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La Locomotiva


Ciuf, ciuf. Da prima è uno sfiato lento, un sibilo in una mattina di freddo pungente. Ciuff, ciuff. Lo stantuffo inizia il suo moto perpetuo, mentre la grande ruota metallica cigola sopra al binario.

Non conosciamo il viso dell’uomo. Nemmeno sappiamo quanti anni avesse, o che suono facesse la sua voce. Io, ad esempio, me lo immagino con i capelli radi al centro ma lunghi ai lati, che gli scendono ribelli lungo le tempie e si mescolano a basette disordinate. Ha gli occhi azzurrissimi, la faccia scavata, il corpo vigoroso. L’animo in fermento. Ciuff Ciuff.

Mi piace pensare che venisse dalle campagne. Che quando nacque la Rosi, la vecchia del paese che aveva messo al mondo centinaia di bambini, gli avesse dato uno schiaffo sul culo, per farlo piangere. E lui aveva obbedito, forse per la prima e unica volta.

Ciuff ciuff, la stazione è ormai un puntino lontano che scompare dietro di lui, davanti c’è un sole timido, che stenta a farsi lago tra la foschia. Lui ja le mani sporche di grasso, la fuliggine sulle sopracciglia, il fiato un poco ansimante. Lui ,che sta ancora pensando se è giusta tutta questa guerra. Lei, la locamotiva, che è ormai cosa viva.

Anni mostruosi, quelli. Primi del Novecento, insieme al grano, nei campi, si mieteva una rabbia rappresa da secoli. E molti, se non tutti, speravano che fosse finalmente arrivato il momento della riscossa. La giustizia al proletariato, gridavano

Ciuff Ciuff. E’ questo il suono, anzi la musica della vittoria, ora lui ne è convinto. Lei, macchina infernale e ribelle, è lanciata a folle velocità, divora pianure e ponti, fischia dentro le gallerie. Lui guarda in avanti, sempre in avanti. Forse per via dell’emozione, forse per via della velocità, ha gli occhi bagnati. Non sappiamo che strada fece, quella locomotiva. A me piace pensare che nel suo folle giro passò tra i campi dei braccianti, tra i pezzenti lavoravano per un tozzo di pane ogni giorno. E quei poveracci, a sentire la locomotiva ululare lasciarono cadere il rastrello per terra. Smisero di zappare la terra o di spingere l’aratro. Si tolsero il cappello e lo lanciarono in aria, la rivoluzione era iniziata.

E la locomotiva avanza, impietosa, crudele e potente. Un mostro più forte della dinamite, simbolo del finto progresso, ora finalmente dalla parte dei più deboli, e se questa si chiama anarchia, beh così sia!.

Ciuff ciuff, C’è un’altra locomotiva, ferma. Aspetta che i vagoni si riempiano di opulenza. Vecchi banchieri con la tuba sulla testa e il bastone che penzola dal braccio. Leggono con occhi puntigliosi le notizie su giornali grandi come lenzuola, hanno le gambe accavallate e qualcuno di loro ha l’espressione contrariata. Il treno sarebbe già dovuto partire. Ma alla stazione di Bologna qualcuno grida: notizia d’emergenza, agite con urgenza, un pazzo si è lanciato contro al treno!

Ciuf ciuff, la locomotiva ora sembra volare. Ma non finirà contro quel treno, andrà dritta incontro alla fine. Già, perché di questa assurda storia, il finale lo conosciamo. Fu deviata su una linea morte, e si schiantò in un fragore di ferraglia. Dicono che lui lo trovarono ancora ansimante, proprio come la locomotiva, che rantolava nervosa i suoi ultimi sbuffi di vapore.

Ma non importa, a noi piace pensarlo dietro al motore. Dietro al motore c’è un uomo di cui non sappiamo il volto né il nome. Forse ha degli occhi azzurrissimi, il corpo vigoroso, dei capelli ribelli e uno sguardo pieno di vita. Perché, che io sappia, gli eroi son tutti giovani e belli.


Puoi ascoltare questa e altre storie tratte dalle canzoni d'autore italiane sul podcast Storiautorato:

https://open.spotify.com/show/12U6akTX0iwZqszResRIgT?si=HrYHIPOxSi-O434nVdSBxg

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