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El Camino sigue


Era ottobre dell’anno scorso, la pioggia cadeva in continuazione e la casa dove avevo pensato di vivere per molto tempo era umida, ormai svuotata della spensieratezza estiva.

“Ma tu perché te ne vai via da questa città?” Mi aveva chiesto José mentre tornavamo in Galizia. “Hai un fratello che ti adora e tu adori lui, una famiglia meravigliosa e una città di cui sei follemente innamorato. Davvero, non lo capisco.”

Sì, tornare era ed è stata la scelta giusta o, per meglio dire, quella che sentivo. Non era stato facile però. Arrendersi all’idea che mi ero sbagliato e che quel borgo di pescatori malinconici non potesse essere il luogo dove anche io, come tutti, si sarebbe fermato, mi aveva fatto parecchio male.


Così tornai a Genova con ancora più domande di prima: quanto ci sarei rimasto? Che avrei fatto? Ma ci volevo davvero rimanere? Fu così che pensai a un’altra fuga. Quella che Harry Laborit dice essere, di questi tempi, l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare. (no, non sono così dotto da conoscere Laborit, ma ho visto il film Mediterraneo. E tutti dovremmo vederlo, prima o poi).

Mi ci vedevo su una strada polverosa dell’Argentina, o giù di lì. Forse avrei fatto volontariato in Bolivia, avevo una mezza idea di lavorare dopo qualche mese, ma insomma era tutto così, vago e stralunato. Ero talmente confuso che a febbraio comprai il biglietto: Roma – Buenos Aires solo andata. Al momento del click finale il sistema era andato in palla. Lo ricordo bene. Ricordo pure una notte, bella e avvolgente, passata a Milano in compagnia di una persona divenuta amico in quell’occasione. Con Tommy si era parlato di sogni, passioni e progetti. Si era fantasticato che ci saremmo visti da qualche parte in Brasile, lui voleva imparare a suonare l’hukulele e io magari nel frattempo avrei raggiunto una pur minima decenza con la chitarra.

Poi un viaggio a Cuba interrotto sul nascere, per quei giorni provo ancora così tanto fastidio che non riesco e non voglio mettere a fuoco. Il ritorno in una Milano Centrale deserta, due militari sotto a un gazebo con la mascherina (dai, ora ci manca pure che mi mascheri, avevo pensato) e il rifiuto, perentorio, di farmi uscire sul piazzale dalla stazione per prendere una boccata d’aria. La quarantena. Una sensazione di impotenza, come quando ti trovi davanti a una persona che soffre e non sai come consolarla, e un amaro in bocca, tipico gusto che assumono i sogni che si infrangono sul nascere. E’ stato lì, in quel momento, che senza accorgermene ho reagito. A modo mio, senza chissà quali fuochi d’artificio. Ma con una piccola intuizione diventata poi una costante felice delle giornate chiuse in casa. Le storie della gente, c’è qualcosa di più bello al mondo? E poi, dopo qualche tempo, ho iniziato a guardare in avanti, sfruttando la mia consueta irrequietezza. Un giro per l’Italia, proprio come quello delle biciclette che quando lo guardavo da bambino pensavo alla fortuna del giornalista al seguito. Si vede tutto il nostro paese e intanto fa il mestiere che vorrei fare da grande.

Durante la quarantena sono stato bene, a volte provo persino un po’ di nostalgia. La registrazione della puntata di Radio Speranze era solo una delle belle consuetudini di quelle settimane. Le giornate erano fitte, scrivevo racconti, andavo a passeggiare sui colli sopra Genova, facevo la spesa per i nonni. Ero impegnato in una corrispondenza via mail che un giorno, ne sono certo, riprenderò in mano, come le fotografie di un tempo custodite in un baule.

Poi la quarantena è finita, e pure io sono stato inconsapevolmente risucchiato in un frenetico ritorno alla normalità. Forse era meglio aspettare un pochino prima di mettersi in viaggio. Poi penso che no, in fondo io avevo già pensato di farlo tempo addietro, seppur in un altro continente. Da buon vergine ascendente vergine fatico tremendamente a rimandare i piani.


