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Le gocciole di Buenos Aires


Museo de la Inmigración

«Algo habrá hecho».

Negli anni della dittatura, quando gli argentini sparivano, si diceva così.

Avrà certamente fatto qualcosa un tizio per essere caricato su una camionetta e condotto nella famigerata ESMA dove, in pieno centro città, i prigionieri venivano incappucciati, picchiati e torturati. Quindi, dopo mesi, a volte anni di indicibili sofferenze, li narcotizzavano e, ancora semi coscienti, caricati su un aereo militare. Infine gettati nelle acque profonde del mare, quasi sempre in grado di assicurare l'oblio.

Quando nel centro di detenzione arrivavano donne incinte, queste venivano spesso fatte partorire con gli occhi fasciati, senza nemmeno poter vedere il figlio dato alla luce. Il neonato era poi dato in affidamento a qualche famiglia vicina al regime, mentre alle madri spettava la stessa sorte degli altri.


Regimi come quelli instauratosi in mezzo Latinoamérica negli anni ‘70 - con un sincronismo troppo perfetto per essere casuale - non si cancellano facilmente. Anche dopo il ritorno alla democrazia se ne sentono ancora le ferite. Proprio come le percosse subite da chi è stato torturato, ci sono cicatrici che non guariscono mai. Ci si porta dietro lo strazio di un’intera generazione martoriata mentalmente, ancora prima che fisicamente.

Algo habrá hecho è la spiegazione che mi dà Pablo per la scena a cui ho assistito un pomeriggio a Buenos Aires. Un ragazzo con le manette strettissime dietro la schiena, sbattuto con violenza sul cassonetto dell'immondizia e poi raggiunto da una raffica di pugni da un poliziotto. Lui sta zitto, non si lamenta. Poi arriva un altro e inizia a schiaffeggiarlo. Qualche metro più in là, un uomo continua a lavare i cerchioni dell'auto.


Con il mio amico Pablo

Pablo è un uomo di fede, amante della compagnia e della vita. Anni fa una coppia di amici italiani gli chiese di venire fino in Emilia per celebrare il matrimonio. Lui non ci pensò due volte e, nel raccontarmi di una cerimonia stupenda, in mezzo a vigneti e con una tempesta che infradiciò tutti gli invitati, si emoziona come se fosse successo il giorno prima. Per salutarci abbiamo deciso di mangiare una pizza da Guerin, storico locale sull'Avenida Corrientes, fondato da miei concittadini quasi cent'anni fa. La Genova che ho cercato a lungo questi giorni e che mai avevo trovato, compare sulla porta della pizzeria. Spunta un sorriso amarognolo: vicino allo stemma della città c’è un grifone con lo scudetto rossoblu. Chissà come sarebbe stato contento mio nonno, penso poi.


Pizzeria Guerrin. Genovese e, purtroppo, genoana

Saluto Pablo, non c’è un minuto da perdere. Voglio dedicare ogni singolo istante a Buenos AIres. Riprendo quindi il mio vagare costante, testardo, per cui mi sono ritrovato coi piedi dolenti e l’animo sfiaccato. Sergio, il barista che ogni mattina mi attende per parlare del River, mi dice che Buenos Aires è una “ciudad agresiva” Gli è capitato, in qualche viaggio all’estero, di pensare a come sarebbe una vita lontana da qui, da questo vortice che ti prende e ti sbatte da ogni parte, senza alcun riguardo. Non ce l’ha mai fatta ad andarsene, perché «noi di Buenos Aires», mi dice, «somos medio nostalgicos». E, in effetti, fin dalla prima sera, quando arrivo al terminal del Retiro, con le baracche della Villa 21 così vicine da poterle sfiorare, ho sentito che questa città odora di porto. Ha quindi nelle sue viscere l’equilibrio misterioso e precario tra voglia di partire e necessità fisica, ancor prima che sentimentale, di tornare. Perché a Buenos Aires il cielo la sera si infuoca, e la luce sembra eterna come quella di Roma. I larghi viali del centro ricordano i Boulevard parigini, e la gente ha facce corrugate e arcigne. Dai tratti mediterranei, a volte persino arabi. Volti di chi deve barcamenarsi tra mille problemi, e spesso usa l’ironia come unica fonte di sollievo.


Per le strade del centro

In questi giorni la temperatura ha raggiunto i 42 gradi percepiti, con la costante sensazione di svenire da un momento all’altro. Mai vista un’estate così, mi dice sempre Pablo. Gli racconto che l’altra sera, nel quartiere di Palermo, ho dovuto interrompere la cena in un ristorante armeno per via del caldo opprimente. L’intero quartiere era senza luce, le finestre erano bloccate e, ovviamente, di aria condizionata nemmeno a parlarne. Ho raggiunto la stazione camminando per strade buie, riprovando quella sensazione di insicurezza così familiare in Latinoamérica. Poi sono salito sulla metropolitana per tornare a casa, ma una voce metallica ci ha fatto scendere dal convoglio per problemi tecnici. Si è risolto tutto in dieci minuti, ma tanto è bastato perché un uomo si assurgesse a leader degli improvvisati manifestanti, chiedendo per sé e per gli altri il rimborso della corsa. «Allora, faccio bene o no a chiederlo?», diceva retoricamente agli altri.

In Argentina, dal peronismo in poi, è tutto un parlare per simbologie, dai toni esasperati. Lo Stato si fa promotore di slogan altisonanti, retorici, quasi patetici alle orecchie di chi in questo paese non ci è nato e, per questo non, lo capirà mai. E allora ecco che su bus e muri si ribadisce che “Las Malvinas son Argentinas", o si tappezza gli edifici intorno al Congresso con lenzuoli pieni di scritte a sostegno dell'ex presidente Cristina Kirchner.

