utilizzo quest’espressione. Il più delle volte mi correggo pure ad alta voce, e se l’interlocutore ha voglia spiego il perché di tanta pignoleria. Se non ne ha, lo faccio lo stesso. Perché le parole hanno un peso, e spesso ce ne dimentichiamo. Ci infarciamo la bocca di modi di dire, spesso ricorriamo a espressioni iperboliche per voler comunicare qualcosa di scontato e banale. Viceversa, quando qualcuno è sicuro dei propri sentimenti e ricorre volutamente a parole cariche di emozioni, spesso lo si ignora o persino lo si colpevolizza. “Esagerato”, gli si dice. “Dovresti contare fino a cinque prima di dire certe cose”. E così finiamo per chiuderci sempre un po’ di più, tormentati dai nostri pensieri, frutto di voli pindarici o emozioni inespresse. Forse così nasce la pena. Quel castigo che ci autoinfliggiamo, ma di cui spesso non siamo nemmeno consapevoli, almeno all’inizio. Pensiamo che stare male faccia parte del gioco, giustifichiamo il comportamento degli altri e intanto, dentro di noi, crollano lentamente muri di solide certezze. Mettiamo in discussione la bontà dei sentimenti, frutto di tanti pezzetti che chiamiamo emozioni e che ora iniziano a vacillare in preda a paranoie, ansie e paure più o meno giustificate. “Cerca di stare tranquillo, ne varrà la pena”, ci dicono. E noi tranquilli lo siamo sempre meno ma la pena sì, quella arriva eccome. Ci attanaglia come una rete a trame fitte, persino ci blocca nel nostro quotidiano. Siamo inerti, incapaci di avvertire quella forza interiore di cui, fino a poco prima, pensavamo di avere risorse abbondanti. Aspettiamo, in un’attesa passiva e logorante. Ne vale la pena, continuano a sussurrarci come un mantra, e quasi sempre lo fanno in buona fede. Perché un po’ tutti, prima o dopo, pensiamo che sia un passaggio obbligato, una sorta di rito iniziatico a cui sottoporsi, e mica solo una volta.

Mi viene in mente un regalo ricevuto per un compleanno di qualche anno fa. La mia ragazza del tempo aveva chiesto ad amici e parenti di mandare un breve video messaggio con l’intenzione di farci un montaggio. Mi piace pensare che se quella persona leggerà mai queste righe sappia che le sarò per sempre grato. Specie per aver poi potuto guardare i singoli video, in cui ci sono amichevoli prese in giro, sinceri attestati di stima, affetto e tanto altro. Uno in particolare è un dono prezioso a cui periodicamente mi affido, specie nei momenti di dubbi e incertezze. Dentro l’abitacolo di un’auto c’è una bella signora con gli occhi chiari, accesi da un luccichio familiare. Quella donna, che poi è la persona che mi ha messo al mondo, per il compleanno mi augura solo una cosa: l’amore. Amore per me stesso, per quello che faccio, per il luogo dove vivo, per gli amici che mi onorano della loro costante presenza. Amore, ovviamente, per qualunque compagna vorrà fare un pezzo di strada con me. Mentre lo dice mia mamma sorride e io mi sento come quando vedo scendere la neve dal cielo: grato e felice.

Così ripenso alla scritta incontrata durante il Cammino di Santiago, e tutto trova un suo senso.


Que el amor valga la alegria, no la pena.

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