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Il bell'amore


Accidenti quanto eri bella.


C’era un tempo in cui tutti ti sognavano, da com’eri stupenda. Perfetta nella tua semplicità, con un viso che non aveva eguali al mondo. Affascinante nei tuoi modi, così fini ed eleganti dal farti regale, tu che eri di umili origini e non ti vergognavi affatto ad ostentarle, facendone anzi un vanto.

Al solo evocare il tuo nome chiunque assumeva uno sguardo estasiato. Resisterti era, di fatto, impossibile.


Io no, sarà che con te ci sono nato e quasi non ci facevo caso, ritenendo tutta quella meraviglia una banale normalità. A pensarci bene però, avrei dovuto dimostrarmi riconoscente sin da subito. Sin da quando ero un bambinetto e mi avevi svelato la felicità in un campetto di periferia, con quattro amici ed un pallone di pezza a correrci sopra. O in un baretto poco lontano, dove ci dirigevamo stanchi e affamati alla conquista del nostro trofeo, un piccolo cornetto alla panna. O, ancora, in una tiepida sera d’estate, a gustare succose fette d’anguria sotto la veranda della nonna, con una sottile brezza che ci accarezzava i capelli. Avevamo ben poco ma quel poco bastava eccome. E poi per il resto ci pensavi te, a farci sognare.


Giunta l’adolescenza hai continuato a tenermi per mano. Con i tuoi problemi, le tue paure e le tue ansie. Ma pure con una forza inaudita, audace presenza silenziosa nei miei anni più belli. Mi accompagnavi quando l’umore era dei più neri, incompreso com’ero dal mondo dei grandi. Facevamo lunghe passeggiate per le strette viuzze della città, tu sempre un passo dietro di me. D’estate mi regalavi intimi baci salati, sdraiati davanti a quel mare in silenzio. D’inverno avevi una bellezza struggente, candida come la neve che scendeva dietro la porta della casetta in montagna.

Fu quando ti dovetti lasciare per andare lontano che capii davvero di amarti. Ero fottutamente innamorato di te, di quello che avevi e di ciò che ti mancava. Del tuo modo di fare, a volte brusco, altre dolce ma sempre così umano. Mi mancava tutto, i tuoi pianti, quelli che spesso ti rigavano gli occhi, a pensare a tutti i problemi che avevi. I tuoi sorrisi, venati di una malinconia lontana e così carichi di emozioni. I tuoi silenzi, lunghi e insensati ma che, alla fine, ti rendevano ancora più bella.

La tua voce.

Mi incantavi con il tuo timbro delicato mentre raccontavi le tue storie. Racconti dalla trama complessa e colorati di grigio, dove non riuscivo mai a comprendere chi fosse il buono e chi il cattivo. Storie di soprusi e d’inganni, che non di rado lasciavano uno sgradevole gusto amaro nella bocca. Spesso, infatti, a vincere non era chi doveva, eppure, dietro a tanta ingiustizia, il vento della malvagità, che pure soffiava furioso, non riusciva mai del tutto a sopraffare la fiammella della speranza. Flebile e minuscola questa continuava a respirare, grazie al fiato testardo di uomini e donne che, seppur perdenti, non erano mai sconfitti del tutto.


Trascorsero mesi, anni, ma alla fine il giorno in cui ti rividi arrivò. Manco a dirlo, tu eri stupenda. La primavera era ormai terminata ma, a vederti, il fiore più bello era ancora da cogliere. Fu una felicità pazza quella che avvertii quando, finalmente, mi sentii avvolto nel tuo abbraccio. Per la prima volta capivo, non più indifferente al tuo fascino ma pienamente conscio dell’enorme fortuna di cui disponevo. Trascorsi i mesi successivi sempre al tuo fianco, insieme vedemmo luoghi incantevoli a noi già noti e ne scoprimmo di nuovi ancora più magici. Non ti lasciavo un istante, giurandoti amore eterno e perdendomi in infiniti “grazie” per avermi fatto apprezzare la vera, grande bellezza.

Fu quando iniziasti a raccontarmi una storia diversa che avvertii che qualcosa stava cambiando. Quel profondo senso di amarezza, tipico dei tuoi racconti, non era certo svanito, anzi aumentava. Ma ciò che mi sconvolse, in una tiepida sera d’autunno, fu che nei tuoi occhi non vi era più alcuna speranza. E nemmeno nelle tue parole o nella tua voce. Come in un lento risveglio, iniziai allora a notare piccoli ma costanti cambiamenti. Ogni giorno che passava ti incupivi sempre di più. Tu, sempre così sensibile, con il viso spesso intriso di lacrime di commozione e a volte di gioia, non sapevi più piangere. Ora portavi addosso occhi di un animale ferito e nervoso, colmi di una rabbia cieca, frutto dell’invidia che avvertivi per chiunque ti passasse davanti. Le tue braccia, che ero abituato ad immaginare protese in un abbraccio accogliente, erano ora sempre incrociate e, quando si muovevano esplodevano in gesti violenti per qualche poveraccio che ti passava davanti. Sulla tua bocca, dove un tempo nascevano i baci più dolci, spuntavano ora solo insulti volgari. Io che ti avevo amato per la tua profonda umiltà, mi affannavo disperato, notando che questa, lentamente, scompariva, sopraffatta da una superbia che nemmeno pensavo tu potessi vestire. Tu, splendida nel tuo viso semplice, fiabesca nei tuoi lineamenti sottili, iniziasti a truccarti in malo modo, divenendo irriconoscibile davanti a chi ti amava. Avevamo smesso di recarci in luoghi dove le emozioni rimanevano sospese. Preferivi piuttosto rinchiuderti in asfissianti centri commerciali dagli spazi tutti uguali, trovando conforto nei volti stanchi e alienati di chi li frequentava. Ad un certo momento smettesti addirittura di rivolgermi la parola, e nei rari momenti in cui lo facevi, era solo per sbraitare insulti insensati e litigare per i più futili motivi.


