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Che ne valga l’allegria, e non la pena


Da bambino quando ero triste mi rifugiavo nelle fotografie. Sparpagliavo gli album per terra, sfogliavo instancabile le pellicole trasparenti alla ricerca di momenti felici. Ieri sera ho fatto lo stesso leggendo alcuni messaggi.


Ho pensato che ti voglio bene, più di quello che sapevo ed era già tanto.


È da giorni che cammino per distese di grano smosse dal vento, tutto questo con gente meravigliosa.


Non puoi immaginare le storie delle persone, e ogni sera scrivo tantissimo!


Inizio ad essere stanco, poi però basta alzare la testa e sono felice.


Sono tutti risalenti a maggio, quando ero in cammino verso Santiago e avevo deciso di scollegarmi dai vari Whatsapp, Facebook, Instagram, mandando giusto qualche SMS ad amici e famiglia.

Dieci giorni fa ho trovato la mia conchiglia. Perché diciamo la verità, quella che mi sono portato sullo zaino per un mese l’avevo comprata al centro pellegrini di Saint Jean, prima di partire per Santiago. Questa no, questa era adagiata sul bagnasciuga della mia spiaggia preferita di Finisterre, mi aspettava. Era proprio in fondo, dove quest’estate mi fermavo a prendere un caffè dalla mia amica Francesca. Trovare la conchiglia, tutta intera, proprio come quella che si vede sui cartelli, l’ho preso come un segno e, nonostante i tanti se e ma, sono partito, di nuovo. Duecento km a nord di Finisterre c’è un paesino tutto in salita, dove le case si aggrappano pericolanti a strapiombi sull’oceano grigio, si chiama Malpica. Da lì ho iniziato a camminare per sentieri deserti, ho dormito in ostelli aperti solo per me, non ho incontrato anima viva per giorni interi. Lunedì ha piovuto dalle otto di mattina fino alle sei di sera. Tutto il tempo, senza mai fermarsi. Il mare era agitato, schiumoso, incazzato. Le scarpe erano talmente zuppe di acqua che a ogni passo uscivano le bolle dalle punte. Qualcuno mi ha detto che sono continuamente in fuga, non si sa di preciso da chi o da che cosa. Può darsi, dico io, e intanto guardo in un angolo il bastone che mi ha accompagnato durante le salite più dure. E intanto scorro i giorni sul calendario per vedere quanto manca al 29 novembre, quando tornerò in Italia.

La cosa buffa è che io ci credevo davvero, come sempre del resto. Ero davvero convinto che Finisterre sarebbe stata casa mia per tanto tempo. Le facce stravolte dei pellegrini dietro a un bancone del bar, le passeggiate al profumo di eucalipto nei boschi, il mare che di notte entra nella stanza e suona, solo per me, una canzone bellissima. Ho amato questo posto e continuerò a farlo. E tutta la tristezza dei giorni passati nasce da lì, da qualcosa di bello interrotto bruscamente.

Eppure non rimpiango niente di ciò che ho fatto. Magari c’è un po’ di paura su cosa fare ora, su quel “dopo” che per il momento è una grande incognita, ma questo è un altro discorso. A Finisterre, a questo luogo, e anche alla sua gente, sarò sempre grato. È stato qui che ho trovato un altro piccolo tassello della mia ricerca verso la serenità. Quì ho capito che la vera soddisfazione è fare qualcosa per se stessi, e non per dimostrarlo agli altri. E che l’unico modo per farlo è con l’amore. L’amore, questa forza incredibile che muove le anime, le solleva e le fa volare, che riaccende sorrisi spenti da troppo tempo, che infiamma. L’amore per se stessi sì, e pure l’amore per ciò che si fa, per il lavoro, per il luogo dove si vive. L’amore per chi è al nostro fianco, l’amore che finisce ancora prima di iniziare ma non per questo fa meno male. L’amore per gli altri, per chi non ha avuto tutte le nostre fortune e ti chiede due spiccioli per dormire in un posto caldo la notte. L’amore si nasconde dietro un bambino che disegna il faro di Finisterre sulla tovaglietta del ristorante e lo regala al papà, sulla bocca di una coppia che non si vede da qualche giorno ma per loro, abituati a vivere sempre insieme, è come se non si vedessero da anni. L’amore sono due occhi neri e grandi dietro la porta di casa.


E quando arriva la tempesta, allora è normale rituffarsi nei momenti passati, come le foto che guardavo da bambino, come i messaggi mandati durante il Cammino di Santiago. O come i paesaggi meravigliosi visti in questi ultimi giorni, perché la vita è l’amore più grande che abbiamo tutti noi. Oggi, mentre all’orizzonte spuntava finalmente il faro di Finisterre proteso verso l’oceano infinito, sorridevo. Ripensavo a una scritta vista una mattina di maggio su un muro, da qualche parte nel nord della Spagna.


Que el amor valga la alegria, no la pena


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