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Martìn


Ogni mese nella metropolitana di Madrid ci sono dieci suicidi.

José ci sta pensando mentre il suo volto esce dal buio della galleria e scorre davanti la fermata di Bilbao e i vagoni scaricano a terra i pochi passeggeri di un tranquillo lunedì notte. Vicino a lui ha un libro, non si potrebbe leggere mentre si è in servizio ma ormai le linee sono totalmente automatizzate che il suo lavoro è solo quello di schiacciare un bottone per aprire e chiudere le porte. Sempre che non ci siano inghippi, ovviamente, come quando il treno arriva lungo e allora deve azionare il freno manuale o, appunto, come quando qualche sventurato si addentra nel buio di una galleria e spunta all’improvviso. Ciack. I colleghi gli hanno detto che il rumore è più o meno quello di quando si pesta una cacca. Tra i colleghi si fa del black humour a riguardo, lo chiamano il battesimo della merda. A tutti prima o poi capiterà, anche a José. Certo che sarebbe un peccato se gli succedesse proprio questa notte, gli mancano solo venti minuti per finire il turno, a casa ha la sua bella moglie che lo aspetta, con un bambino in grembo e una cena calda. E poi questa sera lui vuole finire il libro, l’Alchimista, José l’aveva letto tanto tempo prima, durante un viaggio in Messico, quando nemmeno ventenne aveva girato il paese con lo zio di Monterrey, in sella a una motocicletta arrugginita e sotto un cielo torrido. A rincorrere la sua leggenda personale, proprio come diceva il libro, proprio come credeva lui a quei tempi, in cui si sentiva libero come il vento e con lo zaino pieno di sogni. Un giorno però ci aveva litigato con lo zio, che poi altro non era che un ubriacone permaloso e parecchio lunatico. Questione di soldi, ben pochi a dirla tutta, eppure lo zio l’aveva lasciato nel mezzo del nulla, in una specie di stazione di rifornimento chissà quanto lontana dalla prima città.

«A quel figlio di puttana di tuo padre non gliene è fregato mai niente di suo fratello, di certo non si ammazzerà per il figlio» Gli aveva detto prima di scomparire in una nube di polvere. José piangeva, con lacrime grosse e salate, e si sentiva addosso tutto il peso dell’abbandono. Solo, con le poche macchine che si fermavano per fare benzina e che non volevano avere a che fare con quel ragazzo imbronciato, sotto il sole accecante del Messico, seduto ai bordi della strada e con il pollice tirato all’insù, si era preso un’insolazione ed era crollato in un sonno profondo. Al risveglio non aveva più lo zaino, le sue cose, gli avevano portato via persino le scarpe. Per fortuna che un uomo sulla cinquantina, dai lunghi baffoni e con una pancia rotonda e dura, l’aveva accompagnato fino all’ospedale più vicino, dove l’aveva poi lasciato senza troppi complimenti, aveva fretta. Si era fatta sera e José vagava nel piazzale dell’ambulatorio, con la febbre sempre più alta. Ciack. Era pieno di merde di cani, José ne aveva pestate una dozzina e dopo tanti anni si ricordava ancora quell’odore nauseabondo. Era riuscito ad arrivare all’ingresso, dove un’infermiera vecchia e annoiata l’aveva fatto sdraiare su una lettiga arrugginita. Al risveglio si era ritrovato in un corridoio, con un medico che gli spiegava che la febbre era passata, e che ora doveva lasciare l’ospedale perché non c’era posto per lui. José aveva ubbidito e aveva provato a chiamare lo zio ma niente, nessuna risposta. Forse avrebbe fatto l’autostop fino a città del Messico, dove in teoria aveva il volo per tornare in Spagna tra due o tre giorni, ormai aveva perso il senso del tempo. Forse, pensò, quell’uomo dall’altra parte della strada che vendeva fiori poteva aiutarlo. Basta un segnale per un po’ di fiducia, a José era bastata una ciocca di capelli bianchi in una testa tutta nera per convincersi che sì, quell’uomo poteva fare qualcosa per lui.

«Non ora, prima devo vendere i fiori»

José si era seduto sul marciapiede, ad aspettare in silenzio.

