Cerca
  • Alitaki

Fine di un viaggio?



Di primo acchito uno potrebbe dire che questi giorni sono andati via in un niente, veloci come un battito di ciglia. Proprio come questo viaggio: sono più di cento giorni che me ne vado a zonzo per il bel paese eppure sembra ieri che la lanterna scompariva dietro la scia di una nave. Il "problema", se così si può chiamare, è il nostro incedere costante, senza tregua. Ogni giorno è una centrifuga di passato e futuro, e del presente rimangono ben poche tracce. Stamattina ho salutato Ilaria e Lorenzo in una valle sovrastata da montagne innevate. Sembrava una di quelle illustrazioni dei libri di geografia delle elementari, se la valle è a U è di origine glaciale. Se è a V allora è fluviale. Un'ultima fotografia, ci siamo abbracciati e poi sono rimasto immobile, a guardare le figure dei due che, lentamente, si allontanavano. L'ultimo frammento è stato il cappello di lana grigia di Lorenzo. Poi, quando anche questo è scomparso, ho camminato in direzione opposta, risalendo un torrente irrequieto. Dopo qualche minuto mi sono imbattuto in una coppia francese che avevo già incrociato poco prima. Lui, una vaga somiglianza con Bud Spencer, moriva dalla voglia di attaccare bottone. Io avevo bisogno di parlare. Yves e Stephanie (i nomi sono di fantasia perché non me li ricordo, desolé) faranno il giro del mondo. La partenza è prevista per la prossima estate dalla Puglia. Poi la Grecia, quindi Instabul. L'Oriente. E se non potrete per il corona virus? Aspetteremo, mi ha detto Yves socchiudendo gli occhi. Io, che invece sono alla fine e non all'inizio di un viaggio, ho raccontato un poco di ciò che ho visto. E, mannaggia al mio egocentrismo, ho finito per parlare di me, e della mia vita. Ho finalmente avuto il coraggio di dire ad alta voce un pensiero che è da tempo annidato da qualche parte dentro di me. "Ho fatto più cose in questi ultimi tre anni che negli altri trenta". Poi, quasi per sminuire la portata della mia frase, ho anche raccontato dei lavori fatti per mantenermi, dei miei programmi (vaghi) per il mio futuro prossimo. Gli ho raccontato della mia "altra vita", quando stavo dietro a una scrivania in azienda e passavo i giorni ad aspettare che arrivasse il fine settimana. La faccia di Yves si è fatta annoiata, come se avesse voluto che tornassi a parlare di viaggi, di incontri, di abbracci. La sua espressione sembrava dire: e quindi vuoi fermarti proprio ora? Voyager, c'est la liberté. Si, questo l'ha detto sul serio. Io allora sono rimasto un attimo inebetito, senza dire niente, poi mi sono congedato. Avevo voglia di camminare (strano eh?). Ho preso deciso l'unico sentiero che andava incontro alla montagna. Il paesaggio non era così bello come quello dei giorni passati, ma io ero libero, leggero, consapevole. Sentivo il mondo intorno a me. L'acqua di una cascata che sbatte su dei massi, il fischiettio acuto di una marmotta, il profumo di qualche arbusto, il crepitio del terreno sotto ai miei passi. Mentre camminavo su quel sentiero, andando incontro alla montagna sopra di me, mi sono sentito come punto da non so quanti spilli. Anziché far male mettevano i brividi. Ciascuno portava con sé un piccolo pezzetto di questo viaggio, e non solo. Perché in ogni spillo c'erano pure le questione irrisolte, le preoccupazioni, i sogni e le speranze più profonde. Passati i brividi, è rimasta soltanto la vita che pulsava da tutte le parti, e mi sono sentito bene. Sono stati tre giorni meravigliosi, in compagnia di due amici speciali. Ilaria, che dalla Sardegna ha preso un aereo ed è spuntata inaspettatamente alla stazione di Torino. Lei, che forse ancora non lo sa ma ha già mollato gli ormeggi, deve aver sentito le sue legittime ambizioni prendere quota, in questi giorni. O almeno me lo auguro. E poi Lorenzo, mai mi sarei immaginato che quel ragazzo a cui 8 anni fa feci un colloquio sarebbe divenuto un amico, un compagno di cammino. Perché tutto trova un suo incastro, niente succede per caso. E lui è uno dei tanti doni della mia vita passata, proprio quella di cui parlavo oggi a Yves. Ora che sono a bordo dell'ennesimo treno mi dicono che è giunto il momento di tornare. Che sono finite le scoperte, le novità e l'ignoto. I vagoni sferragliano nel pomeriggio inoltrato della valle d'Aosta, dal finestrino intravedo nuvole bianche accese dall'ultimo sole, sembrano di buon auspicio per il rientro a casa. Ma per un attimo, un attimo ancora, io torno lassù. Tra giganti bianchi e amici dal sorriso pieno di luce. Lassù, dove forse è finito qualcosa, ma non di certo il Viaggio. Perché quello continua, sempre.


0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

Come Chopin

Gemello