Intanto Buenos Aires, imperterrita, continua a centrifugare qualsiasi anima che gli capiti tra le mani. Come i giovani che ballano scatenati al ritmo del bongo ogni lunedì sera. Lo spettacolo si chiama la Bomba del Tiempo e, in un momento di pausa delle percussioni, parte l’immancabile coro sulla Selección campione del mondo. La folla di muchachos salta in preda al delirio e dopo, avida di altra baldoria, muove freneticamente i propri corpi seminudi all'entrata di una discoteca. Due venditori di bibite si scannano per essersi fregati qualche cliente, promettendosi botte da orbi. Defilato, un ragazzo tiene un filo in mano, per contenere l’orda festante e non farla trasbordare sulla strada.

Buenos Aires me mata, lo dicevano di Madrid negli anni della Movida, a me pare che l’adagio calzi a pennello per questa capitale, superficialmente definita come la città più europea del Latinoamerica. Buenos Aiires è tutte cose, come direbbero a Napoli. É un miscuglio nevrotico di energia violenta e repentina.

Penso tutto questo mentre parlo con Beatrice. Ragazza italiana dalla bellezza ispida, decisamente mediterranea, si direbbe sicula o forse fenicia. Anche lei vive in questa specie di comune dove sono stato per una settimana e che, tra i suoi avventori, annovera un pittore russo alla ricerca di asilo e un ragazzo di Trento con gli occhi piccoli e buoni. Si chiama Simone, fa il muratore e ogni domenica è in curva a cantare per il San Lorenzo. Beatrice mi dice che se n’è andata dal quartiere di Sant’Elmo proprio per via dell’energia. C’è qualcosa che fa male, da queste parti, ma è un dolore che porta del piacere con sé, e a cui è difficile saper rinunciare.


Con Simone, nella "Comune" vicina al Congreso.

Chissà cosa ne pensano i poveracci che stanno nei quartieri a Sud, quelli più poveri. Con le facce scavate da affanni indicibili, gli sguardi severi. Ogni mattina le loro schiene abbronzate, madide di sudore, trascinano con tenacità carretti pieni di rimasugli di scatole. Li chiamano i cartoneros, vivono dei pochi spiccioli che gli darà il macero per la loro mercanzia.

Ma è troppo facile dire che qui non si vive ma si sopravvive. E sarebbe pure sbagliato. La vita a Buenos Aires è una tragedia teatrale che si rinnova ogni giorno e che, per molti, vede la sua apoteosi in una partita di calcio. Dove vanno in scena passione, gioia e disperazione di un popolo da sempre unito nel vivere tutto con estremo trasporto, spesso capace di trasformarsi in delirio collettivo. Come con la recente vittoria nei mondiali quando, come dice sempre Pablo, sembrava che per rendere omaggio a Messi e compagni bisognasse a tutti i costi arrampicarsi da qualche parte.

Cammino, ancora. E le strade sono tutte uguali, piatte e geometriche. L'unica coordinata per i naviganti sono le quadre, ovvero gli isolati. La distanza si misura sempre così, e io a soffrire tra caldo bestiale, a reclamare una discesa, o anche solo una curva che non sia ad angolo retto.

Cammino e arrivo alla Boca, che credevo essere una specie di Little Italy, magari pure mezza turistica. Ma qui, come mi ha spiegato Simone, non c’è mai stata l’esigenza di doversi segregare. Gli italiani erano - e rimangono, con i loro discendenti - in ogni angolo. Ecco perché la Boca continua a essere un riparo, disgraziato e malfamato, per la povera gente. Le case spesso sono fatte di lamiere, a volte pitturate di giallo-blu. Qui non si tifa una squadra, ma si professa una religione, quella Boquense, monoteista e decisamente fondamentalista.


Nella "Republica de la Boca"

Arrivo all'insenatura a forma di bocca che dà il nome al quartiere. Provo a intonare qualche nota di Ma se ghe penso, ma non funziona. Eppure nell'otttocento fu qui che si proclamò la "Republica indipendente de la Boca", con il genovese come lingua ufficiale. Duró pochi giorni, ma tanti sono bastati per fare sì che la città facesse sua anche questa storia. A differenza di altri luoghi dove la migrazione è un aspetto peculiare, ancora ben distinto e riconoscibile, Buenos Aires l'ha inglobata dentro di sé, rendendola parte del suo modo di essere. Lavorare si dice laburar, la cerveza è una birra e, nelle pizzerie, mentre uno aspetta ordina un pezzo di fainá.

Migranti di inizio Novecento

Torno in strada, mi dirigo nelle zone più pettinate. La sensazione di oppressione data dalla dimensione urbana mi perseguita in ogni angolo. Non sarei mai capace di vivere qui, continuo a ripetere. Eppure con il passare dei giorni mi rendo conto di quanto, in poco tempo, la città mi abbia sedotto con la sua quotidianità. Il caffè al solito bar, Simone che mi aspetta la sera per sparare due belinate, le chiacchierate con Beatrice dal poggiolo la sera, con una brezza misericordiosa a mitigare l'afa del giorno.



Così, arrivato al punto di voler chiudere queste righe affannose, frenetiche mi rendo conto che, nel farlo, spunta una lacrima. É una goccia isolata, ma comunque presente. Come quelle che a Buenos Aires scendono dal cielo nei giorni di afa, per via dei condizionatori perennemente accesi. Una gocciolina che bagna senza dare sollievo. Pulviscolo di splendore decadente, di seduzione strisciante. Un minuscolo, persistente frammento di una città capace di instillare anche nel viaggiatore il suo carattere esuberante, perverso e malinconico.


Dal poggiolo della "Comune", prima della partenza


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