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Kutaisi, Georgia e Celentano

Una prima, fugace impressione sulla Georgia mi restituisce un luogo in rapida trasformazione, come testimoniano gli onnipresenti cantieri sulle strade e le impalcature che fasciano i palazzi del centro di Kutaisi. Kutaisi, la seconda città della Georgia, è un continuo contrasto tra scorci moderni, così tristemente simili al nostro mondo, ad angoli che ancora trasudano di cultura locale. Il mercato del centro è straordinario, un susseguirsi di spezie profumate che inebriano la testa, pesci che sguazzano in acquari minuscoli in attesa di essere venduti alle massaie del posto, donnone tutte di un pezzo che portano un fazzoletto in testa annodato intorno alla gola. Le vecchine delle bancarelle ti fermano per venderti dolciumi appesi con uno spago, il "don't understand" di rito non le ferma, tuttalpiù alzano un po' la voce. Giunti a questo punto della narrazione è però nececessario riavvolgere il nastro, dopotutto nello scegliere il nome di questo diario di viaggio non potevo certo immaginarmi che l'avventura si sarebbe materializzata davanti a noi in così poco tempo. E' successo ieri notte, appena sbarcati all'aeroporto, mentre eravano a bordo di un pullman che pensavamo ci portasse a Kutaisi. Dopo circa un'ora di viaggio abbiamo capito, con una certa sorpresa, che ci stavamo invece dirigendo a Tbilisi, ben 300 km più a est e a circa quattro ore di viaggio. Per il resto della cronaca, a dir poco esilante, mi affido a quanto già scritto e condiviso da mio fratello:

"[...] Dopo un breve e conviviale briefing nella foresta georgiana con l'autista e gli altri passeggeri veniamo abbandonati in una città fantasma dove un tassista abusivo dalle graziose fattezze ci carica per riportarci indietro a Kutaisi. La macchina ha una quarantina d'anni, è alimentata da una specie di bombola da campeggio che emette fumo nero nel bagagliaio. Lui non parla inglese, italiano e probabilmente neanche georgiano, ma in compenso ascolta CELENTANO. Fa il segno della croce tutto il viaggio, fuma più o meno venti sigarette e sorpassa in curva contromano. All'alba delle 6 locali ci accingiamo ad entrare in albergo".

Il seguito della storia ci vede disfatti dalla stanchezza ma incapaci di andare a letto, almeno non subito, e quando ci provo io continuo a ridacchiare rileggendo il resoconto (autentico al centouno per cento) scritto da Andrea, come del resto mi sta succedendo pure adesso. Ha ragione Lucio Battisti quando, a proposito di viaggiare, dice che lo si fa "con un ritmo fluente di vita nel cuore". Quella vita del viaggio che regali episodi come quello di ieri notte, o la chiacchierata di poco fa con Tino, una ragazza bionda dal viso gentile che gestisce questo ostello su una strada in salita della vecchia Kutaisi. Con tutta la risolutezza e determinazione dei suoi splendidi ventiquattro anni mi racconta delle recenti manifestazioni di piazza contro le ingerenze russe nella vita politica georgiana, e di come il suo cuore soffra nel pensare che intere zone del suo paese siano di fatto sotto il giogo del Cremlino. Lei che ha visto i suoi genitori costretti a fuggire dalla loro terra, quell'Abkhazia che solo formalmente fa parte della Georgia mentre, di fatto, sono gli uomini di Putin a esserne padroni. Lei che guardandomi negli occhi mi dice di sentirsi fieramente europea e che vorrebbe a tutti i costi entrare "in our home". Poco prima, seduto a cena in un bel ristorante del centro, ascoltavo incantato una pianista: bombetta in testa e capelli ricci sulle spalle si esibiva in una versione tutta sua di Halleluiah. Il pianoforte era un modello di quelli tutti aperti e lasciava vedere i martelletti all'interno che, ritmicamente, ne percuotevano le corde. Tutto si muoveva con delicatezza, compresa un'altalena che per qualche motivo penzolava davanti a me.

Tutto si muove, tutto ha un senso, quando si è in viaggio.

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