Mosso da una voglia matta di tornare ad amarti, ho infine deciso che era giunto il momento di agire.


Quel giorno sono uscito dal lavoro prima del tempo, ad inizio pomeriggio sono spuntato a casa nostra con un viso allegro e un bel mazzo di fiori, colti su quel crinale erboso dove, anni fa, facemmo l’amore la prima volta. Ti ho dovuto pregare, quasi supplicare di venire con me, trovandoti disfatta su un divano troppo comodo a guardare programmi di gente che urla. Ti avrei portato nel nostro ristorante preferito, in quella locanda antica nel centro storico, in fondo ad una strada di mattoni rossi, sotto a un bell’arco di pietra. Non so come ma sono riuscito a convincerti. Una volta seduti al tavolo abbiamo gustato pietanze squisite, sorseggiando un vino che sapeva di gioia. Cullati da una musica struggente di violino, ho cercato più volte il tuo sguardo di un tempo, desideroso com’ero di vederlo riacceso da una luce ora lontana. Terminata la cena, mi è parso di volare quando ho avvertito il tuo dolce respiro sul collo, poi hai lasciato la testa ciondolare sulla mia spalla, come non facevi da anni. Con il cuore impazzito di gioia, avrei voluto portarti al mare, in una spiaggetta di ciottoli dove non capisci quando finisce la luna e iniziano le onde. Oppure in montagna, in un minuscolo rifugio tra le vette innevate, ad ascoltare il leggero fruscio dei pini in una notte stellata.

Mi hai detto che saresti venuta ovunque con me, non t’importava, l’importante era che rimanessimo insieme. E’ bastata però la fastidiosa insegna luminosa di un bar poco lontano per farti cambiare opinione. Giusto un bicchiere, per scaldarci un pochino. Poi, mi hai assicurato, la nostra serata sarebbe ripresa. Appena varcata la soglia ed intravisti tre loschi figuri seduti al bancone, ho capito che tutto era già terminato. Con quei tre uomini dalla parlata veloce e i modi schietti, a tratti sgarbati, hai iniziato a bere tanto, troppo. Le tue risate sono via via diventate più chiassose e moleste, come quelle di una vecchia ubriaca. Parlavi sguaiato e volgare, non trovandoti per nulla a disagio con tre balordi appena incrociati. Ormai priva di senno, ti ho dovuto trascinare a forza fuori dal locale. Non riuscivi nemmeno a salire sull’auto, quella piccola pulce comprata anni prima, quando si era felici e con un futuro migliore.

Allora ti ho preso in braccio, pensando che avremmo potuto proseguire a piedi ma ho subito compreso che non ce l’avrei fatta, oppresso com’ero nello spirito ancora prima che nel corpo. Mi sono quindi seduto sulle scale di una chiesetta di campagna, incastonata in mezzo a due cipressi, adagiata su colline verdi dall’odore di autunno. Esausto da tutto sono scoppiato in un pianto, singhiozzando così forte che ti ho svegliato dal tuo sonno pesante e nervoso. Come se in un attimo avessi smaltito la tua sbornia gigante, mi hai guardato con occhi grandi e decisi. Lanciandomi le braccia al collo ti sei avvicinata, cosicché io potessi ascoltare quel tuo triste mormorio che sapeva di supplica:

“Aiutami” Mi hai detto.


Tornati a casa, a fatica sono riuscito a spogliarti e metterti a letto. Mi sono seduto al tuo fianco, con la testa china ad ascoltare il tuo respiro, ora tranquillo e sedato. Ti ho leggermente spostato i capelli, per darti una dolce carezza sulla guancia col dorso della mano, proprio come facevi quando andavo a dormire da bambino. Alla fine ti ho dato quel bacio, rimasto sospeso da prima. In un attimo che non voleva finire ho rivisto la tua bellezza, sublime ed effimera.

Mi sono avvicinato al tuo piccolo orecchio e ci ho sussurrato che ti amo e che lo farò sempre.


Poi sono andato sul balcone e da lì ci ho visto una piccola barca di un pescatore che, sola, avanzava nel blu scuro del mare, sospinta da una flebile luce.

Ed e lì che ho pensato che io, mai, ti avrei lasciato.

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