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El amor a los tiempos del colera, mi hermano


"Era inevitabile: l'odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori incontrastati."


Ancora Gabo, d’altronde è proprio a Cartagena che si snoda la storia di un’attesa durata "cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti incluse".


Sono le sei di mattina, per una buona mezz'ora ho corso lungo le mura della città vecchia. Poi l'umidità ha avuto la meglio, e ora scende pure una pioggerellina fitta e piacevole. Voglio trovare il nostro compagno di viaggio, invisibile ma sempre presente, nella casa dove visse. Un muro di cinta mi impedisce anche solo di immaginarlo, così giro l'angolo e ritrovo il volto bonario di Márquez dietro al bancone di una reception. L'hotel, manco a dirlo, si chiama Makondo, con la K. Per renderlo più attrattivo, avrà pensato qualche genio del marketing.


Gli abitanti del nord della Colombia si chiamano costeñi. Strano pensare che per trovare il mare, ma soprattutto il Caribe, bisogna andare in su. Per me è un po' come l’odore delle mandorle amare per il dottor Urbino. Il Nord è sinonimo di tempo freddo e volti meno colorati. Più o meno quello che ho trovato a Santa Marta. Fuori infuriava la burrasca, e ho persino faticato a riconoscere un vecchio amico. Grigio, anonimo, il mare era schiacciato da grattacieli insensati e intrappolato da grosse navi portacontainer. Difficile pensare che quello specchio d’acqua sia stato il teatro di imprese piratesche.

Ma nel viaggio si sa, siamo tutti marinai consumati. Basta andare al timone e cambiare la rotta.


Sierra. Un nome semplice, conciso, pronunciato con fare sognante e rispettoso. La montagna più alta della Colombia, che si chiama come il mio discusso concittadino, Cristoforo Colombo, dista a soli 42 km dalla costa. E stiamo parlando di 5.775 metri, mica bruscolini.

Proviamo ad avvistarla in un’alba che tarda a spuntare, coperta da nuvole che ci fanno solo intravedere le sacre montagne. Poi la nebbia torna a nascondere tutto. La sera prima, in un ostello che assomigliava di più a delle baracche accomodate, il cielo sembrava promettere bene. Tra le frasche degli alberi baluginavano le luci di Santa marta. Ancora più in là, tutto era buio e placido. Visto da lontano, il mare è sempre fermo, sembra più grande. Non fa paura e nemmeno rumore, a volte pare di averlo solo sognato.

Da vicino invece prende la forma di onde lunghe, che accarezzano il bagnasciuga di Palomino. In molti ci hanno detto di andare, ma è difficile trovare un senso a una strada piena di buche e disseminata di ristoranti, locali e negozi di vario tipo ma in fondo tutti uguali. Il mare no, è diverso. E così pure il suo immediato entroterra, fatto da palme e altra vegetazione fittissima a ridosso del bagnasciuga. Troviamo una noce di cocco, proviamo a spaccarla e le esigue gocce di latte che ne fuoriescono segnano la nostra vittoria.


E poi Cartagena. La città fortificata più bella del Caribe, secondo molti. E di certo non si puó negare il fascino dei palazzi coloniali, tutti dai colori accesi e con i balconi in legno scuro, massiccio. Le piazze rettangolari, piene di palme e su cui sostano donnone con vestiti colorati a chiedere qualche spicciolo in cambio di una fotografia.


Fin qui, il viaggio. O forse solo il suo sfondo. Come se si trattasse di una Macondo in cui, per forza di cose, bisogna introdurre i personaggi.

E allora immaginatevi un ragazzo nerissimo, lo sguardo alienato e che tiene stretto a sé lo zaino. Ogni sei minuti tira fuori la bottiglia di whisky, riempie il tappo a mo' di misurino e butta giù un altro sorso. Vicino a lui c'è la compagna, tiene sguardo fisso sul finestrino, in braccio ha una bimba bellissima che dorme per tutto il viaggio. Quando la donna parla con il compagno assume un'espressione più rassegnata che arrabbiata.

Pensate, per questo racconto, a una coppia di amici, ancora prima che colleghi. Sono l'autista e il cobrador (traducibile come bigliettaio, anche se è molto riduttivo). Uno suona il clacson per avvertire la gente lungo la strada, l’altro si sporge fuori per procacciare nuovi passeggeri. Cartagena, Cartagena, urla con vocione profondo e monotono.

Devo per forza introdurre pure Moncho, perché se non fosse stato per lui non mi sarei nemmeno accorto del tappeto di luci che era Santa Marta quella notte. Alessandro ed io non ci saremmo asciugati calze e mutande, se non fosse stato per il suo falò. E non avremmo avuto i vestiti intrisi di un puzzo di brace difficile da fare andare via.

E che dire di Luis, l'abbiamo disturbato mentre si gustava beato il suo pranzo chiedendogli senza vergogna dove l’avesse racimolato. Dopo qualche istante di sorpresa ci ha spiegato dove andare. Lì abbiamo trovato la sorridente Leili, sua moglie, che aveva già messo a scaldare un delizioso spezzatino di montone con salsa al cocco e riso abbinato. Dopo, mentre preparava il caffè, ci ha raccontato della sua vita, con un padre che picchiava la madre e lei, Leili, che lavorava già a dodici anni in un cartolaio. Poi la figlia Maria, otto anni di freschezza e furbizia, mi ha detto che le piace molto andare a scuola. "Ci danno tante cose buone da mangiare. E poi a me piace imparare".


La costa, il viaggio, e ovviamente il Latinoamerica, sono le persone che si sono avvicendate su un pullman che da Santa Marta ci ha portato a Palomino. Come una pièce teatrale, ogni figura aveva un suo preciso ruolo e ha pizzicato le più svariate corde emotive. Poi, sempre come a teatro, le luci si sono spente. Nella penombra di un bus ormai mezzo vuoto, risuonava la solita salsa allegra e spensierata. Dai finestrini giungeva l'odore della pioggia, e l’ultima luce della giornata accendeva il mare che, improvvisamente, ha fatto capolino a fianco della strada.

Per raccontarvi davvero della Colombia costeña torno per un istante su un monte. Cerro Kennedy, oltre 3000 metri e un ragazzo, si chiama William, che monta la guardia alle 5 di mattina. Gli piace fare il militare, e dopo qualche minuto mi chiede cosa ci troviamo di così bello, noi camminatori, nelle albe. A William devo ancora una risposta.

Quando me l’ha chiesto, la Sierra era un insieme di sagome misteriose all'orizzonte. Il mare no, era già coperto da una trapunta di nuvole. L'avremmo però visto e pure sentito sulla nostra pelle qualche ora dopo.

Da 3000 metri a zero, dai brividi al sudore. Guai, peró, a lamentarsi del freddo: stretto nel suo poncho leggero, William sa bene che il gelo è ben altra cosa.


Lascio Cartagena. Lo faccio dopo un carnevale decisamente movimentato, che ci ha fatto per la prima volta avvertire quella pericolosità di cui avevamo tanto sentito parlare.

La mattina dopo sono già circondato da montagne e la temperatura si è decisamente abbassata.

Come spesso mi accade, il freddo porta con sé benessere, gioia e convinzione di essere sulla strada giusta.

Nel frattempo ho deciso quale sarà il prossimo libro da leggere. Perché io non ricordavo che Florentino Ariza decidesse di portare la sua amata Fermina in una crociera per risalire il fiume. Io li immaginavo prendere la via più romantica e scontata del mare.


E invece così si faceva. Si andava verso sud en los tiempos del colera, mi hermano.

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