Poi, dopo alcune ore, l’uomo aveva parlato:

«Che succede figliolo?»

«Sono solo, devo tornare a Città del Messico, non ho soldi, mi hanno rubato. Mi puoi aiutare?»

«Ho un po’ di riso, una baracca dove vivo e la mia compagnia. Ti basta?»

José rispose con un cenno che era un mezzo sorriso. L’uomo con la ciocca bianca si chiamava Martín e quei due giorni passati in sua compagnia furono i più belli della vita di José. Grazie a degli amici gli aveva rimediato un posto su un pullman per Città del Messico, da dove finalmente sarebbe riuscito a tornare in Spagna. Martín, intanto, gli aveva parlato dei figli, tutti scappati in città, gli aveva spiegato che il suo lavoro era quello di vendere fiori a chi andava all’ospedale, faceva solo quello da una vita e i fiori li andava a strappare dai giardini delle famiglie più ricche. Quando lo scoprivano era lui a finire all’ospedale, ma poco male, lui era felice così. Martín aveva condiviso il poco che aveva con José, l’aveva fatto sentire bene, come mai era stato prima durante. Al momento dei saluti, in una notte che non voleva venire mattina, José non sapeva che fare per ringraziarlo, non aveva più niente, le stesse scarpe che indossava gliel’aveva procurate Martín. Poi, imbarazzato, si toccò la tasca sul sedere dei pantaloni. Dentro aveva il libro, l’alchimista, l’unica cosa che gli era rimasta. Si fece dare una penna e sulla prima pagina ci scrisse a Martín, che pur non avendo nulla mi ha dato tutto.

Era tornato in Spagna, dalla famiglia da cui era fuggito, i bollori della gioventù si erano raffreddati ed eccolo José, che sfreccia sulla metropolitana di Madrid con l’Alchimista al suo fianco. Il libro l’aveva visto per caso qualche giorno prima, in una vecchia libreria del centro, erano anni che non ci pensava, era uscito dalla sua vita, così come Martìn, il Messico e tutto il resto.

Niente battesimo della merda, nessun ciack a turbare José, almeno non questa notte, ora sta entrando in un supermercato aperto 24 ore per comprare ciò che gli ha chiesto la moglie poco prima. Quando esce, sulla destra, intravede un lurido sacco a pelo giallonero, che termina in una scatola montata all’altezza della testa, un po’ come una cuccia per i cani. Dentro ci dorme un uomo e lui lo conosce bene, lo vede spesso da quel supermercato. Ha gli occhi neri, i capelli riccioli di un biondo spento e odora di strada; a volte di giorno si mette a suonare un flauto viola, e quando lo fa suona malissimo, spesso l’uomo della sicurezza esce per gridargli di smetterla, non ne può più di sentire quella nenia. Il barbone sorride, e così fa José ogni volta che assiste alla scena. Ora invece si avvicina silenzioso al fagotto che dorme, lascia al suo fianco una scatola di merendine.

Da qualche tempo José ha fatto amicizia con l’odore della sua casa. Non è stato facile, pensa, mentre un misto di pelle del divano, aria chiusa e deodorante alla lavanda gli entra nelle narici. Lui era abituato a quello del suo monolocale di Malasaña, un buco ereditato dal nonno e che negli anni dell’università era stato per lui molto più che una casa. Insieme agli amici di una vita lì ci aveva fumato, scopato, urlato, vissuto a cento all’ora e il giorno del trasloco tutta la combriccola era lì, con gli occhi rossi e, se ce l’avessero avuto, il cappello in mano. Stasera José si sente bene a casa sua, e intanto dà un bacio alla moglie, che sa di pollo al curry perché non ce l’ha fatta ad aspettarlo per cena, le accarezza la pancia che inizia a crescere, poi una volta cenato si spoglia e si addormenta all’istante.

