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Giovani e belli



Ti faccio un dispetto.


Se fossi ancora qui diresti «Che faccia marcia» e poi, rivolgendoti alla Pina, sbufferesti «Belin, è una cosa impressionante».

Le persone normali ricordano qualcuno che non c'è più un giorno preciso, di solito nell'anniversario della scomparsa. Ma che ci vuoi fare, io son fatto così. Una faccia marcia, appunto.

È che prima sono andato a correre. Non ne avevo granché voglia, sono fuori allenamento. Quel giorno, invece, ero in gran forma. Avevo passato tutto l'autunno a correre e scrivere. Dopo la telefonata della mamma alle 5, dopo averti accarezzato la guancia per l'ultima volta, dopo essere tornato a casa in una giornata sferzata da un vento gelido, avevo messo una maglietta della Samp (giuro che non l'ho fatto apposta) ed ero andato a correre. Proprio come prima, solo che oggi ero stanco, affaticato. Nelle cuffie è partita la canzone di Manu Chao su Maradona, mi è venuto in mente quando abbiamo commentato la sua morte. Eri già a letto da alcune settimane, malato. Ma la tua ammirazione per il Dio del pallone mi era arrivata intatta, trovandomi totalmente d'accordo con te. Oggi, dicevo, stavo correndo e pensavo a questa mia tendenza a fare e disfare. Mi lancio in progetti, idee, storie d'amore con tutto me stesso, senza mai risparmiarmi. Solo che spesso mollo tutto sul più bello, e ogni volta ripartire è un pochino più dura.

Ti faccio un dispetto perché oggi non è nessun anniversario e io, infatti, non ti voglio ricordare, ma raccontare. Forse è questa la mia unica costante. Per scrivere non ho bisogno di entusiasmi estemporanei e anche se spesso non finisco ciò che comincio delle volte ci riesco. Figurati che ho persino finito il libro.

Io scrivo spesso e racconto sempre di te. L'ho sempre fatto, ma da un anno a questa parte ti cerco nei ricordi delle persone dei vicoli, sperando che qualcheduno ti abbia incrociato lungo la strada. Racconto di te a chi mi viene a trovare, o lo faccio quando sono lontano da Genova. "Sai, io avevo un nonno a cui ero molto legato", di solito inizio così.

Stamattina ho conosciuto in un circolo di Bolzaneto il signor Terenzio, di quasi novant'anni. Mi stava venendo da piangere. Parlava come te, lo stesso modo di chiedere scusa, di spiegarmi le strade di Genova e sbuffare se non le conoscevo. E anche prima, mentre correvo, mi sono messo a piangere. E in fondo lo faccio pure un po' adesso, come capita a tanti quando la mancanza è un macigno che schiaccia il petto. A un tratto però, mentre correvo, non ero più stanco. Ti sentivo, vicino a me, e intanto m'inerpicavo lungo salite nei boschi con la facilità di un ragazzino. E la forza di un uomo.

Questa fotografia sarà stata scattata in una di quelle partite che tu stesso mi raccontavi. Parlavi di teste fasciate, botte da orbi e tempi così lontani da essere, ai miei occhi, quasi mitici. E così questa sera ti faccio un dispetto e ti racconto con una fotografia. Ti racconto come gli eroi che, come dice una canzone, son tutti così. Giovani e belli.

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