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Dietro le tende di Gori

Siamo appena arrivati a Gori, una cittadina sulla strada per Tbilisi conosciuta soprattutto per aver dato i natali a Stalin. Stanchi, dopo una giornata intensa, non potevamo certo immaginare che saremmo tornati indietro nel tempo, eppure mentre scrivo ho la sensazione che il muro di Berlino sia ancora lontano dal crollare. Parcheggiamo in una via defilata dal centro, larga, buia e sinistra, le case sono a due piani, con i mattoni a vista e ognuna ha un terrazzino arrugginito, sembra un film dell'orrore. Ad accoglierci dietro una sorta di saracinesca è Anna, capelli neri lucidi e voce alta e squillante, ci mostra il nostro alloggio, che altro non è che una porzione della rimessa adibita ad appartamento per gli ospiti. Entriamo, e siamo in Unione Sovietica. L'ingresso è su un salottino con un divano e due poltroncine marroni, ricamate con terribili motivi floreali. A un angolo c'è un armadio laccato a tre ante, ognuna con sopra un rettangolo in finto oro zecchino, credo che anche mia nonna lo troverebbe desueto. I muri sono decorati con stucchi arzigogolati, mentre nella camera delle coperte verde di pile, di quelle che a farci il contropelo si inscuriscono, sono adagiate su letti in cui si sprofonda solo a sfiorarli. Sotto la finestra una stufa a gas degli anni settanta emana un tepore non troppo rassicurante, tiro le tende - dello stesso adorabile marroncino del salotto! - non tanto per avere un po' di privacy, ma per fare in modo che questa rarefatta atmosfera di un tempo passato possa rimanere intatta. Vorrei poter fare lo stesso anche con questo giorno ormai volto al termine, iniziato con un sottile strato di neve che ricopriva i tetti intorno a noi e poi continuato con una ruota clamorosamente a terra. Già, oggi la nostra macchinona con un passato americano - sul parabrezza c'è ancora un porta documenti dell'assicurazione con scritto State of New York, roba che magari una quindicina d'anni fa sfrecciava sul ponte di Brooklyn! - è stata un'assoluta protagonista. Prima la gomma, oggetto di esami lunghi e approfonditi da parte di due meccanici della zona, e poi un'escursione fuori programma sul ciglio di una salita piena di neve, con i fratelli Mangili pronti ad intervenire in modalità "antico vaso e Vecchia Romagna". Con le mani sporche di fango, intirizzite dal freddo, abbiamo cercato di annodare intorno alle ruote degli insulsi laccetti di plastica - sarebbero le nostre catene - e poi, in qualche modo, siamo riusciti ad uscire dall'impasse. Per celebrare l'impresa, anzichè un brindisi, ci siamo concessi la visita al posto più impressionante visto finora. Vardzia, un emozionante susseguirsi di insediamenti rupestri scavati dentro una montagna, in una valle remota, per l'occasione pure innevata. Verso ponente un sole timido tramontava lentamente, lasciando un bagliore sfocato sui nostri volti stupiti da questa e tanta altra bellezza incontrata quest'oggi. Come quella strada che porta verso un monastero, e ci ha spalancato le porte verso uno scenario immenso, con montagne grandiose dinnanzi a noi, un vento freddo e gelido che ci fischiava nelle orecchie come unico compagno. Sono stanco, le ore di guida si fanno sentire, specie quelle notturne fatte su una strada buia, piena di curve e con i georgiani che spesso si "dimenticano" di spegnere gli abbaglianti, ma va bene così, come direbbe qualcuno "fa parte dell'avventura". A rivedere le foto di oggi, i nostri sorrisi pieni e soddisfatti, a scorrere con la mente quelli che, seppure recenti, sono già ricordi, mi vengono però in mente altre due parole. Viaggio, vita.

Oggi più che mai le sento vicinissime tra loro, e a ripeterle più volte mi sembrano quasi come le tende della nostra stanza, che riescono a trattenere quest'atmosfera così particolare, in questo strano appartamento sovietico nel cuore di Gori.

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