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La notte nel Caucaso

Sono in un ostello con i letti per terra e gli sci appesi sul soffitto a fare da lampadario, sulle gambe sento il corpo caldo di Rex, uno splendido cagnolone nero dal pelo lucido e dall'animo inquieto, intento com'è a dare la caccia alle ombre sul muro. Un gruppo di ragazzi parla, ride, chiacchiera, ci coinvolge nella loro serata, poco fa ci hanno offerto da bere e giusto per farci sentire a casa hanno pure messo un po' di musica italiana, di quella che da queste parti va forte. "Io sono un italiano" e con pronuncia perfetta sono loro a completare il ritornello, tutti in coro "Un Italiano vero!". Insomma, questa sera Totò Cutugno risuona forte nella vallata di Udauri. Udauri, dove a duemila metri resort con tetti a spiovente come quelli delle nostre Alpi si alternano a capanne modeste, mentre giganti bianchi ci osservano, e incutono un po' di timore quando, grazie al chiarore di una luna tagliata a metà, ne intravediamo il profilo all'orizzonte. Ora sì che siamo davvero sul Caucaso, epilogo di una giornata - ma non di un viaggio - così intensa che a pensarci mi gira la testa, e giuro che non è per il vino generosamente offerto poco fa. Oggi ci siamo arrampicati su colli che dominano vaste pianure con un fiume nel centro, e abbiamo scoperto dei monasteri in piedi da più di mille anni. Ci hanno spiegato come si fa il vino in Georgia, qui il sacro Graal prende il nome di Kvevri, delle giare di terracotta dove il frutto della vendemmia viene lasciato a riposare prima di divenire meraviglioso nettare. Abbiamo percorso una strada che da Tbilisi si dirige senza esitare verso la Russia, per niente intimidita dalle montagne che la circondano. Colonne chilometriche (letteralmente!) di tir attendevano l'apertura di un passo montano, insegne con nomi assurdi segnavano la presenza di villaggi dispersi nel nulla. E poi le persone! Al nostro arrivo a Udauri conosco Jesse, il gestore di quest'ostello che si lamenta per la terribile sbornia di ieri, e mentre lo dice ha in mano un gigantesco boccale di birra. Andiamo a cena in un casolare vicino, con noi ci sono una ragazza ucraina, Milo, e uno coreano, Jin. E' bello scambiarsi due parole su come vanno le cose nei nostri paesi, mentre un istruttore di sci del posto inizia a indire brindisi all'ospitalità georgiana, alle montagne, alla pace e poi... beh poi perdo il conto! Arriva Martin, un signore tedesco con gillet beige e capelli bianchi, lunghi e ricci, occhiali da persona curiosa, una di quelli che con il viaggio sembra andare a braccetto. Il tempo di girarmi verso destra ed ecco che si è seduto Boris, un ragazzo estone ma che rinnega il suo paese, con un velo di nostalgia e un accento che sa di Cremlino mi dice "Former Soviet Union". Gelida è la notte in Udauri, in questo luogo un po' più vicino al cielo dove fuori ci sono meno sei gradi ma più che in altri posti lascia traspirare l'odore del viaggio, e a parlare di Brexit, Trump e altre schifezze del nostro tempo mi rendo conto che, grazie a Dio, l'umanità rimane una. Quella di una decina di persone sedute sopra una panca, tutte pronte a riversare al centro della tavola il contenuto dei loro zaini pieni di vita, storia, cultura. E attraverso il contatto, lo scambio, fuoriesce la scintilla, persino più luminosa di questa luna che illumina il cielo, le montagne, e i viaggiatori del Caucaso. P.S. Nel frattempo Andrea si è lanciato in una chiacchierata con una coppia russa di San Pietroburgo, i due non parlano molto inglese ma con gli occhi, le mani, il viso mostrano tutta quella sana curiosità che ultimamente vedo troppo spesso mancare. Che notte, questa notte nel Caucaso!

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