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Diarios Extremeños


Harry mi saluta con sguardo distratto, ha appena finito da farmi da regista per una delle mie tante idee strampalate. Poi vede lo zainetto rosso e mentre sono sulla soglia di casa mi dice: "Ma ti porti solo quella roba?” “E quanto stai via?"

Alla prima domanda rispondo con un sì convinto, mentre alla seconda mi limito a un vago who knows. Lui scuote la testa divertito, mentre io sono già in viaggio. Lui ha venticinque anni, mentre io trentuno, ma, in fondo, chi se ne frega, basta prendere un treno e partire, no? Tre ore di viaggio passano in mezzo a pianure bordate da montagne lontane, poi scendo a Cáceres. Per arrivare al centro c'è un viale lungo, lunghissimo, abbastanza triste, la gente passeggia, chi con i cani, chi con i bambini, è ora di cena. Poi la noia è rotta da una stradina più stretta e in discesa, il chiacchiericcio aumenta di volume e si arriva a Plaza Mayor, che potrebbe essere una piazza di qualche paese della bassa, una Brescello qualunque anche se qui al posto della chiesa di Don Camillo c'è una rocca aggrappata su un colle. Dopo una caña e due allitas de pollo vedo palazzi di pietra, piazze deserte rischiarate da una luce parigina. Davanti a una chiesa alta e bianca ci sono dei ragazzi che suonano, l'ombra di quello con la chitarra si riflette nella facciata, più in basso due fidanzati guardano i loro cellulari. Mi sveglio in una pensioncina modesta, ha muri così tanto addobbati che non ci vedi più il bianco. Non ho più voglia di girare per la città, come avevo pure pensato, e vado alla stazione dei bus, al bar c'è una ragazza che grida e si scalda davanti a una donna, che forse è sua madre. Poi si calma, respira forte e scoppia a piangere, dice hasta el huego con le lacrime sparse sul viso. Fuori il marciapiede è sporco e puzza di fumo, un ragazzo vede il libro che leggo, e quando gli dico che sì, sono italiano, gli brillano gli occhi. Con gli anni ho imparato a capire che non importa ciò che combiniamo, per gli stranieri noi italiani rimaniamo dei gran fighi. Mi chiedo se sarà sempre così, e intanto salgo sul bus, scendo, risalgo e guardo dal finestrino: i ciliegi! Io che mi preoccupavo se li avessi potuti vedere, ora che sono in fiore, scopro che sono ovunque. Un po' come quando pensavo che in Australia i canguri vivessero solo nelle riserve.

Cabezuela del Valle, il paese dove mi fermo ("perché qui un ostello lo trovi sicuro" mi dice l'autista), è un misto tra una periferia del sud Italia e un paese ai lati del deserto del Messico. Mi mangio un bocadillo in un bar lungo la strada, la barista mi guarda e poi parlotta con un tizio al bancone, lui scuote la testa come a dire: boh non lo so che ci fa qui. Cabezuela non ha un senso, c'è un fiume azzurro che scorre in fondo alla valle, le case ammassate l'una sull'altra, certe sono vecchie e hanno i balconi di legno grezzo, quasi marcio, altre sono poco più che lamiere. Nei bar - ce ne sono ben tre - i vecchi giocano a una specie di domino e imprecano con classe, mentre i giovani scorrono col pollice le foto su Instagram. Poco prima di sera lascio alle spalle il frastuono e vado su una collina, il sole che tramonta dietro i ciliegi sfiora l'idea di bellezza assoluta. Torno e vedo che dagli stessi balconi di prima ora c'è seduta gente che parla, si fuma una sigaretta, a volte sta zitta per guardare la luna piena. La mattina un altro bus, un'occhiata veloce a Plasencia, che tra le sue mura nasconde una cattedrale un po' tetra e l'ennesima Plaza Mayor, con i portici tutti uguali. Questa volta il bus che prendo è un pulmino, sembra quello che mi portava all'asilo. Credo che l'essenza del viaggio non sia solo camminare ma pure sentire. La ragazza che piange davanti alla madre, i vecchietti che imprecano, i fiori di ciliegio mossi dal vento, la gente che parla. È stato il mio amico Pablo a suggerirmi l'Extremadura. Te gustaría Mateo.

Il pulmino sgangherato mi lascia davanti a un rudere di pietra, davanti c’era una veranda, ora è un recinto confuso di ruggine ed erbacce. Dietro si vede una collina con tanti, minuscoli petali gialli, oltre c'è una chiesa, qualche casa di pietra e nulla di più. Ormai il bus gracchia lontano, passa qualche secondo e poi capisco che sì, sono arrivato, era questo ciò che cercavo. Mi godo il vento che fischia nelle orecchie, le acque del Tago che scorrono placide, e penso che un giorno mi piacerebbe incontrarle di nuovo sotto un ponte a Lisbona. Poi arriva la sera, i rumori di fuori lasciano spazio a quelli di dentro, e fanno un gran casino. Rumori di uno che a trentun anni va in giro a fare l'esploratore, manco di anni ne avessi diciotto. Di chi pensa di essersi ritrovato a fare questa vita, e che se non fosse stato per certi momenti, per scelte mie e di altri, a quest'ora avrebbe una famiglia, un lavoro normale, forse più sereno, forse meno, chissà. Forse senza questi sogni nella testa che a volte fanno così male da non volerci nemmeno pensare. Dormo sopra un materasso troppo molle e la mattina, al risveglio, la stessa sensazione. Ho passato la notte da solo, in questo strano agriturismo che qui si chiama casa rural. Mi ero ripromesso di non guardare il cellulare e invece sono il solito automa a scorrere le bacheche di Instagram, Facebook, leggere notizie italiane di cui, per fortuna, mi scorderò il contenuto dopo pochi secondi. Scendo a fare colazione, il signore che ieri mi ha preparato un asado in fretta e furia alle 8 di sera - un sacrilegio per gli orari spagnoli! – ora mi porta due fette di tostadas ricoperte di pomodoro, le voci roche dei guardiani del parco invadono il locale, tutti a dire hombre! Venga! e giù di pacche sulla schiena. Dovrei tornare in camera, lo zaino mi aspetta per un altro cammino. Prima però ritorno da quel rudere che una volta era una casa giallina, attraverso la strada dove mi ha lasciato il bus il giorno prima, sono in maniche corte e sento freddo, ma non me ne importa. C’è il verde dei campi, il sole che ormai è già alto e brilla di vita. È un attimo, come sempre, ma è un istante di gioia, è il momento in cui sento di volere essere qui, in questo posto, ora.


Salgo in camera, la sensazione ha già smesso di fare rumore, mentre scrivo ne sento gli ultimi echi, e poi torna il silenzio, uno zaino e un sentiero. La voglia di andare.

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