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Costruire

Aggiornamento: 23 mar


Nella mia spiaggia il mare ha il rumore dei ciottoli trascinati dalla risacca. Poco più in su, sopra a delle anonime scalette in cemento, gli arbusti rilasciano nell'aria quell'odore di selvatico e buono tipico della macchia mediterranea. Lo fanno in ogni momento dell'anno, e non importa che sia giorno o notte. Così io scendo le scale, inspiro profondamente e poi mi metto in un angolo della spiaggia. È questo uno dei luoghi dove sto imparando a restare. Mi fermo per dieci minuti (che per un irrequieto vuole dire una vita intera) a non faccio nient'altro che guardare le onde. L'ultima volta erano parecchio agitate, e fin da subito minacciavano di arrivare ai piedi. Sono rimasto lì, cocciutamente. A volte ho indietreggiato, ma non serviva, perché le onde si sono infrante lontane. Poi, quando stavo quasi per andare via, ne è arrivata una che sembrava piccola e insulsa. È stata lei a inzupparmi le scarpe e persino i pantaloni. Mi sono lasciato andare a un fremito di gioia e stupore, come capita davanti alle cose inaspettate.

C'è tanto di questi ultimi mesi dentro quell'onda. Prima di tutto lei, che va e che viene, e che per sua natura non sa mai fermarsi. Una parte di me sarà sempre così, da tempo ho imparato a riconoscerla, volerle bene e darle risalto. È la parte dell'entusiasmo, di quella che davanti a un progetto sgangherato ma grandioso si rimbocca le maniche, e trascina a forza di sogni e passione altre persone. Poi però, una volta arrivata a riva, l'onda si ritrae. Sulla battigia lascia una schiuma bianca che dura pochi attimi, che se non sei capace a guardarla, se ti distrai, lei, l'onda, è già andata via, senza lasciare traccia. Così mi sono sentito tante volte, davanti all'ennesima ripartenza. Nel riempire le scatole della casa da svuotare, davanti al silenzio penetrante di un addio. L'onda quando si ritrae fa un rumore più lieve, quasi come se chiedesse scusa prima di congedarsi. Va da sé che viene normale aspettare che ne arrivi un'altra, d'altronde la bellezza del mare sta nella diversità. Ogni onda ha un suono simile ma non uguale. Su quella spiaggia a guardare le onde c'ero io. Io che fino a qualche tempo fa pensavo che me ne sarei andato lontano, un'altra volta. A rincorrere una nuova avventura in qualche parte di questo mondo che alla fine non mi pare poi così piccolo. A dare per l'appunto un senso alla mia sete di scoperta e conoscenza. Non so bene cosa sia successo, nel frattempo. Se c'è stata una scintilla o, invece, si è trattato di un processo graduale. Di sicuro ricordo la sera che ho visto È stata la mano di Dio. E a quella scena in cui il regista Capuano si rivolge al protagonista, indicando una Napoli di una bellezza disarmante, e gli grida: possibile che qui non ci trovi una storia da raccontare? Mi è venuto spontaneo chiedere lo stesso alla mia Genova. Così ho continuato a fare in tutto questo tempo, così continuo a fare quando la scorgo verso levante, di ritorno dalla mia corsetta ormai quasi quotidiana. Recentemente ho scritto che Genova è l'amore più costante e duraturo della mia vita. Ma è anche quello più turbolento. Come ogni storia d'amore ci sono tanti motivi di screzio, dietro a un rapporto pressoché indissolubile. La mia è una città in cui mi sento accolto ed avvolto, ma anche un ambiente in cui fatico a trovarmi a mio agio. A Genova mi sento in colpa nel dare libero spazio alle mie passioni. Mi pare che debba sempre giustificare agli altri la mia presenza, come se vivere nella propria città avesse un conto da pagare. Nel mio caso sembra pure salato, a giudicare dai momenti di scoramento vissuti negli ultimi tempi. Ma Genova è quella ragazza di cui non ti stancheresti mai di raccontare, sono le sue mille storie, i suoi angoli che ho scoperto per caso e che voglio condividere con chiunque. Genova sono tutti gli affetti che ho qui, quelli che non ci sono più e, in un certo qual modo, Genova è anche il luogo dove ho sfiorato con maggiore convinzione la tanto ricercata serenità. Ora come allora le dita ticchettavano sulla tastiera di un computer. Scrivevo un libro, il mio, che guarda caso parla proprio della mia città. Dall'altro del tavolo c'erano degli occhi vispi e allegri. Ho letto da qualche parte che non si capisce quando si è felici, lo si realizza solo dopo. A ripensare a quel momento, in cui scrivevo in maniera forsennata il capitolo di un libro nel frattempo rimasto in sospeso, tutto si stava svelando. Scrivere, nella mia città, con a fianco la persona giusta. Forse è questo il motivo per cui rimango a Genova. E per cui continuo a sopportare in maniera ostinata, quasi cocciuta, le tante botte in testa che finisco per darmi da solo quasi ogni giorno. Mi sono stufato di guardare un'onda scomparire nella schiuma bianca. Ci sono cose che vorrei rimanessero più a lungo. Il mio libro, appunto. Altri progetti che racchiudono la vita vissuta fino ad ora, il mio cammino. E allora domani mi sveglierò, forse con un po' di tristezza, magari con un briciolo di entusiasmo. Guarderò il mare dalla finestra e penserò a costruire qualcosa, nella mia Genova.

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