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La stanchezza felice


La sveglia è alle cinque, perché l'orario del bus è un concetto teorico: secondo il sito si parte alle cinque e quaranta, parlando con la signora che mi affitta la camera è un'ora dopo, mentre per l'omino della compagnia che raggiungo dopo svariati tentativi al telefono non ci sono dubbi: è alle sei e cinque. Così per non fare torti a nessuno alle cinque e mezza sono alla stazione dei bus, nel naso ho l'aria fresca e solitaria di Cosenza, nella notte è scesa una pioggia breve e intensa.

"Ma no è appena partito!" Mi dice il signore della nettezza urbana, mostrando sincero dispiacere. Mi siedo su una panchina di ferro fredda, incerto sul da fare, tanto vale aspettare, qualcosa succederà. E infatti dopo nemmeno dieci minuti arriva un autobus bellissimo, grigio, tutto cromato. È mio se l'autista alla domanda "ferma a Camigliatello?" dice.. si!

Certo, mi risponde lui, un signore con le guance raggrinzite dal fumo e gli occhi tristi. Una ragazza mi guarda un po' invidiosa, del bus per Rossano nessuna traccia. Partiamo, e siamo in due, io e l'autista. La strada diventa ben presto un budello di curve arrotolate, in cima ai monti il primo sole illumina paesini con case di pietra e tetti da inventare. "Ci sarebbe la superstrada ma devono fare manutenzione sul ponte".

"Capisco bene", gli dico cercando di resistere dall'impeto di aggiungere: sono di Genova.

E lui mi saluta con una perla di saggezza: "La manutenzione è sempre meglio farla prima, altrimenti i ponti crollano". Chapeau.

L'arrivo a Camigliatello è il sorriso di una signora talmente gentile da sembrare impossibile.

"Potrei..."

"Lasciare lo zaino? Ma certo."

"Gli orari.."

"Del bus, chiedo a mio marito".

"Per fare un giro nel parco.."

"Chiediamo a Giuseppe"

Giuseppe è un signore con la pelle abbronzata e dei capelli neri rigati di bianco, tenuti in semi ordine dentro a un codino scompigliato.

Mi lascia all'inizio del sentiero e, quasi scusandosi, mi dice:

"Verrei con te ma ho i miei piccolini"

In effetti dentro la sua auto è tutto uno scodinzolare di quatrro, forse perfino cinque cucciolini pelosi.

La Sila è un libro che dapprima ti sembra simile a tanti altri e invece ha qualcosa di più, e mentre sei ancora lì a chiederti di cosa si tratta ti ritrovi con gli occhi incollati su ogni santa pagina. Ma, dico io, l'avete mai visto il sole che spunta e non spunta dietro a dei pini altri più di trenta metri e piantati da trecento anni? Sapete che gioia che dá lo scampanellare di una mucca sentito in lontananza? E poi finalmente camminare, come ai vecchi tempi. Sentirsi improvvisamente più leggeri, sentirsi migliori. Boschi fitti cedono il passo a prati verdi, una ragazza con l'accento dell'est mi chiede scusa dopo aver impiegato dieci minuti per prepararmi un panino con caciocavallo e salsiccia. Io, seduto su una sedia a dondolo, le dico grazie. Peccato che ci hai messo troppo poco, vorrei aggiungere. Proseguo la passeggiata, sento in lontananza un uomo che taglia la legna.

"Buongiorno" dico io per annunciare la mia presenza, non sia mai che mi finisca un pezzo di abete in testa.

" E tutto bene?" Mi risponde l'altro, come se mi avesse già visto. Che poi l'altro è un signore fenomenale, si chiama Luigi e in un attimo capiamo di essere in sintonia, così tanto che a un certo punto mi rivela di sentirsi investito da una forte emotività. Vorrei abbracciarlo ma rimango a rispettosa distanza, d'altronde lui non si è mai spostato dalla sua posa, adagiato su un fianco. Ci salutiamo, con la promessa che approfondirò la conoscenza della meditazione vipassana, d'altronde lui non ha mai smesso di parlarne. E l'ha sempre fatto con entusiasmo e leggerezza, come questa giornata. Il tempo di fiondarmi giù da una pietraia ripida e scocesa, e pensare che le piste da sci d'estate sono decisamente più tristi del mare d'inverno, ed eccomi di nuovo a Camigliatello. Un altro bus. Ma questa volta è diverso. Lo capisco fin da quando chiedo se la destinazione è quella giusta. L'autista, che poi scoprirò chiamarsi Oreste, è scocciato. Non aveva forse previsto di caricare qualcuno in mezzo alla Sila. Mi fa salire dalla porta nel mezzo e quando mi avvicino per pagare il biglietto lui mi rispedisce al mio posto

"Lascia perdere". Sorrido imbarazzato, non sapendo che il meglio deve ancora venire.

