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Le bandiere non si strappano mai

Le bandiere non si strappano, tuttalpiú si sfilacciano. Rimane sempre un pezzetto di stoffa, o almeno così mi è sembrato. Lungo le strade ne ho viste parecchie, e io che pensavo che non ne avessimo poi tante in Italia. Ma pensandoci bene mi vengono alla mente tanti vessilli incontrati lungo le strade, in questa assurda e bella estate. Le bandiere erano appese ai balconi, sventolavano in una spiaggia o magari penzolavano dalla facciata di un hotel abbandonato. Mi piace pensare che i miei sogni, le mie ambizioni più grandi, siano come quelle bandiere. Che cambiano, sì stravolgono, ma la loro anima, il loro pezzetto più dentro non se ne va, rimane attaccato con coraggio, resiste.

Spesso mi chiedo se tutto questo abbia un senso. Il girare per il mondo prima, per l'Italia ora. Cercare una risposta in una serata nostalgica, passata in compagnia di ricordi mentre intorno a me vedo gente sorridere e ridere, mai da sola.

Parliamoci chiaro, quando uno viaggia da solo questi momenti li ha eccome. Poi arrivano istanti di pura felicità, in cui ci si dimentica il prima, il dopo e si gode il presente. Per quello bisogna fermarsi, a volte basta un giorno, altre una settimana, un mese, un anno. Persino una vita. Ma ci si ferma quando si è pronti per farlo, pure con la giusta compagnia vicino. Perché se lo si fa nel momento sbagliato allora i pensieri sconfortano. Sì trova il tempo solo per fare i confronti (maledetti social e maledetto me che ci passo ancora tanto, troppo tempo). I mondi fuori dal proprio sembrano più logici e belli. Sorgono rimpianti o presunti tali, fanno un rumore intenso e continuo, come quando il filo d'acciaio della bandiera sbatte contro l'asta metallo. Le passioni per diventare pezzi di vita vanno coltivate, e dietro a tutto ciò c'è sudore, fatica, persino noia. Perseveranza. Forse in certi casi non ci ho creduto abbastanza. D'altronde io lo dico sempre, la prima malattia degli entusiasti è l'incostanza. Perché come dice mio papà se io volessi potrei andare pure sulla Luna. Volevo partire per questo viaggio, l'ho costruito tutto io, pezzetto dopo pezzetto e beh, eccomi lì, sul ponte di una nave che odora di sale, a salutare Genova e pronto a scoprire finalmente questo paese. Eccomi a percorrere, per la maggior parte a piedi, stradine del Sud e del centro Italia, alla ricerca dell'inquadratura migliore, con il sole di luglio che mi riempie di goccioline la fronte, e la maglietta bagnata si appiccica alla schiena. Ed eccomi poi stanco, svuotato, con tanta voglia di stare solo con me stesso. Perché il vero viaggio è solo quello che si fa camminando, ed è questo l'insegnamento più grande che ti dà il Cammino, qualunque esso sia. Ma allora che senso ha, ancora, questo viaggio. Perché continuare, quando ormai sono stanco e molto più spesso di prima mi sento solo. Forse perché questo è, ora, il senso della mia vita. Perché quando finalmente riesco a isolarmi da condizionamenti esterni nocivi, riesco sempre più a capire cosa non mi piace e, lentamente, cosa vorrei nella mia vita. Perché quando sono solo, ma solo davvero, sono felice. E mi inorgoglisco a pensare che cosa ho fatto, e le parole di gente invidiosa rimangono a valle, lontane. Quando sono solo, in questo viaggio, sento ancora la voglia di andare e scoprire. Consapevole che poi il mio posto in cui tornare mi aspetta. Sì chiama Genova, è la città che a parlarne mi fa lacrimare gli occhi. Genova è il luogo dell'anima, quello per cui si viaggia per poi tornare. Genova è dove tornerò, tra non molto, per fermarmi. Non più per andare ma per costruire.

Le bandiere non si strappano mai.

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