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Dove l'oceano è ancora mare

Cadice è un mare che non sa ancora di essere oceano, e si ferma un po' sulle sue spiagge, accarezza le strade, le profuma di sale. È un dito di terra che punta verso l'ignoto, un orizzonte che al tramonto si accende, e promette un domani pieno di luce. Cadice è un biancore che acceca, cupole di cattedrali che sembrano moschee. Sono i bar tutti uguali dei quartieri popolari, con luci bianche e signori indispettiti seduti lungo un bancone di acciaio, guardano la partita in silenzio. Cadice è un'aria leggera, che fa venire voglia di viaggiare, andare, scoprire. Sono case con immagini di santi, muri incrostati, vie attraversate da cavi della luce, bandierine, e lenzuola. Cadice sono le palme, ovunque. È una lunga Avenida che gli corre intorno, l'abbraccia e la stringe. Per chi ai Caraibi non c'è mai stato è Cuba, L'Avana, l'esotico. Cadice è malinconia, nostalgia, addi di marinai che salpano e mai torneranno. Sono i ragazzi in infradito che fanno partire lo scooter con il piede per tornare a casa dopo una giornata di mare. Cadice è una città che brilla sotto il sole del Sud ma tu la immagini nei giorni di tempesta, con le onde che ruggiscono minacciose al di là della finestra e la gente che beve nelle taverne per scacciare la paura. Cadice è il punto più a sud del mio viaggio. È una notte a passeggiare, senza volere andare a casa. E poi capire che è il momento di farlo, perché viaggiare è anche tornare.

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