Non esiste un momento giusto per le disgrazie, eppure a volte succedono proprio mentre si tocca il cielo con un dito. Quel giorno José ha appena scoperto che sarà padre di un figlio maschio, non sta nella pelle dall’emozione e già s’immagina un piccolo furetto a sgambettare nel parco sotto casa, magari con addosso la maglia dell’Atletico. Bip, le porte si chiudono, la metropolitana riparte la sua rincorsa, oggi è di servizio sulla linea 6, quella circolare, da ragazzo era la sua preferita perché sembrava non finisse mai. Una curva decisa a destra, poi una più lieve a sinistra, e infine il rettilineo per arrivare alla prossima stazione, O’Donnell. Curva a destra, ora a sinistra, sta per iniziare il rettilineo e... sbam. Non è vero che fa ciack. Il colpo è forte e duro, José attiva il freno d’emergenza, grida ma in fondo sa già cos’è successo. Gli pulsano le tempie, dalla radio lo chiama il posto centrale che chiede spiegazioni, ma lui non riesce a rispondere, si sente mancare i sensi. Avverte uno strano gusto nella bocca, lo stesso che provava quando la mamma cucinava in quella padella dal fondo consumato, è amaro e invadente. Poi rinsavisce: “Credo di aver investito una persona”. Dal posto centrale gli impartiscono ordini per arrivare alla stazione, le persone vengono fatte scendere per un guasto tecnico, la metropolitana prosegue nel suo cammino senza nessuno a bordo, c’è solo José, e il gusto di padella bruciata.

«Non è vero, non fa ciack», dice all’ispettore di linea che lo aspetta al deposito. Vengono fatti i rilievi del caso, pare che il locomotore abbia urtato contro la testa del disgraziato, il corpo è ancora lì sulla linea. Quella sera l’odore di casa lo disgusta, a José, vorrebbe essere a Malasaña, sette o otto anni fa, in un venerdì sera qualunque a spaccarsi di canne e blaterare di politica. Davanti ha invece la moglie, che in un attimo capisce tutto, cerca di rincuorarlo ma lui non ha voglia di parlare, si getta sul letto e spegne subito l’abat-jour del comodino, dove da qualche tempo ci ha appoggiato un libro, l’Alchimista. La mattina lo chiama la psicologa, gli spiega che si possono vedere quanto prima per parlare dell’accaduto, per superare il trauma. È una bella signora di cinquanta e più anni, naso un po’ aquilino, capelli ricci e parlata del sud, forse di Granada.

«Chi era?» Chiede, mentre stringe la mano alla donna.

«Un barbone, pare non fosse la prima volta che vagava per la metropolitana, forse era ubriaco»

«Aveva amici, parenti?»

«Pare di no, la polizia al momento non è riuscita a rintracciare nessuno»

«Io vorrei vederlo»

«José, non credo sia la cosa migliore, il corpo è ridotto parecchio male»

«Io vorrei vederlo»

«Ma José, cerchi di capire…»

«Voglio vederlo»

«Vedrò cosa posso fare»

Il pomeriggio José è all’obitorio, tra stanze sudicie e trasandate. I morti non hanno bisogno di manutenzione, pensa tra sé. Un poliziotto un po’ arrogante, per niente impietosito dal suo stato d’animo, lo porta al cospetto del cadavere. La psicologa aveva ragione, della testa non è rimasto niente, e il resto del corpo non è certo messo meglio.

«Siete riusciti a risalire alla sua identità?»

«Sì, anche se non è stato facile, abbiamo trovato una carta d’identità tra le pieghe di questo sacco a pelo»

Il poliziotto indica un fagotto lercio, è giallonero, proprio come quello che vede quando va a fare la spesa.

Suda.

«C’erano altri oggetti personali con lui?»

«Poca roba, solo qualche scatola ammuffita, un po’ di cibo, un flauto viola, strano come colore no?»

È lui, José ormai non ha dubbi e le parole del poliziotto, che continua imperterrito a raccontare nei dettagli le indagini su un barbone qualunque, cadono lontane. Nella sua testa c’è un flauto fastidioso che fischia, il vigilante del supermercato che grida di smettere, il barbone che se la ride e José che fa altrettanto.