Ci fermiamo in un paese lungo la statale e Oreste scende per fumarsi una sigaretta. Poi un'altra. Nel frattempo mamma e papà hanno accompagnato la figlia alla fermata.

" E chiama quando arrivi, chiama!" Urla la mamma dalla strada.

La figlia fa si con la testa sbuffando, spera che Oreste si spicci per porre fine alla pubblica umiliazione. Oreste riparte ma non per molto. Nel paese successivo c'è addirittura chi lo aspetta con un sacco di patate gigante tutto per lui. Lui scende, abbraccia l'amico, un tipo con una pancia rotonda e una sigaretta in bocca che non molla mai. Nel frattempo sul bus qualcuno vocifera, una signora si improvvisa leader della rivolta.

"Non può fare così ad ogni fermata! Qualcuno sa come si chiama?"

"Oreste" dice un'altra donna, pure lei perplessa per la condotta dell'autista.

Altri ridono, qualcuno ne approfitta per fumarsi una sigaretta. Quando poi Oreste ritorna sul bus lo fa di gran classe, stringendosi la cintura dei pantaloni e guardando il pubblico (non) pagante con un aria come a dire: qui comando io.

Ma la signora non ci sta, addirittura si alza in piedi e fa valere le sue ragioni, peraltro condivisibili. Segue uno scambio di battute in calabrese per me incomprensibili, ma alla fine sembra che la signora si sia calmata. Che cosa mai gli avrà detto Oreste?

Stazione dei bus di Crotone, capolinea ma non fine della corsa, non per me. Mi fiondo su un mezzo che sembra essere quello giusto, ma l'autista spegne sul nascere le mie speranze.

"Per andare a Le Castelle sono altri sei chilometri da dove vado io, se vuoi intanto farti un pezzo..."

Faccio finta di pensarci ma in realtà so già la risposta. Okay, gli dico.

Dai salta su, mi dice lui ondeggiando la testa con fare d'annata. Mi avvicino per andare a pagare.

"No, no non si fanno i biglietti."

Torno al mio posto, dunque Oreste ha dei proseliti. Arrivo a Isola di Capo Rizzuto. Provo a non arrendermi all'evidenza ma non c'è nulla da fare: non ci sono bus. Allora chiedo a qualche ragazzo che chiacchiera ai lati della strada se mi danno un passaggio. Niente. Pare che siano tutti occupati. Inizio seriamente a pensare di farmi sette chilometri a piedi. Non ne ho voglia né forza, dopotutto oggi ho camminato per quasi cinque ore nella Sila. Sotto un sole ormai gentile della sera mi incammino lungo il mio destino. Sono demotivato, e forse è per questo che qualcuno o qualcosa mi manda un segnale. Una strada di periferia, una targa con il nome sopra. Via Tiziano Terzani. Ne esce un cagnolino, fa per annusarmi le gambe ma poi cambia idea, se ne va senza fretta. Da quel momento so che arriverò a destinazione. Ci vogliono ancora una decina di minuti perché una coppia di romani mi carichi sulla loro macchina. Pietro e Giulia (non sono certo del nome di leí) si presentano come dei campeggiatori indomiti.

"Lascialo davanti ar campeggio, poerello" dice Giulia a Pietro.

"ma te pare che lo lascio in mezzo alla strada?" Risponde Pietro. Poi quando gli spiego che sto facendo lui mi chiede divertito " ma quante te ne sei già rimorchiato? Che? Zero! Aó non va bene!"

L'insegna del camping è come la visione del bus di stamattina: celestiale.

Pietro mi offre il gomito per salutarlo, io ricambio rispettoso ma poi lui si avvicina e sussurra "però vedi de rimorchià".

Tenda montata in dieci minuti, una doccia e poi l'ultimo sole mi porta verso il mare di un blu imbarazzante. Prima però scatto una foto qualunque, sullo sfondo ci sono dei campi brulli e pali della luce. Voglio ricordarmi la mia faccia. Vedere la stanchezza felice.

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