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L'azzurro di Corfù

Aggiornamento: lug 21


Spunta tra i tavoli del ristorante.


Ha un tronco attorcigliato che rende il paesaggio ancora più iconico. Un mare azzurro e placido sullo sfondo, motociclette scassate che passano a ogni ora sulla litoranea, il vociare spensierato di vacanzieri accaldati. Alekos se ne sta sotto l'ulivo, a godersi un'esile ombra. Il corpo immobile, con il mento appoggiato al bastone, sembra far parte di quello scorcio da sempre. Poi, quando il caldo si fa insopportabile anche per lui, si alza in piedi. Nel frastuono di una qualsiasi giornata di luglio si sente distintamente lo scricchiolare dei mocassini con la suola di plastica. Prima di andare a riposare si aggira tra ciò che ha costruito, con pazienza e sudore, sacrificando gli altri ulivi che, un tempo, facevano compagnia all'unico superstite. Spesso Alekos si siede a un lato del bancone del bar, lo stesso dove ha servito Kumquat e Bloody Mary a turisti di mezzo mondo. Incrocia il mio sguardo, sorride e io faccio altrettanto. Con una voce allegra, seppur affannata, prova a raccontarmi qualche piega della sua vita, mettendosi a ridere senza un perché. Mi perdo nei suoi occhi celesti a cui ripenserò più tardi, davanti a uno dei tanti mari di Corfù. Se sarò a Nord, sulla costa rivolta a un'Italia lontana e solo immaginata, un vento forte mi sferzerà il viso. Dall'alto di una falesia avvisterò innumerevoli creste di schiuma bianca susseguirsi a perdita d'occhio, mentre un sole indiavolato si spegnerà lentamente all'orizzonte. Più in giù, a Paleokastritsa, mi tufferò in un blu indaco e spesso, così intenso da ricordarmi il cielo in certe giornate di maggio. Nel recondito capo di Psaromita invece, l'acqua accarezza intime calette, ed è così calma da sembrare un lago. Dietro, in quello che dovrebbe essere l'orizzonte dell'ignoto, l'Albania e i suoi monti sembrano alla portata di chiunque voglia nuotare un po' più a largo del solito.

Nello scoprire i tanti mari di Corfù sono stato investito da un'enorme gratitudine. Due settimane fa l'anima era in volo tra le vette innevate delle Dolomiti e oggi sono qui a godermi un altro, straordinario e irripetibile spettacolo. Buona parte del merito va alla gente del posto, quei Corfioti dalla gentilezza inaspettata e disarmante, gente che ti entra nel cuore al primo yasas (salve in greco) e che poi vorresti portare a casa con te.

A Corfù ho trepidato, imprecato e immensamente gioito per la mia nazionale, e chi se ne frega se il calcio è uno sport corrotto, stupido o insulso. Siamo noi a dare valore alle cose, e siamo noi che, a seconda dei gusti, dovremmo infilare un po' di passione in qualche pezzetto della nostra esistenza. Siamo noi, anzi ero io l'altra sera a sudare e tremare per ogni azione. Sono stato io, insieme all'inseparabile compagno di avventure Alessandro, a fare un bagno all'una di notte, ormai senza voce ma ancora avido di baldoria. Al rigore decisivo sono corso lungo la strada a sciogliere la tensione. Abbiamo vinto, abbiamo vinto! L'ho gridato a più riprese, proprio sotto all'ulivo di Alekos. Gli altri che erano con me sono usciti fuori a vedere, sbalorditi e pure un po' preoccupati. Stravolto dalla felicità ho abbracciato camerieri, receptionisti e chiunque fosse vicino a me. Alcuni mi hanno detto che il mio entusiasmo è stato così contagioso da essere contenti non tanto per l'Italia ma per me. Io li ho abbracciati ancora più forte.

Il giorno dopo mi sono svegliato con quella voglia di sorridere senza motivo. Ho preso per l'ultima volta lo scooter noleggiato il giorno prima da Spiros. È stato lui a ricordarmi un antico e un po' sempliciotto modo di dire circa la somiglianza tra Greci e Italiani. Una faccia, una razza. L'ultima volta che l'avevo sentito era stato per bocca di Diego Abatantuono, in quel piccolo grande capolavoro che è Mediterraneo. E proprio mentre qualcuno davanti a me alza la tenda sulla veranda dell'hotel, svelando per l'ultima volta il mare - uno dei tanti – di Corfù, mi viene da guardarmi intorno e cercare gli occhi celesti di Alekos.


Saranno gli ultimi scorci di azzurro che vorrò ricordarmi, prima di andare via.

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