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Finalmente Lisbona

Oggi ho sbagliato tutto. O forse no. Quando sono arrivato alla stazione dei bus di Lisbona non erano nemmeno le cinque, e sdraiato in un angolo sopra a delle sedie, rosse come il mio zaino, non si dormiva nemmeno male, a dirla tutta. Ecco perché quando una signora mi ha svegliato per chiedermi la password del wifi ci sono rimasto un po' male. Mi sono quindi rassegnato e ho iniziato la mia lenta marcia di avvicinamento verso la città, sotto un cielo ancora buio pesto, per le strade qualche taxi sparuto faceva la spola tra i grandi alberghi e l'aeroporto e poi, verso il centro, rumore di ferraglia di tavoli dei dehors sbattuti stancamente sul marciapiede da qualche barista assonnato. Oggi ho sbagliato tutto perché dopo essere aver iniziato a fare conoscenza con tutte quelle tegole rosse, un castello su una collina sopra alle case, il fiume a destra (ma siamo sicuri che così grande possa essere un fiume?) mi sono allontanato. Lisbona mi è parsa una fighetta, perché quando viaggi è un po' come gli amori passati, non dovresti fare confronti ma, inevitabilmente, succede l'opposto. Meno viva, sporca, colorata, accesa, rispetto a Porto. E i formidabili pasticcini di Belém, per quanto dolcissimi, non mi hanno fatto cambiare idea. La prima, vera delizia della giornata è stato un letto, quello del fantastico ostello dove starò le prossime due notti: io che da bambino volevo sempre andare a vedere i ciuff ciuff ora ho una casa al secondo piano di una stazione! Fatto il mio pisolino rieccomi per la strada, deciso più che mai a prendere di petto la questione. Ho pensato che il leggendario tram 28 potesse spezzare l'incantesimo, e quando ero ormai contento come un bambino, pronto a sfrecciare lungo le salite tortuose... Ho capito di averlo preso dalla parte sbagliata. Con un po' di vergogna addosso, e con una certa cocciutaggine tipica della famiglia, ho iniziato a camminare, anzi inerpicarmi, lungo le "coste" che portano al castello. Lì, tra stradine che mi ricordavano osterie di campagna, piazzette silenziose all'ombra di alberi e l'onnipresente ciottolato per terra ho pensato: ci siamo. Una discesa, uno scampanellio del 28 (maledetto! 😛) ed eccoci al gran momento, con tutta la città vecchia, l'Alfama, ai miei piedi. E invece niente, c'era una terribile nave da crociera che mi impediva la vista del mare (o fiume, vedete voi). Senza pensarci mi sono buttato a capofitto verso quelle strade di cui fino a un attimo fa avevo solo visto tetti e campanili. Scendo lunga una scalinata sporca, una signora sull'uscio di casa mi vede e si precipita fuori per vendermi un bicchiere di ginginha, e mentre lo versa ha già spostato l'occhio chirurgico verso degli inglesi poco lontani. Le strade sono addobbate da festoni pacchiani, lucine appese alla bella e buona illuminano piazzette storte, che non sai dove sia il confine tra vero e finzione, ma in fondo che te ne frega. Ci sono dei vicoli che si stringono talmente tanto che quasi di toccano, e io mi sento il cuore piccolo piccolo, che ve lo dico a fare. Forse ho sbagliato a non vedere per prima l'Alfama. O forse no, perchè ora che mi ci sto per ributtare prima di andare a dormire so che non c'era modo migliore di finire la giornata. Ci troverò un po' della Parigi romantica, della Bari scapestrata, dei giardini fioriti di Roma, dei belvedere della mia Genova, dove a guardare il centro storico ci sono più ombre che luci. Oppure no, niente di tutto questo. Ci troverò, finalmente, Lisbona.

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