«Ah, si chiamava Martín» aggiunge infine il poliziotto. José torna a casa distrutto, non vuole parlare con la moglie, gli amici, i parenti. Pensa a quel flauto, a quell’uomo che per mesi ha mangiato le sue merendine, avverte la stessa febbre sentita tanti anni prima, sotto il sole del Messico. Qualche giorno dopo ai funerali non si presenta nessuno, c’è solo lui ad ascoltare l’omelia frettolosa del prete. Dentro la bara c’è Martín, o quello che resta, e c’è pure il suo libro dell’Alchimista. Con una dedica a Martín che non aveva un bel niente ma che mi dava qualcosa.


Quando aveva ventiquattro anni José era stato con una ragazza che amava tantissimo, lei era mora, con gli occhi grandi e chiari, piccola, quando una sera l’aveva vista tra le braccia di un altro gli era crollato il mondo addosso. Per giorni non era uscito di casa, passava i giorni a dormire e scriverle lettere, che puntualmente tornavano indietro. Poi passò qualche mese, un pomeriggio camminava tra gli alberi del Retiro e a guardare un vecchietto con El Mundo sotto l’ascella aveva visto la tristezza che se ne andava. Certo, erano venuti altri momenti difficili, come quella sera che l’aveva rivista in un bar della Latina, ma quel giorno aveva intravisto un poco di luce dietro a un cielo plumbeo di ottobre. Con la morte di Martín succede lo stesso, oggi José è a correre nel parco della Casa del Campo, sono passati tre mesi da quel pomeriggio all’obitorio e da un momento all’altro José diverrà papà, giusto ieri ha aiutato la moglie a preparare la borsa da portare all’ospedale. Stamattina è una bella giornata di sole, c’è pure un’insolita brezza a ravvivare l’azzurro del cielo e José è su una collinetta, da dove Madrid spunta lontana, perfettamente incorniciata dentro a due alberi alti e solitari. Forse è il cinguettio di un uccello, forse quella sensazione di vita che scorre lontana, ma tutto a un tratto si sente di nuovo libero, senza più sentire il peso di un sacco a pelo giallo e nero con dentro un uomo che si chiamava Martìn. José torna a casa e negli occhi ha una luce diversa, la moglie lo capisce e lo bacia intensamente, poi l’abbraccia, lascia che lui respiri tutto il suo profumo, trascorrono il resto della giornata a ridere nel letto, guardando vecchi film e pensando alla loro imminente vita a tre.


È trascorso qualche anno, Josè ora è papà.

Oggi è venerdì e grazie alla complicità dei colleghi lui non sarà di turno per tutto il fine settimana, un’ottima occasione per andarsene un po’ a casa. Già, perché lui non è di Madrid ma di Valencia, sul mare, e nonostante lì non abbia più né famiglia né amici ogni volta che riesce vuole tornarci. All’inizio la moglie, madrilena purosangue, non lo capiva, poi si è adattata, e ora gli sorride mentre il loro bambino dorme beato. Si fermano a una stazione di rifornimento, José vuole sgranchirsi le gambe, eppure dovrebbe essere abituato a stare seduto tutto il giorno, pensa mentre un sole non troppo caldo sta tramontando alle sue spalle. Seduto su un gradino vede un ragazzo, ha il cellulare in mano ma non lo guarda, fissa un punto lontano nel cielo e sorride di gusto. Beata gioventù, pensa José, e il ragazzo sembra sentirlo, quel pensiero, perché gli rivolge uno sguardo pieno di pace.

«Bella giornata eh?» Attacca José, gli è sempre piaciuto fare due chiacchiere.

«Già, anche se mi aspetta un bel po’ di strada»

«Dove sei diretto ragazzo?»

«Al nord» Risponde vago. Poi agli occhi incuriositi di José aggiunge:

«La Coruña»

«Cavolo saranno almeno sette ore!»

«Eh già» risponde il ragazzo distratto.

«Te ne vai dalla tua bella?»

«Mmm bella è bella, però di certo non è mia» Il ragazzo ha voglia di raccontare, lo si vede dal volto e basta uno sguardo interrogativo di José perché inizi a farlo.

«Ho conosciuto questa ragazza qualche giorno fa. Ero appena atterrato a Madrid, abbiamo preso insieme la metropolitana dall’aeroporto»

Linea 8 – pensa subito José.

