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La vita vuole essere vissuta



Fabrizio ha quarantasette anni, lo sguardo tranquillo e la barba incolta, sulle guance si intravede una pelle di un bel rosa tenue. Siamo seduti su una panchina di Piazza Marconi, davanti al comune. Una piazzetta raccolta, intima, al nostro fianco c’è un vespino azzurro cromato.

“Ora, senza nulla togliere a Marconi, non potevano tenere i nomi originali? Lo vedi dove siamo?” Siamo nel Molise, a Isernia, che è insieme capoluogo di provincia e paese di collina. Fabrizio viene da Cassino, ma si sente ed è orgogliosamente del Sud. Sedici anni a Milano non hanno scalfito questa convinzione e, anzi, hanno pure sedimentato la rabbia per un paese che, dal 1861, non ha fatto poi molto per farci sentire tutti parte del tutto. Una delle tante lezioni imparate durante questo viaggio.

Finito lo sfogo la voce di Fabrizio si fa più calma, pensierosa. Il sogno è di aprire un bed and breakfast in Portogallo. “Mi sono sempre dato come tempo massimo cinquant’anni. Non manca poi molto.” Lascia passare qualche istante, poi aggiunge “Ma in effetti chi cazzo ha detto che bisogna aspettare. Questa cosa delle scadenze, delle date prefissate. Uno fa le cose quando si sente di farle”. Il viaggio insegna, il viaggio cambia, il viaggio schiarisce, il viaggio persino illumina. Sebbene sia molto preso dal filmare, raccontare, parlare, incontrare, sto sempre più prendendo del tempo per me stesso. O, per meglio dire, è il tempo stesso che me lo sta regalando. Vorrei che tutto ciò aumentasse ancora di più, e sono fiducioso che la stanchezza farà il suo dovere.

Con varie persone incontrate lungo la strada abbiamo convenuto che nella vita è importante capire che cosa ci piaccia fare. E siccome non è sempre facile, a volte è meglio partire dall’opposto.

Io ho capito che il lavoro d’ufficio non fa per me. Dietro alla mia scelta emotiva di quasi tre anni fa, che per molti è stata avventata, c’era in realtà una convinzione netta e ben radicata, che non mi ha mai abbandonato in tutto questo tempo. Mi sono licenziato perché non mi andava più di stare seduto davanti a una scrivania. Non per lo stare seduto, e nemmeno per la scrivania. Ma perché mentre scrivevo le mail o parlavo con i miei colleghi sentivo una voce dentro che mi diceva: che cavolo ci sto facendo qui?

Poi ho capito che lo stare in compagnia, sempre e comunque, non è sempre bello e necessario. Questo sì che è stato un processo più lungo, sofferto e vissuto. Ho avuto la fortuna (perché, col senno di poi, la ritengo tale) di essere accompagnato nel mio percorso di vita, almeno fino a ventisette anni. Prima dalla mia famiglia (loro ovviamente continuano a farlo, ma in maniera diversa), dagli amici, poi da una ragazza che ho amato e mi ha amato nella maniera più genuina e bella che possa esistere. Ovvio che quando è finita ci ho sofferto. In parallelo però avevo iniziato a coltivare una certa voglia di indipendenza e libertà. Credo sia germogliata in una mattina di ottobre, quando un agente immobiliare mi mostrava la casa dove avrei poi vissuto per più di tre anni, quasi o sempre da solo. L’ho sentita che cresceva una mattina di dicembre, all’alba del mio primo viaggio in solitaria. Così ho imparato che non mi piace sempre avere qualcuno al mio fianco. In amore così come in amicizia. Ho imparato che svegliarsi una mattina con qualcuno a fianco può essere bello, piacevole, divertente, ma non è sempre ciò che conta. Conta essere soli, in quel letto, e magari arrovellarsi un poco perché tanta altra gente che conosci la stessa mattina avrà qualcuno da abbracciare e baciare. Conta arrivare alla conclusione che sei solo perché l’hai scelto, e continui imperterrito a rifiutare situazioni di comodo, a volte persino fuggi perché dentro di te credi nell’Amore, puro e sincero.

Viaggiare è accelerare questo processo di consapevolezza. E magari arrivare persino al fatidico momento in cui capisci che cosa ti rende felice.

Mi rende felice la natura. Il verde dei prati, le montagne intorno a un lago. I paesini di campagna, le vecchiette sedute sulle sedie di plastica. Non voglio vivere in un condominio, sono pronto agli inevitabili sacrifici che tutto questo comporterà pur di stare in una casetta tutta mia. Magari pure con un orto da coltivare. Forse da qualche parte nell’entroterra ligure, ovviamente a un tiro di schioppo dalla mia Genova. Perché poi vorrei stare vicino a quella che rimane la città più bella del mondo, almeno per me. Vorrei studiarla meglio, vorrei mostrarla agli altri con i miei stessi occhi innamorati. Come guida, cicerone, cantastorie (no, forse questo è meglio lasciar perdere), chissà.

Vorrei continuare a parlare con le persone, conoscerne sempre di nuove. Ascoltare le loro storie e poterle raccontare. Vorrei poter fare altrettanto, sperando di risultare interessante. Mi piacerebbe fare tutto questo all’aria aperta, magari continuando a viaggiare ma non sempre.

Vorrei conoscere altre persone come Fabrizio, ognuna con il proprio sogno nel cassetto e la fiducia che tutto andrà per il meglio, se lo vorremo.

“Perché” – mi ha detto proprio Fabrizio – “questa storia del piano B è un’altra cazzata. Esiste solo una strada, che è quella che ci sentiamo di percorrere ogni giorno”.


Ecco, vorrei continuare a percorrere una strada, ma pure fermarmi. Vorrei essere sempre più libero da giudizi, condizionamenti o altri fattori esterni. Perché la verità è che ascoltando sé stessi si scopre che dentro di noi c’è già molto di ciò che serve.


E, per tutto il resto, c’è una vita che vuole essere vissuta.

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