L’Italia che Gira è ciò che più si avvicina al mio modo di essere. C’è il viaggio, lo scrivere, c’è un po’ di protagonismo. E c’è soprattutto conoscere. Una miriade di luoghi, persone, case. A volte mi sento un po’ in colpa per non fare abbastanza. Voglio dire: mi piace raccontare, e mi piace vedere ciò che esce da queste mani. Sono felice se qualcuno si emoziona a leggere qualcosa di mio. Ma prima di farlo per gli altri io scrivo per me, per sentirmi in pace e per non dimenticare.


Vorrei non dimenticare Barthelemy, francese della Val Camonica e che fa uno dei mestieri più belli del mondo, l’arrangiatore di organi. L’ho conosciuto in una chiesa non lontano da Viterbo, e sentirlo parlare a ruota libera con la sua r morbida e le vocali nasali mi ha dato tanto. Così come mi ha arricchito enormemente una cena in un giardino a Rignano sull’Arno, non lontano da Firenze. Avevo conosciuto Elena e Paolo più di un mese prima in un campeggio in Calabria. Mi avevano offerto ospitalità se fossi passato da loro, ma di certo non potevo immaginare che avrei dormito in una casa di inizio novecento, con una torre merlata sovrastata da un cedro del Libano. Gli atlanti dell’Istituto de Agostini degli anni ‘30, le mappe sparpagliate su un tavolo enorme e libri, libri di qualsiasi tipo in ogni angolo.

Per non parlare del ritrovarsi. Mio fratello aveva una maglietta bianca, si aggirava per una rotonda all’ingresso di Viterbo, l’ho riconosciuto da come camminava. Sono sceso dall’auto che non stavo nella pelle, pazienza se a lui non piacciono le smancerie, me lo sono abbracciato per qualche secondo, accarezzandogli i capelli sulla nuca, come ormai ho preso l’abitudine di fare. Il mio amico Mirko invece è spuntato alla fine di una strada sterrata della Val D’Orcia. Con il suo bel macchinone bianco e due occhi stanchi, tanto da farmi sentire in colpa per avergli fatto fare una deviazione nel suo viaggio verso la Sicilia. Poi, mentre ci godevamo l’ultima luce davanti a un panorama di morbide colline e cipressi, mi ha detto “sono proprio felice di essere qui”.

Ecco, io vorrei fare tutto questo, e anche di più. Solo che ultimamente di cose ne ho viste tante, paradossalmente persino troppe. E credo sia arrivato il momento di fermarsi un attimo. Tanto le emozioni mica vanno via. Anzi, se sono belle e potenti fanno come il cemento, e una volta asciugate sono ancora più forti. E’ arrivato il momento di prendersi una pausa dall’ascoltare le storie degli altri, perché vorrei tanto sentire la più importante di tutte, la mia. Non sia mai che possa regalarmi qualche spunto per il futuro. Ecco, ci sono ricascato, voglio già guardare oltre, come sempre.


Meglio, molto meglio, concentrarsi sul presente. In fondo è questa una delle lezioni più grandi che ho imparato durante il Cammino. Il Cammino è stata l’esperienza più bella della mia vita e, tra le altre cose, mi ha fatto conoscere il ragazzo nella fotografia. Guardateci in faccia, guardateci bene. Siamo sorpresi e meravigliati dalla magia di ritrovarci per caso, dopo giorni che non ci vedevamo, a Santiago.


Daniele ed io siamo due pellegrini che a breve si rimetteranno uno zaino sulle spalle. Lui mi ha invitato a percorrere la via degli Dei, ma se fosse stata anche quella dei disgraziati l’avrei raggiunto comunque. Perché io, con l’Italia che gira, mi fermo una settimana.


Ma, come mi ha detto un maestro spagnolo qualche settimana fa, el Camino sigue.

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