«Sai quando una è bella, ma proprio così bella che dici no dai, non è possibile che questa mi stia sorridendo?»

José annuisce, per nulla infastidito dal fatto che il ragazzo gli stia dando del tu.

«Subito ho visto dei capelli, credo castani, di sicuro erano lisci, e dita lunghe e affusolate. È stato un attimo, sospeso, lei mi ha guardato, mi ha sorriso, io ho fatto altrettanto. Non sai il nervoso quando siamo saliti sulla metropolitana, lei di fronte a me, io che provo a guardarla ma ogni volta che si muove abbasso la faccia, cavolo io sono timido sai? Poi sto quasi per rinunciarci quando finalmente ci incrociamo di nuovo. E lei non sfugge allo sguardo! Mi guarda, quasi mi fissa, e mi sorride, tanto! Ha degli occhi chiari, credo verdi, stupendi. È un momento bellissimo sai? »

«E poi ci hai parlato?»

«Si!» dice il ragazzo, quasi urlando. «È una ragazza meravigliosa, si chiama Sabela, sapessi quante cose ci siamo detti!»

«Stai andando a trovarla?»

«Non proprio, o meglio lei non lo sa. Voglio farle una sorpresa, farmi trovare a casa sua, vedere che succede» Dice il ragazzo con un velo di timore nella sua voce.

«Beh solo per il coraggio ti meriti il meglio» dice José, la moglie intanto lo chiama dall’auto.

«Mi raccomando riposati un poco però!» aggiunge poi con fare paterno.

«Naaa, abbiamo tutta la vecchiaia per farlo no? E poi guarda, io non sono manco riuscito a chiudere occhio stanotte. Anzi, sai che ho fatto? Ho letto un libro, tutto di un fiato, me ne aveva parlato un amico, mi è piaciuto tantissimo. Ecco, guarda ce l’ho qui» Tira fuori dalla tasca della giacca qualcosa che José conosce bene. È l’Alchimista, e a vedere la copertina riconosce la stessa edizione che aveva tanti anni fa, poi lasciata a Martín in una notte che non voleva diventare mattina.

«L’ho trovato alle bancarelle, ho sempre creduto che fosse filosofia da due soldi e invece… invece è proprio vero che bisogna ascoltare ciò che dice il proprio cuore, non credi?»

José non parla, non dice niente.

«Beh, io ora devo andare. Ma lei l’ha letto il libro?»

José ritorna per un attimo in sé, forse perché il ragazzo ora gli sta dando del lei.

«Beh, ecco, io… »

«Ho capito, non l’ha letto, senta allora io glielo lascio, di solito sono molto geloso dei miei libri ma oggi mi sento così, e poi questo libro è proprio da condividere, da donare, insomma, tenga!»

José poggia una mano sulla spalla al ragazzo, stringe gli occhi che diventano due fessure e poi dice: «Grazie ragazzo, e buona fortuna»

«Speriamo! Sai che roba se poi quella ha il fidanzato?» E ridendo se ne va.

José torna in auto, accende il motore e poi la moglie le chiede:

«Ma chi era quel ragazzo, lo conosci?»

«Oh sì, è un mio caro amico» José sorride con la bocca chiusa, in quel modo che tanti anni prima ha fatto innamorare donna, fissa la corsia davanti a sé, gli ultimi bagliori del giorno accarezzano il suo viso. Poi per un istante guarda quell’esserino che continua imperterrito a dormire aggrappato alla mamma. Lascia passare qualche secondo, torna a guardare la strada e sussurra:

«Non è vero, Martín?»



La sveglia suona alle 5 e 30. Il ragazzo avrà dormito un’ora scarsa e in una stanza ancora piena di sonno ripensa, solo per un attimo, a ciò che ha appena sognato, lui che di solito non si ricorda mai niente. Un ultimo controllo allo zaino, apre la porta di casa, di corsa giù per le scale e poi accende la macchina, sul cruscotto c’è un libro. Entro sera sarà a La Coruña per rivedere quella ragazza conosciuta qualche giorno prima, per caso, sulla metropolitana di Madrid.



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